Musulmani e cristiani uniti: a Betlemme il vino della pace/ “Qui sono tutti fratelli”

- Silvana Palazzo

A Betlemme il vino della pace: musulmani e cristiani uniti, lavorano insieme nella cantina Cremisan. “Qui sono tutti fratelli”, spiega l’enologo Riccardo Cotarella

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Betlemme (Foto: Pixabay)

I salesiani hanno trovato un modo per unire popoli divisi da religione e politica. In Palestina hanno costruito una cantina, dove lavorano operai musulmani e cristiani. Insieme producono il “vino della pace”. La cantina Cremisan, nata da un convento costruito nel 1995 a Betlemme, è un luogo di convivenza pacifica. Non mancano le misure di sicurezza, ma sono soft. Il veneziano don Pietro Bianchi racconta al Corriere della Sera di essersi liberato «degli sceriffi con giubbotto anti proiettile che urlavano tutto il giorno». Il clima deve essere sereno per produrre un vino che viene venduto anche a Gerusalemme. Ma viene prodotto anche pane, poi distribuito gratuitamente a 160 famiglie palestinesi. Quello venduto ad altre 100 famiglie viene offerto ad un prezzo irrisorio. Tra i musulmani e cristiani che lavorano nella cantina non c’è razzismo. «Viviamo assieme e vendiamo il vino anche a ristoranti con cucina ebraica», spiega Fadi Batarseh. «Qui sono tutti fratelli, nonostante culture e religioni diverse», assicura l’enologo Riccardo Cotarella.

MUSULMANI E CRISTIANI UNITI: A BETLEMME IL VINO DELLA PACE

Vicino ai checkpoint e le strade blindate, non lontano da città in perenne stato di assedio, la cantina Cremisan archivia il periodo della beneficienza e si trasforma in un’azienda vinicola che vuole conquistare i mercati mondiali. E si pone l’obiettivo puntando su una squadra multireligiosa. La gamma dei vini si chiama Star Bethlehm, stella cometa, «ma senza enfasi religiosa». In Israele le cantine hanno scelto di puntare su vitigni internazionali, quindi si producono Cabernet frana e Sauvignon, invece quella Cremisan punta su due autoctoni, il bianco Dabouki che somiglia al vino siciliano Cataratto e il rosso Baladi, simile all’Aglianico. «Qui la natura è rigogliosa come ai tempi della Bibbia e dei grappoli così grandi da dover essere trasportati con un’asta», racconta don Pietro Bianchi al Corriere della Sera. La sua sfida è far capire che si può convivere in armonia non solo in natura: si possono rispettare tutte le diversità, anche quelle religiose. Considerando quanto è stato fatto dal 1863, anno in cui il missionario ligure don Antonio Belloni cominciò la produzione di vino per aiutare gli orfani della valle, possiamo dire senza paura di sbagliare che questa sfida è stata già vinta.



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