NATALE/ Se non siamo madri o innamorati, per chi viene questo Figlio?

- Corrado Bagnoli

Ecco cosa ci dobbiamo augurare davvero, dicendoci buon Natale ogni anno: di essere madri e innamorati ogni giorno

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William Congdon, Natività 1965 (Foto d'archivio)

Lo sa una madre cosa significhi avere un figlio, cosa voglia dire essere di un figlio. Lo sa da quando ancora non c’è, da quando ancora solamente si annuncia. “Avrai un figlio” le diranno. Ma lei lo sa già: il suo sangue non corre più come prima nelle vene, il suo respiro ha già cominciato a essere due respiri insieme. Ed è impossibile già da quei primi giorni mangiare come prima, alzarsi come prima, lavorare come prima, amare come prima, dormire come prima.

Niente è più come prima. Già da quando si è semplicemente annunciato questo figlio. E poi dopo, quando le mani e i piedi e la testa di quel figlio spostano la sua carne, quando spinge dentro di lei e quasi gli si indovinano gli occhi nella foto che in ospedale gli fanno, nell’ecografia che non aggiunge niente a quello che una madre sa già, che ha sempre saputo da quando il primo giorno si è annunciato: lui è un altro.

Quella vita lì è la vita che cambia a lei la vita già da quando è soltanto un annuncio, una promessa. Lo chiama per nome da quel giorno, anche se non sa se quello sarà davvero il suo nome. E, dandogli un nome, nomina non solo il destino di lui, ma riscrive il suo, ancora prima: figlio della sua carne, fatto della sua carne e altro, quel figlio le dirà dove andare, come andarci. Mica immagini, sogni o sentimenti: le chiederà di vivere l’ora presente per lui; le chiederà di non dormire; di dargli da mangiare, di spendere ogni momento e respiro nella sua custodia perché un giorno possa essere finalmente solo altro. 

Un destino speso nel mondo, vita e morte attaccate insieme che lei, la madre, sa dal primo giorno in cui lui si è manifestato e che lei ha amato. Che lei, cioè, ha aspettato e guardato e sentito come si aspetta, si guarda e si sente la propria vita investita da un altro che ti fa ricominciare la vita. Attesa e venire al mondo di nuovo, cambiamento, natale ogni giorno. Per lei, grazie a lui, grazie al suo essere venuto al mondo, al suo natale.

Lo sa un innamorato cosa significhi avere un amore. Mica immagini, sogni, sentimento: il respiro che cambia già solo sapendo che tra un’ora lei arriverà. Lo sa da quando ancora non c’è, da quando solo si annuncia. “Ti vedrò dopo” gli dice al telefono. E lui lo sa già che il suo sangue non correrà più come prima nelle sue vene; lo sa già che il suo respiro diventerà più largo quando incontrerà lo sguardo di lei. Lo sa già che quando lo sguardo di lei si poserà sulla sua faccia impietrita dalla meraviglia di averla lì con lui, lui sarà trapassato da una luce che lo trasforma, che gli agita nel cuore un desiderio che fino ad allora non aveva conosciuto. Proprio in quel momento sa, anzi, che quel desiderio infinito a cui non sapeva dare un nome ora ha un volto: è carne come la sua, gli sta davanti. Lui adesso sa cosa significhi avere un amore, essere di un amore. Un innamorato sa la felicità: sa finalmente qual era il suo desiderio, sa finalmente che esiste il compimento di quel desiderio. Un destino speso nel mondo, vita e morte attaccate insieme che lui sa dal primo giorno in cui lei è arrivata. Che lui ha aspettato e guardato e sentito come si aspetta, si guarda e si sente la propria vita investita da un altro che ti fa ricominciare la vita. Attesa e venire al mondo di nuovo, cambiamento, natale ogni giorno. Per lui, grazie a lei, grazie al suo essere venuta al mondo, al suo natale.

Noi lo sappiamo cosa significhi avere un figlio, avere un amore, avere ogni giorno un natale, rinascere davvero? Se non siamo madri, se non siamo innamorati, per chi viene questo figlio, questo amore di Dio in questo Natale? Ecco cosa ci dobbiamo augurare davvero, dicendoci buon Natale ogni anno: di essere madri e innamorati ogni giorno. Per noi, grazie a Lui, grazie al suo Natale di oggi e di sempre.

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