NABUCCO/ Verdi e il “Va pensiero” nelle mani di Muti, nel 150° dell’Unità d’Italia

- Giuseppe Pennisi

Nabucco, icona del Risorgimento, è diventata popolare soltanto dal 1933-34. Per questo è stata scelta come opera per le celebrazioni del 150° dell’Unità. La recensione GIUSEPPE PENNISI

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Nabucco a Roma con il Maestro Muti e Leo Nucci

“Nabucco” è un’icona del Risorgimento, diventata popolare però soltanto nel 1933. Per questo è stata scelta come opera per le celebrazioni, a Roma, del centocinquantenario dell’Unità d’Italia.

Nella capitale è in scena dal 12 al 24 marzo; la serata del 17 marzo sarà presenziata dal Capo dello Stato e allo spettacolo saranno invitate autorità italiane e straniere. Il pomeriggio del 21 marzo, il complesso del Teatro dell’Opera offrirà un concerto alla Camera dei Deputati dove non mancheranno parti di “Nabucco”. La produzione, infine, andrà in forma di concerto il 27 marzo a San Pietroburgo al “Mariinskiy”.

Per l’occasione, ci si è affidati alla direzione musicale di Riccardo Muti, alla regia di Jean-Paul Scarpitta e a un cast in cui un veterano (Leo Nucci) è affiancato da molti esordienti.

Enorme successo alla Prima (con “Va pensiero” bissato da coro e da pubblico all’unisono)  in cui sia il Sindaco di Roma, Gianni Alemanno, che Riccardo Muti (oltre al loggione e ai suoi volantini) hanno lanciato appelli contro la riduzione della spesa pubblica per la cultura, e per l’opera in generale.

Su “Nabucco” grava una leggenda: deluso dall’insuccesso della sua prima opera comica (“Un giorno di regno”) e, soprattutto, psicologicamente distrutto dalla morte della moglie e dei due figli bambini, Verdi avrebbe deciso di buttare la spugna e fare un altro mestiere, ma il suo editore Ricordi gli fece trovare, quasi per caso, il libretto di “Nabucco” aperto sulla pagina del coro “Va pensiero”; patriotticamente, il compositore sarebbe stato acceso di sacro fuoco e avrebbe ri-cominciato la carriera.

In effetti, Verdi era sì disperato per le tragedie familiari e professionali che lo colpivano in quegli anni (ne aveva 27-28 di età), ma, da leale suddito del Granducato di Parma e Piacenza, poco aveva a che fare con le tensioni risorgimentali e i movimenti carbonari già nell’aria a Milano. Aveva un dramma più intimo: vacillava quella Fede che lo aveva accompagnato sin da quando suonava l’organo nella Chiesa di Busseto.

In effetti, non fu tanto “Va pensiero” (coro che peraltro passò del tutto inosservato alla prima alla Scala il 9 marzo 1842) quando quello conclusivo “Immenso Jehova” (bissato al debutto alla Scala) a scaldare i cuori.

Nello scombinato libretto di Temistocle Solera (lui sì patriota, ma anche libertino, politicante, cospiratore e antiquario fallito), tutti perdono la Fede (e più o meno la ritrovano): la principessa assira Fenena si converte all’ebraismo, Zaccaria gran sacerdote degli ebrei minaccia di accoltellare la figlia del Re assiro, questi impazzisce e, quando rinsavisce, distrugge la statua del Dio dei suoi avi e si piega a quello degli ebrei (senza, però, convertirsi e restando, quindi, in un limbo), la protagonista Abigaille ha un solo nume – il potere politico assoluto – e conosce una sola strada – il tradimento di tutto e di tutti (anche di sé medesima). 

Durante le prove dell’opera, ricordiamolo, Verdi incontrò la donna della propria vita , la “ateissima” (si definiva proprio così) Giuseppina Strepponi, con cui visse “in peccato” (e venne fortemente stigmatizzato nella stessa comunità artistico-intellettuale milanese, tutt’altro che liberale anche quando si professava tale)  per diversi anni prima di giungere al matrimonio.
Di norma gli allestimenti di “Nabucco” non colgono questo aspetto e pongono l’accento su tensioni risorgimentali in un contesto da film in costume babilonese Anni Cinquanta.

Data l’occasione, in questa produzione non mancano pulsioni di libertà contro la tirannide e di ricerca della “Patria sì bella e perduta” ma uno dei meriti di Jean-Paul Scarpitta (autore di scene e regia), di Maurizio Millenoti (costumi) e di Urs Schönebaum (luci) è quello di mettere l’accento sul dramma psicologico-religioso al centro dell’opera. Per le quattro parti (sette quadri), saggiamente rappresentati con due soli intervalli, viene utilizzato un unico impianto scenico – un fondale alla Gustavo Doré – con costumi in gran misura in bianco e nero e un’azione stilizzata. Niente di colossale alla Hollywood ma efficace e tale da dare risalto agli aspetti più intimi del lavoro.

Scarpitta ha operato di stretta intesa con Riccardo Muti, a cui si deve , in parte, la rinascita dell’opera in una controversa ma memorabile edizione del 1977 a Firenze. Dal golfo mistico, il maestro concertato ha dato una lettura appassionata ed appassionante dell’opera, con una grande vitalità ritmica ed un impiego dinamico del coro che, guidato da Roberto Gabbiani, assurge e vero protagonista vocale dell’opera. A 70 anni circa, Leo Nucci regge bene la parte grazie a maestria tecnica. Due giovani scoperte di rilievo: l’ungherese Csilla Boross nel ruolo impervio di Abigaille e l’ucraino Dmitry  Beloselskiy in quello di Zaccaria. Tutte le repliche romane sono esaurite, ma la televisione porterà l’evento nelle case di tutti.

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