SANREMO 2013/ Il vero vincitore? Daniel Harding. Secondo Wagner e terzo Verdi

- La Redazione

Concluso il 63esimo festival di Sanremo, proviamo a trarre un bilancio della finalissima. Ci prova BARBARA DARDANELLI che decreta come il vero  vincitore sia…

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E così anche quest’anno il festival di Sanremo è finito, perché se è una certezza che come tutte le feste comandate arriva puntuale ogni anno, è anche vero che come tutte le feste a un certo punto, e per fortuna, se ne va, finisce. 

Senza non lasciarsi indietro però una coda di programmi e programmini che continueranno a parlarne almeno per una settimana, impalcando polemiche studiate ad arte, come si studia una strategia marketing. Comunque tirando le somme di questa edizione, si può dire che ha vinto la sobrietà, la misura e la qualità.

Qualità musicale e spettacolare, nonostante qualche caduta di stile, che purtroppo a Sanremo risulta essere ancora un male necessario per accattivare quella parte di pubblico che più che al perbenista Fazio, è abituato alle baracconate di Barbara D’Urso.

Dal punto di vista delle canzoni, questa è stata un’edizione interessante da più punti di vista, anche se sicuramente da qua non uscirà nessuna canzone capolavoro, di quelle che rimarranno negli anni e che tra venti canticchieremo ancora e neanche uscirà un nuovo talento capace di stregare e cambiare, anche se di poco, il modo di fare musica in Italia. La cosa positiva è che finalmente in questa edizione si è cercato di stoppare un meccanismo che stava fossilizzando la gara, facendo uno sforzo di proiettarsi se non nel futuro, almeno nel presente della musica italiana, proponendo la più ampia scelta possibile. Insomma un festival democratico, sotto tutti i punti di vista, che non si è sentito però del tutto  di rottamare le vecchie glorie, invitandole comunque a salire sul palco fuori gara, come a dire che non è più tempo, però si deve comunque del rispetto a chi ha fatto, nel bene e nel male, la storia del festival di Sanremo.

L’ultima serata del festival è stata in assoluto quella più sotto tono di tutte. Io credo che a fronte di questo sia necessaria un ulteriore revisione che riguarda la durata della kermesse. Cinque giorni sono davvero troppi, in tempi di crisi come questi, riuscire a risparmiare anche eliminando qualche serata non sarebbe stato male. Anche perché il pubblico dopo un po’ si stanca, lo dimostra il calo fisiologico di auditel della quarta serata e poi anche la qualità ne risente, dote che in questa edizione era stata presa come pietra angolare su cui costruire ogni serata.

Fazio, dopo una breve parentesi di simpatia il giorno di San Valentino, è ripiombato nel ruolo del maestrino annoiato, più impegnato a imbrigliare che a lasciare andare i guizzi e gli spunti di terzi, perché certo da lui di guizzi non ne arrivano. Tutto sommato però ha fatto il suo dovere, ha recitato la parte del presentatore tradizionale, l’avesse fatto con un po’ più d’entusiasmo sarebbe stato meglio. La Littizzetto nell’ultima serata è stata veramente l’unica che è riuscita a salvare la kermesse dalla noia mortale in cui a momenti sprofondava. La sua uscita vestita da farfalla è stata esilarante, prendere in giro, attraverso il prendersi in giro, è dote davvero tutta sua. Carino anche il monologo dove si sottolineava la differenza tra l’essere belli e l’essere fighi e che culminava in un elenco di nomi di persone “fighe” che andava dalla Montalcini a Tina Pica, da Bartali a Pertini.

Peccato davvero per gli ospiti, che fino alla penultima puntata avevano raggiunto una qualità inaspettata per il Festival. L’ultima serata invece si è sentito un vuoto cosmico, mancava il vero nome e sopratutto mancava l’emozione. L’unico veramente degno di nota è stato il giovane direttore d’orchestra Daniel Harding, che ha aperto il Festival con gli omaggi a Wagner e Verdi, di cui ricorre il bicentenario. Bravissimo anche a spiegare come nella musica davvero non ci siano barriere e che le persone devono riappropriarsi di questa come patrimonio culturale imprescindibile. Peccato che l’orchestra che aveva a disposizione forse non era all’altezza, chissà se complice la precarietà di cui in un secondo momento si è fatta portavoce la Littizzetto leggendo pubblicamente una lettera scritta proprio dall’Orchestra Sinfonica di Sanremo, che dichiarava la situazione pessima in cui versa a causa di scelte sbagliate da parte della politica. Lutz Forster del corpo di ballo della grandissima Pina Baush, non ha sconvolto più di tanto. Certo è che far entrare certi nomi all’interno di una manifestazione nazional popolare come Sanremo, non può altro che essere un bene, che i giovani imparino che quando si parla di danza non ci sono solo Garrison o la Celentano. I due ospiti  che per tutta la serata si sono alternati sul palco la conduzione del duo Fazio-Littizzetto, sono stati la pluri pagata modella Bianca Balti e il pilone della nazionale di rugby Martin Castrogiovanni. La prima bellissima, ma davvero imbarazzata e nervosa, non faceva che ridere senza motivo, è riuscita anche ad inciampare, per fortuna la Littizzetto come al solito è riuscita a trasformare la tragedia in un momento simpatico. Castrogiovanni invece si è dimostrato veramente simpatico, è stato al gioco rispondendo a tono alle battute della Littizzetto, salvo una scivolata grammaticale sul finale. 

Il siparietto dedicato al comico invece è stato affidato a Bisio, assolutamente fuori luogo in una manifestazione come Sanremo. Poco incisivo, quasi imbarazzato all’inizio, non ha affondato il colpo e addirittura ha riproposto un suo vecchio sketch. Bisio fa parte di quella categoria di comici che negli anni non si è saputo rinnovare ed è rimasto  ancorato ad una forma di caberet che ora appare sorpassata. Si riprende un po’ nel finale, ma comunque non entusiasma.

In compenso gli ospiti musicali sono stati un disastro. Forse ci avevano abituato troppo bene nelle sere precedenti. Per quest’ultima puntata invece ci è toccato uno scontatissimo Bocelli, addirittura accompagnato al piano da suo figlio su Love me tender, che ha assolutamente annoiato. Forse ecco, non c’è veramente più voglia di tutta questa autorefernezialità passata, cosa che invece, per nostalgia e colore, va ancora di moda all’estero. 

Bocelli rimane solo un prodotto da esportare, ma troppo pesante ormai da fruire in patria. La seconda ospite musicale è stata Birdy, una ragazza davvero dotata, uscita anche lei da un talent, ma che ha proposto una cover di Bon Iver, non era meglio dunque invitare direttamente lui?

Ma passiamo alla gara. Rapahel Gualazzi: più l’ascolto e più mi sembra che abbia una canzone furbina. Visto gli esordi ci si aspettava qualcosa di più “particolare” da lui. E’ indubbio però che è una di quelle canzoni che ti entrano nelle orecchie, ma che sicuramente

Stancheranno prima di altre. Gli Almamegretta hanno una canzone orecchiabile, questo è sicuramente un pregio per Sanremo. Purtroppo pagano il dazio di  essere sconosciuti alle masse e Raiz di avere una voce che non gorgheggia. 

Il brano di Silvestri rientra nella perfetta tradizione cantautorale, una canzone che non ha bisogno di urlare, di sovra struttere negli arrangiamenti, si regge in piedi da sola. Bella la trovata finale in cui Silvestri e tutta l’orchestra si mettono a parlare nel linguaggio dei sordomuti, una trovata in perfetto stile Daniele Silvestri.

La cosa che disturba in assoluto di più dei Modà, a parte la totale assenza di contenuti, è che Kekko Silvestre, a diffenza di Silvestri, sovraccarica l’interpretazione risultando fastidiosamente pomposo. Simone Cristicchi ha una filastrocca carina, che forse però annoia un po’ e comunque lui continua a stonare, troppo.

Maria Nazionale, con il suo consueto scollo vertiginoso, ha invece una canzone in cui il pathos, la teatralità e il sovraccaricare sono d’obbligo, nel perfetto stile della canzone melodica napoletana.  Annalisa ha la tipica canzone che più l’ascolti e più ti piace, lei è bellina, e ha una certa grazia nel porsi e nel cantare.

Max Gazzè ha una canzone intelligente, che sentiremo molto in radio, sottile nel testo, ma che acchiappa musicalmente, tra Battiato e la Bandabardò.

Chiara non brilla, ma neanche stanca e il pezzo ha il pregio di sembrarti più interessante dopo averlo digerita. Lei non calca la mano e questo è apprezzabile.

I Marta sui Tubi hanno portato un’aria di indipendenza al festival. Il loro risultato dimostra che ancora l’italiano non è pronto, ma questo non vuol dire che non si debba insistere,anzi. Hanno puntato sulla coerenza e solo per questo dovrebbero essere premiati. Malika Ayane vuole fare troppo Mina negli atteggiamenti e la Vanoni nella vocalità. Peccato perché non ne avrebbe davvero bisogno. Il pezzo comunque sarà uno di quelli che sentiremo di più e più a lungo alla radio, Sangiorgi sa come si scrivono tormentoni melodici.

Gli Elii confermano la loro bravura e il loro essere allo stesso tempo ottimi musicisti e meravigliosi intrattenitori. Marco Mengoni ha la Canzone di Sanremo, ovvero quello che la maggior parte del pubblico sanremese vuole sentire: trionfo di archi in ogni dove, una bella vocina, un ritornello ripetuto ossessivamente e orecchiabile, un lentone ineccepibile che nessuno però tra qualche anno ricorderà.

La Molinari ha i vestiti più improponibili del festival, Cincotti esiste solo quando da dietro le si va a strusciare addosso. La finale se la giocano gli scontatissimi Modà e Marco Mengoni, con a sorpresa Elio e Le Storie Tese, che comunque già si porta via il Premio Mia Martini della critica e quello come miglior arrangiamento.

Vince Mengoni, e il sospetto che le dichiarazioni della madre date a un noto giornale di gossip sul fatto che suo figlio fosse caduto in povertà, forse abbiano giocato una piccolo ruolo è inevitabile, tant’è che  oggi sui giornali anche Berlusconi si gioca la stessa carta. Secondi arrivano gli Elii e terzi i Modà. 

La super favorita Chiara non raggiunge il podio, ma comunque, anche qua discografia permettendo, si è tracciato il solco per una carriera tutt’altro che effimera. 

Tutto sommato è andata come doveva andare, comunque ci si è provato e già questo sembra essere un grosso passo in avanti e poi si sa, da oggi, da quando i riflettori si spegneranno, le regole per arrivare saranno altre, ce lo insegna la storia del festival stesso. Rimane solo un enorme quesito irrisolto: ma quelle poltroncine murate sotto il pexiglass a cosa servivano?

(Barbara Dardanelli) 

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