DE GREGORI/ “Pubs and Clubs Tour”: come si fa a vivere senza musica?

- Paolo Vites

Francesco De Gregori ha dato il via al “Pubs and Clubs Tour”: concerti diversi in situazioni intime. PAOLO VITES è andato a vedere la data di Cortemaggiore e ce la racconta

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Francesco De Gregori in concerto

«Hai sentito cosa ha detto Ivano Fossati? Lascia la musica, ha detto che non si può vivere senza il mare». Francesco De Gregori, che con Fossati condivide un percorso lungo (hanno lavorato anche insieme a un disco di De Gregori stesso) si fa pensieroso, piega il capo: «Non so, può darsi, il mare  è importante». Poi tira su la testa, lo sguardo e la voce decisi: «E io ti dico: come si fa a vivere senza la musica?».

Hanno la stessa età, Ivano Fossati e Francesco De Gregori, sessant’anni, l’età in cui – ormai non più, che in pensione chi può permettersi di andare – si è pronti per il “buon ritiro”. Uno ha scelto di smettere, l’altro proprio non ci pensa lontanamente. E’ la sua vita, De Gregori respira musica e palcoscenici da quando di anni non ne aveva manco 20 e a rivederlo, ancora una volta su quel palcoscenico, capisci perché. Si diverte come un matto, ha un sacco di storie da raccontare e la voglia di farlo.

In un momento in cui tanti vecchi guerrieri della musica italiana sembrano arrendersi, vedi quanto ha detto poco tempo fa anche Vasco Rossi, c’è chi ha chiaro che la domanda è sempre aperta: come si fa a vivere senza musica? Lo diceva anche un vecchio adagio del rock’n’roll degli anni Cinquanta: non mi toglierò mai le mie scarpe da rock’n’roll.

Non è un mestiere, del tipo timbra il cartellino, è la vita stessa, e alla vita non si può dire di no. Al Fillmore, un vecchio ex cinema della provincia di Piacenza, tra antiche chiese e fattorie di campagna, fa tappa il nuovo Pubs and  Clubs Tour di Francesco De Gregori, concerti in piccoli locali (1200 persone, tutto esaurito) che dopo i fasti e i teatri di lusso del lungo tour in coppia con Lucio Dalla, lo riporta a vedere negli occhi i suoi fan, che si appoggiano alle assi del palcoscenico vicino a lui. “E’ così che ho cominciato” commenta De Gregori “anzi in posti ancora più piccoli, come il Folkstudio di Roma. La mia prima vera tournée, poi, poco dopo l’uscita del disco Rimmel, fu nelle balere, che credo oggi non esistano neanche più. Questa dei locali a dimensioni ridotte è una delle dimensioni più autentiche per vivere la musica, sia per chi suona che per chi viene ad ascoltare il concerto”.

Tour dopo tour, De Gregori è sempre sulla strada. Da dove ci troviamo noi, nel minuscolo retro palco, un camerino dove si fatica a starci in due, anche abbastanza trasandato con scritte balorde sui muri, viene da pensare: qua va bene per chi è a inizio carriera, non per uno che ha riempito stadi e palazzetti dello sport da quasi quarant’anni. A De Gregori invece va bene anche così, l’importante è suonare. E’ una star, ma non si comporta da star, sia sul palco che fuori dal palco. La porta del suo camerino è aperta agli amici, una bottiglia di vino rosso da condividere, i racconti della vita, una band straordinaria che lo aspetta come si aspetta un comandante, pronta ad entusiasmarsi con lui.

Con l’aggiunta della bravissima Elena Cirillo al violino ma anche alla seconda voce, questa band è probabilmente la miglior formazione rock oggi esistente in Italia. In un paese come il nostro dove fare musica rock, il che significa fare musica americana, è sempre stato nel miglior dei casi imitazione, questa band ha invece assimilato l’essenza di uno spirito, di una dimensione impalpabile evitando la piaggeria. Trascendendo qualcosa che non ci appartiene Francesco De Gregori e i suoi si muovono perfettamente a loro agio  in un vocabolario musicale che appare e scompare dentro alle canzoni stesse, citazioni che emergono a dire di una passione profonda. Il concerto vive così momenti e sussulti differenti che la dimensione ridotta del locale amplifica ed esalta: dall’inizio tenue, sussurrato di una Generale pregna di emozioni, dove il violino nuovo arrivato dona un respiro profondo, ai ritmi scatenati di un rock che deborda dalla dimensione garage – perfetta per i club – a sentimenti pregni di blues oltreoceano: è il caso de L’agnello di Dio, Pezzi, Tempo reale, Il panorama di Betlemme. Stupisce ancora una volta, ma non è una novità per De Gregori, la voglia e la capacità di dare dimensioni nuove, a tratti estreme come la rilettura del super classico Rimmel che inizia per sola voce e ukulele per debordare in un reggae ad alta tensione. I fan, sembra di capire, apprezzano.

Non mancano le citazioni dylaniane, sempre più presenti nel repertorio del cantautore romano: Buonanotte fiorellino ad esempio è costruita sulla scrittura musicale di Rainy Day Women di Bob Dylan mentre Non dirle che è così viene introdotta con queste parole: “Una canzone di Bob Dylan che ho tradotto e che Bob Dylan ha inserito in un suo film”. Magia purissima. Un concerto che passa in rassegna pagine meno eclatanti ma ugualmente belle, come Gambadilegno a Parigi, Bellamore e La casa, così come i grandi classici, Non c’è niente da capire a ritmo country-rock e Alice dove ci si stupisce della capacità del suo autore di trovare ancora nuovi risvolti melodici  per nulla stucchevoli, anzi, a un brano che è un classico della canzone italiana da quasi quarant’anni. Fino alla sorpresa finale: A chi, il famoso pezzo portato al successo da Fausto Leali e che diventa un torrido blues sudista con una interpretazione vocale impressionante. Al termine di una serata così, dove appare evidente che si è assistito a una testimonianza di appartenenza a un qualcosa che va “oltre”, la domanda è inevitabile: ma come si fa a vivere senza la musica? No, non è possibile.

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