MILANO JAZZIN’ FESTIVAL/ Paolo Nutini, un italo-scozzese tra Bob Marley e Van Morrison

- Paolo Vites

Largo ai giovani. Il “Milano Jazzin’ Festival” dedica uno dei suoi ultimi appuntamenti a due promesse: Florence and the Machine e Paolo Nutini. L’italo-scozzese, però, è già una certezza. La recensione live di PAOLO VITES

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PAOLO NUTINI – MILANO JAZZIN’ FESTIVAL – Largo ai giovani. Il “Milano Jazzin’ Festival” dedica uno dei suoi ultimi appuntamenti, di un cartellone che quest’estate ha avuto pochi paragoni tra i festival italiani come ricchezza e varietà, a due promesse.

Entrambe provenienti dalla terra d’Albione, entrambe poco più che ventenni. Apre la serata del 21 luglio  Florence and the Machine, nome complicato per l’affascinante Florence Welch e la sua band. Amatissima tra i giovani inglesi e non solo come dimostra l’affetto di una buona fetta del pubblico presente questa sera all’Arena Civica di Milano. Florence però dal vivo non esalta più di tanto.

Il sound è quello abbastanza scontato di un indie rock caricato di beat dance e la sua voce non impressiona, nonostante la simpatia e il buon carisma sfoggiato sul palco. Cosa poi ci faccia un’arpista insieme a lei e al resto dei Machine, è tutto da capire visto che è praticamente impossibile distinguerne una nota nel sound denso e dance-rock del gruppo. Il suo set scorre via fin troppo lungo.

Piuttosto macchinoso è anche il cambio degli strumenti sul palco, unica nota negativa (di un festival peraltro sempre all’altezza (aggiungiamo però anche i due soli stand di birra per un pubblico che stasera si aggira sulle 5.000 presenze. Il caldo torrido spinge la gente a file disumane per un bicchiere – caldo – di birra. Non va bene, ne prendano nota gli organizzatori).

Dopo di lei, ecco Paolo Nutini, ragazzo scozzese di famiglia evidentemente italiana, toscana per la precisione. È stato in Italia solo l’inverno scorso e la gente è tornata in massa per rivederlo. Il suo show comincia con calde vibrazioni caraibiche, quella Giamaica che a Londra e in Inghilterra in generale ha messo radici profonde da decenni. Con una band di livello impreziosita da una sezione fiati, un sound vintage puramente anni Settanta, i primi brani comunicano una gioiosità reggae in cui la voce nera, nerissima, di Nutini non può che ricordare quella di Bob Marley.

È uno squarcio di Brixton, il quartiere giamaicano di Londra, ed è un gran bel sentire. La prima parte del concerto si adagia poi su straordinari sentimenti folk, che Paolo Nutini sa interpretare in maniera magistrale anche quelli, ad esempio nella bellissima Worried Man, che prende ispirazione da un brano storico della Carter Family americana, quella famiglia musicale che negli anni Trenta inventò la moderna canzone folk d’autore, per adattarsi ai sentimenti di un giovane del Terzo Millennio.

Da solo, con la chitarra acustica, Nutini sa tenere perfettamente il palco così come quando è circondato dalla sua band, segno di una ricchezza di possibilità sonore che il cantante sfoggia con consumata abilità, nonostante la giovane età.

La seconda parte dello show è invece un’esaltante cavalcata nel meglio della grande lezione R&B e soul afroamericana. Nei brani lenti si raggiunge l’intensità di un Otis Redding, quello più romantico e sensuale (ad esempio in No Other Way), in quelli più scatenati quella del giovane Van The Lion Morrison.

 

 

Sono brani come l’irresistibile Down in Mexico, la sarabanda gioiosa di Pencil Full of Lead che sa di New Orleans e dixieland, il crescendo soul e gospel di Candy che rapiscono un pubblico che balla divertito in platea e in tribuna.

La voce di Paolo Nutini, scura, scurissima, come quella di un cinquantenne che abbia passato la sua vita tra sigarette e bottiglie di Bourbon è esaltante. La compattezza di una soul band come quella che lo accompagna è cosa rarissima oggigiorno. Fa specie pensare che  mentre i neri americani si limitano allo stereotipato hip-hop che ormai non ha più nulla da dire, siano dei ragazzi scozzesi di origine italiana a rispolverare il meglio della black music e a tenerne viva l’esaltante tradizione.

Con un finale a sorpresa e da pelle d’oca, quando Nutini da solo sul palco con la sua chitarra acustica, dedica l’ultimo brano a Milano. È Caruso, di Lucio Dalla, in un’interpretazione che lascia a bocca aperta tutti quanti. Sentiremo parlare di questo ragazzo italo-scozzese molto, molto a lungo.

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