LOW/ Quella bellezza che viene da Nord

- La Redazione

La Milano della sera del 28 novembre per gli appassionati di musica si presentava con ben tre appuntamenti che solo alcuni anni fa sarebbero stati RAFFAELE CONCOLLATO

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Il concerto dei Low

Per gli appassionati di musica il 28 novembre Milano si presentava con tre appuntamenti che solo alcuni anni fa sarebbero stati impensabili: Noel Gallagher all’Alcatraz, Smashing Pumpkins al Forum di Assago e i Low ai Magazzini Generali. Niente male.
Dieci anni fa non avrei avuto dubbi: Smashing Pumpkins. Oggi, sarà l’età o che mi sono stufato della ribollita, non ho incertezze sulla scelta: Low from Duluth, Minnesota.

I tre arrivano da lassù dove 70 anni prima nasceva un certo Robert Zimmermann. Ma questo non conta. I Low hanno una loro strada e una loro storia, legata a quel posto sì, ma “they are the other kind”. L’ultimo lavoro del terzetto, “C’mon”, si è dimostrato convincente fin dal primo istante. I coniugi Alan Sparhawk e Mimi Parker (chitarra e batteria suonata in piedi e voci) con il bassista Steve Garrington creano delle atmosfere profonde ed emozionanti a cui oltreoceano hanno dato un nome: slow-core. A loro non piace, ma rende l’idea.

Un assaggio live chi scrive lo aveva  avuto nella quarantina di minuti dello showcase al SXSW di Austin in una suggestiva chiesa presbiteriana seduto su delle panche di legno. Come nel film Blues Brothers, una chiesa diversa, ma la stessa folgorazione. Iniziano la serata i pavesi Emily Plays, fra le band di punta dell’indie propongono un set orientato verso un indie-pop molto personale. Il cantato, a volte spezzato, di Sara Poma e i noise di Luca Nicoli creano un’atmosfera molto suggestiva. Ottima scelta per aprire il main event.

Alle 22 circa salgono sul palco i tre Low. Essenziale la strumentazione, Alan alla fine userà due chitarre, sufficienti per tirare fuori tutto quello che serve per emozionare. Non siamo affatto pochi, il locale è per tre quarti pieno e il silenzio che avvolge la prima canzone, “Lazy” è talmente surreale, tanto che si sente un urlo: è il ragazzo dietro di me. È un urlo liberatorio dicendo poi alla sua ragazza che lo zittisce: “Ma siamo a teatro?”. A teatro no, ma non sarebbe poi tanto male poter ascoltare la sequenza da brividi I “See everything”, “Monkey”, “Witches”, “Especially me” con un’acustica adeguata.

I coniugi Sparhawk  incrociano e compensano le loro voci alla perfezione, l’unico pezzo non riuscito è quella “Try to sleep” che di “C’mon” era il singolo, che proprio non ingrana, ma non fa nulla. Si passa a “Violent Past” dove il basso di Steve sostiene tutto il pezzo che sicuramente un certo canadese da Winnipeg (Neil Young) apprezzerebbe. 

Dopo la sequenza di cui ho detto prima, apice della serata, si passa alla corale “Done” eterea e sognante e a “The edge of core” più aggressiva che su disco. Alla fine del brano finalmente Alan parla al pubblico dicendo, con sguardo inquisitore: “Mi ricordo di tutti voi… prima che cominciassimo a parlare!” scoppiando a ridere. Il finale prima dei bis si snoda tra la cupa, cupissima “Majesty/Magic” e la potente “Breaker” finendo in una “Nothing but heart” essenziale e diretta che con il suo crescendo e il suo mantra infinito potrebbe non terminare mai.

Il primo bis, dopo un continuo battito di mani, è “Sunflower” bella fino alle lacrime, vale tutto il concerto. Il finale è lasciato a “Laser beam” dove Mimi sfoggia una voce solida e solenne. Si esce commossi dalla profondità di ciò che si è sentito. Evidentemente un certo stile, certi suoni e certi umori possono provenire solo dal nord, quel nord che per dieci mesi all’anno costringe a sopravvivere.

I Low ci fanno sentire tutto il peso e la bellezza di una terra dura, ma evidentemente non povera di speranze e di cuore.

(Raffaele Concollato)

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