MI AMI 2010/ Tutti al Festival dove la musica è ancora importante

- La Redazione

All’Idroscalo di Milano, presso gli spazi del Club Magnolia, si è tenuta la sesta edizione del Festival Mi Ami. Tre giorni di musica italiana patrocinata da Rockit, portale che dà visibilità al panorama indipendente. Ecco il racconto dalla voce dei protagonisti,a cura di GIUSEPPE CIOTTA

MiaMi2010_R375

Un teenager scapigliato indica la folla: “Caspita, qui la musica è ancora importante!”. Un adrenalinico Stefano Fiz Bottura, direttore di Rockit e curatore della kermesse, commenta: “È la risposta più bella: mi vengono i brividi… Ci auguriamo di creare un legame tra passato, presente e futuro: oltre ai soliti afiocinados, vedo tante facce fresche. Spero vadano via con tanta voglia di fare, con allegria, perché questo quotidiano è già di per sé pesante… La tre giorni è tutta nell’ottica dello star bene. Se vieni e ti senti vivo, non c’è niente di meglio: ti rimane come sensazione per mesi. Il senso è la partecipazione”.

“Se noi riusciamo a indurre i giovanissimi a pensare che la musica sia importante, forse abbiamo ottenuto un risultato” sostiene Pierpaolo Capovilla, cantante de Il Teatro degli Orrori. Madaski, deus ex machina dei torinesi Africa Unite, continua: “Mi fa piacere che questa cosa venga detta da un quindicenne, mi sia riferita da un trentenne e venga commentata da un quarantacinquenne… Evidentemente – sommando le cose – ci sono tanti anni di gap nel mezzo: significa che qualcosa è passato”.

Chiedo a Fiz di parlarci del Mi Ami: “Abbiamo cominciato 6 anni fa, per concretizzare un lavoro di promozione della scena italiana iniziato molto prima sul web, con Rockit. La scommessa era: quanta gente verrebbe, se facessimo un evento di sole band italiane? La risposta è stata il Mi Ami. La prima edizione ha avuto 3000 spettatori, che ci hanno permesso di continuare. Si è iniziato in pochi, ora siamo in tanti. Facciamo tutto da soli: niente editori, finanziamenti pubblici… Abbiamo degli sponsor, che coprono circa un decimo delle spese totali: il 90% è rischio imprenditoriale. Dopo tutto questo lavoro, si è allargato un po’ il giro. Il festival sta in piedi perché richiama tanta gente, altrimenti cesserebbe d’esistere”.

 

E quest’anno? “Stavolta grosse difficoltà non ne abbiamo avute, nonostante la burocrazia. Gli sponsor hanno offerto il servizio navette gratuito. In più, il prezzo del biglietto per la tre giorni – con 50 band su 2 palchi distinti – era di 15,00 euro sul web (25,00 agli sportelli, nda). Siamo contenti per il sole: dopo 4 anni, è la prima volta che godiamo di un clima mite! (accompagnerà l’evento fino alla fine, nda)”.

I gruppi più “blasonati” del festival sono accomunati da un filo conduttore: i contenuti. “Finalmente trovano un pubblico che riconosce il valore di anni spesi a lavorare seriamente”. Capovilla, madido di sudore dopo l’avvincente show dei suoi Il Teatro degli Orrori, ne sa qualcosa: “Sono convinto che la qualità della musica e la bontà del contenuto, se non la sua poesia, siano gli elementi – in futuro – per riuscire a emergere nel mercato discografico”.

“Siamo riusciti a coltivare e a tener vivi legami e passaggi generazionali" riprende Fiz . "A ogni edizione, infatti, chiamiamo un “vecchiaccio”! Quest’anno i Karma (il più fulgido esempio dell’eco musicale di Seattle qui da noi, nda), mentre nella prima edizione abbiamo fatto riscoprire Federico Fiumani e i Diaframma: il pubblico impazzì e diede nuova carica all’artista”.

Rockit, quindi, come aggregatore che riaccende le micce spente e dà luce alle nuove? “Noi ci proviamo: è un luogo libero, senza diktat stilistici. Cerchiamo di aiutare chi riteniamo meritevole. Ovviamente, si tratta di scelte: non siamo infallibili. Possiamo prendere dei granchi o non riconoscere dei talenti, ma chi vale – prima o poi – passerà da qui".

Umiltà d’intenti confermata dalla qualità degli artisti (tanti per vederli tutti, a causa della contemporaneità degli spettacoli sui due palchi) e dal numero ristretto di proposte acerbe. Alcune nuove band sono un po’ sfocate, ma promettenti (Buzz Aldrin, tra Liars e sonorità Ipecac; Leggins, ottimi per dancefloor in salsa rock; Cosmetic, godibili sonorità nineties con testi interessanti); altre già definite (gli eclettici Albanopower, scontro fra lezioni indie rock e nobili melodie sixties; Criminal Jokers, bella voce e folk punk dal taglio new wave; Bud Spencer Blues Explosion, assolutamente devastanti).

 

 

C’è poca differenza rispetto ai grandi eventi. Parcheggio, cortesia, logistica, addetti stampa, security: tutto sembra fatto bene. “Si è più rodati" prosegue Fiz. "Nelle prime edizioni eravamo come scappati da casa! Era tutto molto naif… Ma s’impara e qui al Magnolia ci si aiuta. Teniamo molto all’accoglienza. Il clima è positivo e il messaggio di quest’anno è agire, non essere soltanto spettatori: nel momento in cui ti metti in prima persona a lavorare su una cosa, comprendi le difficoltà e cerchi i modi per risolverle. Da spettatore passivo, invece, pensi che tutto ti sia dovuto o critichi sterilmente, che è una posizione molto facile”.

Infatti, cogliendo gli umori di un pubblico eterogeneo, le critiche paiono mirate: servizi igienici in numero esiguo; area espositori un po’ disordinata; volume insufficiente (ma la legge sui decibel è della Moratti: allo staff il merito d’averla fatta rispettare); parcheggio esageratamente caro (5,00  euro a sera, per un tagliando con scritto “non custodito”, sono troppi). Ci ha pensato la musica a mettere tutti d’accordo. Sul palco intitolato a Sandro Pertini, nella prima serata di venerdì, Il Teatro degli Orrori – band guida della rock renaissance in Italia – ha chiuso la giornata con i pezzi più duri del suo repertorio, trascinando il pubblico in un saliscendi emotivo di rara bellezza, con un solo attimo di respiro: la struggente La canzone di Tom, che ha rapito in un coro i fan. Gli impeccabili Giardini di Mirò – subito prima – avevano ipnotizzato gli astanti con un best of che ha abbondantemente pescato dall’indimenticabile "Rise and fall of academic drifting”.

 

 

Gli Amor Fou – del mai abbastanza celebrato cantante Alessandro Raina – hanno riempito di eleganti note l’aria, col loro cantautorato elettroacustico. Sabato, nel giorno più affollato, il momento forse più intenso: il live act da brivido degli Zen Circus, con Nada ospite speciale, accolta come una diva. Lo show è stata un’ovazione continua per una band che, dopo 15 anni di lavoro senza compromessi, raccoglie i giusti consensi. Lo spiritato bassista Ufo, dall’irruenta attitudine punk, salta su e giù dal palco come una molla: “La musica live è un momento fondante, continua ad avere una sua valenza, che non può essere alterata da nulla: non ce l’hanno fatta anni di tv, di reality… C’è un passaparola che va avanti da decenni, sempre e comunque: trovo ragazzi, anche giovanissimi, appassionati a gruppi che ormai non esistono più. Questo significa ricerca”.

Karim, nonostante usi solo un paio di tamburi, è serrato come una locomotiva; Appino canta con urgenza comunicativa parole in cui molti si riconoscono, saettando note come schegge impazzite sulla sei corde. Per gli Africa Unite è arduo chiudere la serata dopo di loro, ma ci riescono alla grande, con la consueta classe e una sicurezza ventennale: da Bristol a Kingston il passo è breve, con il loro reggae dub che unisce giovani e meno giovani in un ballo positivo, proprio come i testi cantati con trasporto da Bunna e i messaggi costruttivi che Madaski lancia dal palco.

Stesso giorno, stesso palco (il Pertini): gli A Toys Orchestra danno vita al concerto perfetto, con fisicità, canzoni che reinventano il concetto di canzone e melodie vocali che frullano Beatles, Pavement e Flaming Lips. Cara al gruppo di Wayne Coyne è proprio l’atmosfera – gioiosamente partecipativa – fra il pubblico, che non vuole mollare la band “costretta” dai tecnici a far posto agli altri.

 

Sull’altro palco, La Collinetta, gli strumentali Ronin – fra americana e Calexico – entusiasmano quando suonano, meno quando il leader attacca (senza argomentare) la religione e gli Africa Unite, dimenticando quanto la prima sia importante per una parte del pubblico (che fischia convinto). Proprio un “preveggente” Madaski, quasi in contemporanea, ricordava dall’altro palco che sono appunto le differenze a renderci simili… Touché!

Domenica il gran finale. The Tigers of Mompracem, un po’ garage e un po’ Melvins, rimangono subito impressi: show al fulmicotone! I Virginiana Miller – freschi di un album affascinante – si mantengono ai loro, alti, livelli. I Perturbazione regalano serenità, riflessione e simpatia contagiosa: quella di un vocalist che sa cantare, sa incitare, sa trasmettere il senso delle cose che intona.

Scende il buio, la platea è tutta per loro: le maschere inconfondibili dei Tre Allegri Ragazzi Morti fanno il loro ingresso sul palco, seguite da un altro chitarrista mascherato come i celebri topolini della frizzante matita di Davide Toffolo, leader del gruppo e apprezzato disegnatore:

“Il Mi Ami è un luogo dove la musica è importante. È un festival che costa poco, dove c’è un panorama di artisti italiani molto eterogeneo. Io penso che abbia anche un suo valore d’aggregazione. Milano è un posto, devo dire la verità, dove la gente sa ascoltare".

Il concerto è perlopiù incentrato sull’ultimo album "Primitivi del futuro": reggae punk che ben si sposa col precedente materiale. Questo – quando ripescato, come nel caso de Il mondo prima – fa venire la pelle d’oca agli spettatori, cui non resta che unirsi in urla a squarciagola. Un divertente siparietto introduce i bis che, sfumando, non saziano i presenti: di cose buone si ha sempre fame.

Dal palco La Collinetta segnali confortanti: i Second Grace, come se il Dylan di "Nashville Skyline" venisse dalla Seattle dei ’90; Brunori Sas, cantautore sensibile alla tradizione, ma con i piedi ben piantati nel suo tempo.

Al tutto, si sono aggiunti anche dj set di livello come il duo Computer Says No e reading interessanti di scrittori promettenti come Michele Vaccari. Rock, pop, indie, noise, folk, punk, acoustic, electro… Tutta roba italiana. Il Mi Ami è ormai la polaroid della scena nazionale?

Ancora Fiz: “Soprattutto del sostegno che Rockit dà ad essa. Suonare è magia: io, che non ne sono capace, la considero roba da stregoni! Magari chi viene ne esce ispirato e, anche se non suonerà o scriverà mai, forse diventerà più attivo verso i suoi interessi. Attivi e non zombie: oggi – dall’alto – è così che ti vogliono, per non dare fastidio ed essere influenzabili.

 

 

"Se invece fai, metti in moto la testa. Questo perché la musica insiste e resiste, trascina tutto quanto: sforzi, voglia di fare. È più forte dei limiti, della crisi. O dei talent show: ovvio che ci siano, ma ci deve essere anche questo. Ognuno fa il suo gioco, noi speriamo di far bene il nostro, per mettere tutti nella condizione di scegliere”.

Mentre mi accomiato, Michele Wad Caporosso – il redattore di Rockit che ha accolto la stampa al Mi Ami – conclude: “Abbiamo registrato una grande affluenza. È l’edizione di gran lunga più partecipata, ma preferiamo non fornire cifre: si fa sempre una gran confusione coi numeri e noi vogliamo mantenere il nostro, consueto, basso profilo”.

Oggi, in Italia, è davvero difficile trovare un calderone così vario di musica e stili, attitudini e umanità, accomunate – però – da una diffusa tolleranza e capacità di condividere gli spazi e le reciproche differenze: un esempio per quanti hanno il potere di cambiare le cose e, invece, s’azzuffano nel presidio delle poltrone.

Ciò fa onore alla gente del Mi Ami: non si sono accapigliati, hanno dato vita – insieme ai musicisti – a dei bei momenti, ognuno a suo modo. Correre da un palco all’altro per prendere il più possibile da un’offerta così onnicomprensiva: ne è valsa la pena. Speriamo che anche quel teenager scapigliato la pensi così, rientrando a casa.

(a cura di Giuseppe Ciotta)

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori