FINANZA/ Il “buco nero” dei derivati è una beffa per gli italiani

Ancora non c’è assoluta chiarezza sui contratti derivati che il Tesoro ha stipulato con diverse banche d’affari. GIANFRANCO D’ATRI ci spiega perché rinegoziarli sarebbe un errore

09.05.2015 - Gianfranco D'Atri
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Pier Carlo Padoan (Infophoto)

Solo la trasmissione Report di Milena Gabanelli è stata in grado di far parlare il Ministro Padoan sul tema dei contratti derivati stipulati dal Tesoro, causa di un buco nero – nero, per mancanza di chiarezza – di oltre 60 miliardi nei conti dello Stato. Scrive Il Sole 24 Ore che “i contribuenti hanno pagato una cifra degna di una minifinanziaria per via di operazioni fatte dai gestori del debito senza essere mai state rese note o convalidate da superiori e controllori esterni… In questi posti si sono succeduti Draghi, Siniscalco, Grilli, Amato, Ciampi, Tremonti, Padoa Schioppa… Nessuno di loro si (è) fatto carico delle scelte tecniche”.

Lo stesso giornale aveva riportato in una tabella dettagliata quello che da tempo era emerso: un rosso non ancora contabilizzato di 42 miliardi di euro, grazie alla diluizione temporale, oltre a  17 miliardi pagati negli ultimi tre anni, inclusi i circa 3 miliardi dati a Morgan Stanley, sui quali si sono accesi i riflettori della Magistratura.

Il Ministro però non ha ritenuto di rappresentare la propria posizione nelle aule parlamentari, ma solo in occasione di un incontro con la stampa estera, che probabilmente era allertata sul tema da un articolo di Bloomberg, nel quale l’Italia veniva descritta come la grande perdente in Europa nell’utilizzo dei derivati negli ultimi anni. Padoan ha difeso a spada tratta l’operato della direttrice del Dipartimento del Debito Pubblico, Maria Cannata, che invece era stata mandata all’arrembaggio in Commissione – intervento impietosamente  ritrasmesso da Report – a fornire solo brandelli di verità. 

Le critiche mosse, anche da noi su queste pagine, all’assoluta opacità delle operazioni descritte e alla secretazione dei dati, sono state definite “insopportabili attacchi personali ai dirigenti del Tesoro”. È doveroso quindi ribadire che oggetto degli attacchi sono i vari Ministri, lui incluso, che si sono succeduti nel ruolo senza vigilare su quello che stava avvenendo.

Il racconto da parte di ex funzionari di quanto accadeva nelle trattative con le controparti bancarie ha dell’incredibile: “Ci si presentava a negoziare in due o tre, dall’altra parte del tavolo si trovavano decine di banchieri assistiti da altrettanti studi legali e noi eravamo sempre gli stessi a trattare dalla mattina a notte inoltrata, mentre loro si alternavano mettendo in campo forze fresche”  (Roberto Ulissi, oggi all’Eni). Nel riportare questa dichiarazione, Claudio Gatti de Il Sole 24 Ore lascia trapelare un angosciante dubbio: da una parte banchieri con bonus per ogni punto di margine, dall’altra funzionari dello Stato con stipendi fissi e calmierati.

Ebbene a questi dubbi il Ministro non ha dato risposte, né ha fornito argomenti e dati che permettano di fare chiarezza sul comportamento dei suoi predecessori e degli uffici operativi. Ancora non abbiamo accesso, né noi, né il Parlamento, né le Procure, ai dati analitici e ai contratti stipulati da questi funzionari assonnati e preoccupati di raggiungere fine mese! Anzi, l’obiettivo annunciato del Governo è quello di “rinegoziare” i contratti. Ma rinegoziare significa innanzitutto riconoscere la legittimità dei contratti stipulati, prima ancora di averne analizzato la genesi e la congruità – soprattutto dell’attività di gioco d’azzardo, chiamato vendita di swaption, per 18 miliardi.

Persino il Professor Zingales, ora rappresentante in Eni del Tesoro, suggerisce al Ministro e a Renzi, una maggiore trasparenza, ma ovviamente non rileva la necessità di applicarla al passato. Se alcuni contratti fossero stati sottoscritti in maniera non corretta, andrebbero annullati, non rinegoziati.

La soluzione ipotizzata da Padoan consente invece di chiudere, con un colpo di spugna – magari vantando il risparmio di qualche miliardo – gli errori del passato e di far definitivamente incassare agli operatori finanziari, italiani e stranieri, anche anticipatamente, il frutto di anni di attacchi allo Stato italiano.

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