IL CASO/ Il piano di Bankitalia per “regalare” l’oro alle banche italiane

- Gianfranco D'Atri

Secondo GIANFRANCO D’ATRI, l’oro di Bankitalia può e deve essere usato per risollevare l’economia in diversi modi, ma a partire da una fondamentale premessa: appartiene agli italiani

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Successivamente al mio intervento su queste pagine lo scorso mese, il dibattito sulle riserve auree di Banca d’Italia si è rianimato, probabilmente anche a causa  del crollo del prezzo dell’oro, che richiama l’attenzione sul ruolo dei mercati e della speculazione nelle vicende dell’economia. Su ilsussidiario.net anche Marco Fortis ha illustrato la proposta Bankoro di Quadro Curzio e Coltorti. L’argomento da loro sviluppato su Il Sole 24 Ore, oltre ad appoggiare l’idea di utilizzare in qualche modo le risorse dormienti, quale l’oro, conferma appieno il mio timore. Attraverso una giusta esigenza – creare nuove fonti di finanziamento – si tenta di raggiungere il più prosaico scopo di far pervenire ancora altri soldi alle banche, e questa volta non solo come finanziamento a tasso di favore, ma direttamente come patrimonio.

In sintesi, si tratta di regalare  almeno 10 miliardi alle banche tramite una partita di giro, che forse sarebbe meglio chiamare gioco delle tre carte: Banca d’Italia crea un Fondo speciale in modo che nel suo bilancio appaia il valore di mercato dell’oro, con questa causale paga delle tasse che il Tesoro gira alla Cassa Depositi e Prestiti, che a questo punto compra le quote detenute dalla banche private in Banca d’Italia, a un prezzo super-rivalutato rispetto a quello di carico storico. Nulla si muove, nessuna ricchezza viene creata, ma Banca Intesa, Unicredit e le altre – come Mps o Carige – gongolano. 

Ovviamente, l’oro può essere impiegato utilmente anche senza questo giro fantasioso, ed è questo l’argomento che dovrebbe essere approfondito. Non si tratta di vendere sul mercato, ma di usare i lingotti come garanzia per titoli di debito speciali, eventualmente finalizzati. Ad esempio,  si possono accelerare i pagamenti della Pa oppure finanziare le imprese. Il World gold council stima che si potrebbero emettere fino a 300 miliardi di titoli a un interesse ridotto.

L’ipotesi originaria di un accordo sovranazionale per emettere gli eurobond si scontra con la necessità di analoghe iniziative da parte degli altri membri, ma stimola la coesione europea. Infine, lasciare le riserve auree inattive, e in mano all’ex Istituto di emissione, avrebbe il solo scopo di tenere aperta o coltivare la concreta ipotesi di uscita dall’euro. Ma la proposta de Il Sole 24 Ore non si dedica a questi aspetti, l’obiettivo è legittimare l’assunzione di provvedimenti che paiono miracolosi: sistemare i conti delle banche, senza costi per nessuno. E il primo quotidiano di economia in Italia, ovviamente, non si sofferma ad analizzare il fatto che questa ricchezza aurea, come stiamo ripetendo da anni, è degli italiani, e solo accidentalmente iscritta nel bilancio della Banca d’Italia, di proprietà ormai privata. 

E anche le eventuali tasse, che lo Stato andrebbe a percepire dalla rivalutazione, non sono “res nullius” e quindi utilizzabili in maniera neutra per finanziare il settore creditizio. Esse fanno parte delle risorse dello Stato che deve occuparsi eventualmente, senza aumentare Imu e Tares, degli ammortizzatori sociali e delle famiglie. Il problema che dobbiamo affrontare, ancor prima di cosa fare dell’oro, è stabilire in maniera inequivoca a chi appartiene – agli italiani! – e, subito dopo, trovare il modo di sistemare nel loro interesse la cassaforte che lo contiene – Banca d’Italia. Ma cogliendo l’occasione, vedrete che il nuovo governo, e i vecchi poteri, troveranno opportuno portare subito a casa un risultato: “Dare alle banche quello che non è delle banche”.







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