WILCO/ Se il rock di “The whole love” riesce a svegliare anche Basilea

- La Redazione

I Wilco hanno snobbato l’Italia nell’ultimo giro di concerti europei. RAFFAELE CONCOLLATO è andato a vederli a Basilea, in Svizzera, e ci racconta la loro performance

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Jeff Tweedy, foto di Paolo Brillo

Basilea, Basel, come la chiamano in svizzero/germanico, è una città che devi attraversare come successo al sottoscritto per andare in Francia del nord (al festival Eurockeennes di Belfort) o in Germania (a Francoforte). La si taglia tutta, ci sono sempre i lavori in corso e se arrivi in orario di fine turno non ti passa più.
Prima di questo viaggio nei miei ricordi era un posto grigio, scomodo e tortuoso. Ma i Wilco e l’amore/follia per la loro musica, ci hanno portati a trecento chilometri da casa per scoprire che Basilea è bella, comoda e soprattutto piena di vita. Complice anche il Luna Park in pieno centro ci sono dappertutto facce giovani, giovanissime e nonostante la pioggia ci sono le giostre gremite di persone e l’odore di wurstel e crauti ti fa capire che la Germania, più che la Francia, non è che a qualche chilometro. Il Kaserme, ex caserma, è qui a pochi passi dal centro, a bordo Reno.

È enorme da fuori. È diviso in un ampio pub/birreria e una sala concerti che non sembra poter tenere più di mille persone. La perfezione della vicina piazza e la quasi fastidiosa pulizia degli arredi si scontra subito con la cocciutaggine dei popoli del nord: su una delle due porte d’ingresso al locale ci sono dei cartelli con incomprensibili scritte in tedesco. La nostra ignoranza e la pigrizia di chi non ha scritto neanche la traduzione in inglese ci fa mettere in fila all’ingresso sbagliato e perdere le prime posizioni.

Una volta dentro (dopo un’ordinatissima fila per carità) ci si rende conto di non essere nel Bel Paese. Gli spettatori si accalcano subito ai due banconi laterali e pensano a prendersi da bere più che a conquistarsi le prime file che noi raggiungiamo con una facilità irreale. In questa tournée europea (che esclude l’Italia, ma i Wilco saranno a Milano a marzo del prossimo anno) i concerti del gruppo di Chicago vengono aperti dalla new sensation Jonathan Wilson. Il suo album “Gentle Spirit” ha fatto tornare in mente a molti gli spettri musicali del passato e annoiato altri. Il “ragazzo dalle belle speranze” sale sul palco con quattro compagni più l’ospite Pat Sansone (tastiere, chitarra e altro nei Wilco) che lo aiuta nei cori e alla “seicorde”.

La voce non si sente granché bene e le canzoni ne risentono. Jonathan sicuramente ha del talento, ma sinceramente lo spreca ripetendo gli stilemi classici del folk-rock senza troppa fantasia: il guizzo c’e’ per quella Valley Of The Silver Moon dove il gruppo riesce a sfogarsi in assoli e tirate veramente sorprendenti. Dopo una buona mezz’ora di cambio palco entrano i Wilco, Jeff vestito in modo discutibile: ingrassato, giacca blu a quadri e cappello marrone “tipo Zucchero” (scoprirò poi che è effettivamente il suo abito di scena di questo tour), ma che importa? Nelle prime file un nutrito gruppo di italiani, neanche ci fosse un ragazzo del New Jersey sul palco.

Prima dell’inizio scopro che tanti sono curiosi di sentire i brani del bel “The whole love” live, come dar loro torto? Infatti siamo subito accontentati, si parte con “Dawned on Me” e “I Might” due episodi che permettono già a tutti nella band di esaltare le loro individualità segnando già il passo di quello che sarà un concerto molto meno curato ma più diretto e aggressivo rispetto a quelli visti negli ultimi anni. 

Poi tocca a “I Am Trying to Break Your Heart” dove ci scopriamo tutti a cantare “What was I thinking when I said hello?” e a “One Wing” dal grandioso disco ‘del cammello’. I brani si susseguono senza soluzione di continuità, pescati qui e là dagli album dove spiccano la nuova “Born Alone” e una “Jesus Etc” da manuale. Il regalo ai più esigenti di “Country Disappeared” è l’immancabile “Impossible Germany”, con il solito assolo da maestro di Nels Cline che questa volta non cerca di impressionare con la sua tecnica, ma con la potenza del suono. La seguente “One Sunday Morning” è l’apice dell’esibizione: come nel disco la si vorrebbe infinita, ma non si può e tra le lacrime parte “Poor Places” e poi quella botta di elettronica che è “Art of Almost” con i suoi campionamenti riesce a far saltare anche i piedi più freddi inondando di suoni veri e registrati stendendoci con il turbinio finale che fa uscire per la prima volta il gruppo dal palco.

Pochi minuti dopo ”Via Chicago” e “Forget the Flowers” scorrono via veloci per lasciar spazio a “Theologians” che con il suo cadenzare allegro fa andare via tutta la stanchezza accumulata tra pioggia, strada e calore che ormai si sente in questo locale/capannone gremito di tutte le 1000 persone che può contenere. La tripletta “War on War”,“Shot in the Arm” e “Heavy Metal Drummer” lascia di nuovo stesi tutti sul terreno ad agonizzare per un concerto che non si vorrebbe finisse mai.

E’ questo che si prova dopo ogni loro concerto, si ha sempre la sensazione di aver perso qualcosa. I loro brani, anche i più semplici, sono sempre stratificati e non si può rimanere inerti, c’e’ sempre qualcosa di intrigante e curioso. L’ennesima dimostrazione dell’eccletticità dei Wilco è passata di qui, dalla Svizzera quasi Germania travolgendoci con piacere: folk ballad, elettronica, rock, assoli lancinanti. Non si po’ pensare a un gruppo più valido e completo e ancora una volta appagante. A Marzo saranno a Milano e a Bologna, appuntamenti ovviamente da non perdere.

(Raffaele Concollato)

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