NATALE IN IRAQ/ Sako: per noi è anche la speranza di costruire uno Stato più civile

- int. Louis Raphael Sako

L’Iraq vive una crisi istituzionale e politica molto grave, perché da mesi è senza un governo. “Per noi in Iraq il Natale resta la nostra speranza”

Cristiani perseguitati in Iraq
Cristiani perseguitati in Iraq: la comunità di Erbil (LaPresse)

Le lacrime del Pontefice a Mosul, in mezzo alle macerie di questa città simbolo della violenza inaudita di Daesh, hanno commosso tutto l’Iraq: lo ricorda ancora oggi Louis Raphaël I Sako, patriarca di Babilonia dei Caldei, la più numerosa comunità cristiana irachena, nove mesi dopo la storica visita di Papa Francesco. Una svolta, un momento che nessuno credeva si sarebbe realizzato in un paese che dal 2003 ha vissuto più guerre, l’ultima delle quali segnata dalla ferocia degli islamisti dell’Isis. “Il frutto più grande della sua visita” ci ha detto in questa intervista “è la convivenza pacifica che sta nascendo tra cristiani e membri di altre religioni, come i musulmani”.

Questo nonostante l’Iraq viva una situazione ancor oggi drammatica, soprattutto per la mancanza di un governo centrale stabile: “La gente è scesa in piazza contro la crisi economica che ci colpisce. Noi come Chiesa ci siamo offerti per costruire un dialogo tra autorità e popolazione, purtroppo speravamo tutti che le elezioni di questo autunno fossero il momento per far ripartire il paese, con un governo nuovo, ma i partiti che hanno perso si sono rifiutati di collaborare e siamo ancora senza un governo. Il 21 dicembre ho proclamato una giornata di digiuno e di preghiera perché si risolva questa situazione e anche la televisione nazionale ne ha parlato. È urgente che questa crisi politica finisca”.

A nove mesi dalla visita del Pontefice, quali frutti ha lasciato questa visita?

Il frutto più grande è la convivenza pacifica che stiamo vedendo nascere tra i fratelli cittadini. C’è un cambiamento in atto, per i cristiani, ma anche per chi professa altre religioni. È un percorso lungo, ma è palpabile la percezione che la gente capisce che siamo tutti fratelli e sorelle, qui, oggi, viventi nel presente, non in un domani.

A livello politico invece che cosa ha lasciato il Papa?

A livello politico purtroppo le cose non sono cambiate molto, ma va riconosciuto che anche i politici parlano bene di noi cristiani e ci rispettano.

Lei si è impegnato personalmente per dialogare con il governo, dopo la crisi di due anni fa, quando le manifestazioni popolari hanno obbligato il governo a dimettersi e si sono verificati incidenti violenti.

Sì, io mi sono attivato per incontrare tutte le forze politiche, ma onestamente non riusciamo più a capire quale sarà il nostro futuro. Non si riesce a formare un nuovo governo, nonostante ci siano state elezioni organizzate e tenute bene, in modo onesto. Chi ha perso le elezioni si è rifiutato di riconoscere i vincitori, ma una elezione significa proprio questo: c’è chi vince e c’è chi perde. E chi perde deve collaborare con chi ha vinto per il bene comune del popolo. Siamo chiamati a una grande prova.

Come Chiesa che posizione state prendendo?

L’unica che può prendere un cristiano. Il 21 dicembre ho proclamato una giornata di digiuno e preghiera perché Dio ci faccia uscire da questa crisi. Anche la televisione nazionale ne ha dato notizia, e questa è una gran bella cosa.

A fine anno gli americani hanno annunciato il loro ritiro, mentre piccoli gruppi che si rifanno all’Isis si sono rifatti vivi. Avete paura a restare senza gli americani?

In realtà, neanche gli americani sanno cosa faranno. Alcuni dicono che se ne andranno, altri che resteranno. Dopo quello che è successo in Afghanistan, io credo che rimarranno, c’è paura che succeda la stessa cosa anche qui.

E l’Isis? Fa paura?

Sono piccoli gruppi di miliziani, ma non sono organizzati in una realtà unica. Non si sa davvero chi siano, a chi appartengano, cosa vogliano.

La ricostruzione, tanto voluta dal Papa, continua?

Sì, tanta gente è ritornata nei villaggi distrutti da Daesh, però non sono certi del futuro e hanno ragione. Restano tanti problemi, manca spesso l’elettricità, c’è la corruzione politica. Per ricostruire un futuro ci vuole l’entusiasmo delle persone, ma molti questo entusiasmo lo stanno perdendo. Il Paese ha bisogno di fiducia e stabilità.

Che cosa significa questo Natale per i cristiani iracheni, ma anche per noi occidentali?

La storia dell’Europa si fonda sulla spiritualità e la morale cristiana. L’evento di Cristo ha portato tra gli uomini concezioni nuove come la pace, l’amore, il perdono, pensare al prossimo. Sono tutte cose che nascono dal cristianesimo, senza cristianesimo questi valori vanno perduti.

Valori che valgono anche per i non credenti, è così?

Sì, perché sono i valori che costituiscono l’essenza dell’uomo. Dio diventa uomo, la Parola si incarna perché l’uomo assuma la sua essenza di amore, rispetto, aiuto. Natale significa che Dio ci guarda nascere da Lui, dall’Alto, chiedendo a tutti di guardare onestamente gli altri come fratelli e sorelle. Questa visione cristiana è un’esperienza spirituale interiore che si riflette all’esterno e fa sì che il Natale continui nella storia umana.

E per voi in Iraq?

Pensiamo a quanto dolore c’è nel mondo: la pandemia di Covid, le guerre, la situazione tra Ucraina e Russia ci fanno preoccupare molto. Per noi in Iraq Natale resta la nostra speranza. Questa speranza dovrebbe essere interpretata dagli iracheni “sul campo” attraverso l’autosufficienza piuttosto che dipendere “dall’esterno”. Inoltre, spezzando il settarismo per consolidare la nazionalità irachena e unirsi per mano insieme per costruire uno Stato più civile, uno Stato di cittadinanza, uno Stato di giustizia e diritto, in cui i cittadini possano sperimentare uguaglianza e libertà.

(Paolo Vites)

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