BRIANZA BLUES FESTIVAL/ Lou Marini, Van De Sfroos, Treves e Solomon Burke… Missione Blues alla Villa Reale di Monza

- La Redazione

Tre giorni molto intensi quelli del Brianza Blues Festival alla Villa Reale di Monza, sul palco artisti molto diversi e un pubblico eterogeneo, così come ha voluto il direttore artistico Lou Marini, sassofonista della Blues Brothers Band. Il racconto di STEFANO RIZZA

Sono stati tre giorni molto intensi quelli del Brianza Blues Festival alla Villa Reale di Monza, sul palco artisti molto diversi tra loro e un pubblico eterogeneo, così come ha voluto l’illustre direttore artistico Lou Marini, sassofonista storico della Blues Brothers Band.

Un Festival che alla sua prima edizione ha deciso di aprire le braccia verso tutti insomma, per condurli pian piano alle radici del blues. È la mezzanotte dell’ultimo giorno, ed è tutto finito. Gli organizzatori, tutti membri della band-associazione “Blues4people”, sembrano soddisfatti mentre, con la meritata birra in mano, salutano il pubblico ai cancelli della villa riflettendo su quello che si è appena concluso.

Max Prandi, “one man blues band”, accompagna l’uscita e intrattiene i fedelissimi del blues con un’ultima manciata di canzoni, dall’alto di un trattore colmo di fieno. È puro Brianza Blues. Proviamo a ripercorrere queste giornate. La prima è stata interamente dedicata alla musica italiana: un gesto coraggioso e forse controverso, come dire “Il blues ci appartiene, non è culturalmente distante da noi”.

E infatti gli opener romagnoli Mio Figlio e i Suoi Amici (vincitori del Brianza Blues Contest) hanno dimostrato che il delta blues può essere fatto anche da chi vive sul delta del Po, e pure con grande stile e personalità. I Distretto 51 poi, nonostante la lunga esperienza, sanno ancora divertirsi sul palco come fosse la prima volta che suonano insieme, alternando pezzi lenti a cavalcate Soul.

 

Segue la Treves Blues Band, che vanta un repertorio vastissimo e soprattutto ipnotizza tutti con l’armonica del Puma di Lambrate: non stupisce l’autorevolezza della band, che da anni fa della cultura blues la propria bandiera e missione. Chiude la serata l’attesissimo Davide Van De Sfroos che, come ha dichiarato in un’intervista, si è inserito in questa manifestazione “come sempre di frodo, de sfroos appunto, anche se devo dire che i miei musicisti hanno sempre frequentato questo genere. Ma attenzione: bisogna distinguere la forma e la metrica blues dalla sua anima. In questo senso – prosegue il cantautore – ho scritto parecchi blues”.

La seconda giornata è quella dedicata ai mostri sacri, alla leggenda: è il giorno della Blues Brothers Band e di Solomon Burke. Ad aprire il tutto ci pensano due sorprese: la Martins Gumbo Blues Band (anch’essi vincitori del Contest) duri e puri, direttamente da Perugia, e poi il giovane bluesman del New Jersey Matt O’Ree, dalla voce tagliente e dalla chitarra che trasuda passione e sofferenza.

Lo spettacolo ha ottime premesse, e l’arrivo della BBB infiamma la folla: è uno show collaudato, inossidabile, fortissimo. È condotto da una schiera di musicisti che fa venire i brividi, e inoltre osa un repertorio non scontato, proponendo brani che vanno oltre lo stereotipo del film. In conclusione di serata, Solomon Burke dà a tutti la benedizione finale, impostando uno show che sa coinvolgere con eleganza tutto il pubblico.

“The King Of Rock’n’Soul” alterna sapientemente brani propri (da Everybody Needs Somebody a Cry To Me), alle cover personalissime dei più grandi successi di rhythm’n’blues. Con il suo stuolo di coriste, i suoi messaggi di pace e fratellanza e l’abbondanza di rose rosse sul palco, sembra davvero un anticipo di paradiso. Arriviamo al gran finale del Festival, la giornata che ha ospitato l’Experience Hendrix Tour, uno show itinerante che celebra i 40 anni dalla scomparsa del grandissimo chitarrista di Seattle alternando amici, colleghi o talentuosi evocatori del suo stile rock-blues.

 

Ed è così che abbiamo visto avvicendarsi sul palco della Villa Reale una serie di chitarristi davvero impressionante, che ha saputo mantenere alta la tensione e l’intensità della serata. Iniziano i giovanissimi Wet Blues Feelings, comaschi di nascita ed hendrixiani per vocazione, anch’essi provenienti dal Contest ed ennesima promettente blues band lanciata in questo Festival.

Segue il raffinato cantautore californiano Dirk Hamilton in duo con Roberto Formignani della storica formazione The Bluesmen, un momento di intimismo blues delicato e malinconico. Improvvisamente divampa un “incendio sonoro” non appena mette i piedi sul palco Sonny Landreth, l’immenso chitarrista slide, colui che nella vita ha duettato con tutti i più grandi, da Clapton a Knopfler.

Accompagnato solo da basso e batteria, il guitar-hero della Louisiana scarica energia ad altissimo voltaggio su un pubblico prima impietrito e poi caricato da tanta tensione creativa. Uli Jon Roth, chitarrista degli Scorpions, compare a tratti in scena e duetta con chiunque, come a fare da collante, come a ricordare a tutti che il blues è partecipazione e condivisione.

Chiude un altro big, Mick Taylor, che dopo la sbornia rock’n’roll degli anni Settanta con i Rolling Stones ha deciso molti anni fa di ripercorrere le vie del blues in solitudine, diventando a tutti gli effetti un autore e interprete di primo piano. Una serata memorabile. Il sole caldo di questo luglio brianzolo è tramontato, la notte è scura e la gente torna a casa con passo lento.

Non so che conclusioni trarranno gli organizzatori, ma sono certo di una cosa: che tutta questa gente non solo si è divertita, non solo ha passato delle belle serate, non solo ha assistito a un ottimo intrattenimento, c’è di più. Il Blues parla molte lingue, attraversa le generazioni e travalica i confini; non è musica di moda e non è particolarmente commerciale. Però non smette mai di raccontare la vita, anche nei suoi aspetti più crudi, non smette di gridare, di domandare e di parlare alla parte profonda dell’uomo. Come ha detto Van Morrison "ascoltare il blues mi ha cambiato la vita".

(Stefano Rizza)

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