MEETING/ Ma misi me per l’alto mare aperto: l’incontro sull’Ulisse dantesco

Ulisse, l’eroe omerico al centro del XXVI canto dell’inferno dantesco, è stato al centro dell’incontro delle 11.15 di ieri mattina, in cui si presentava la mostra “Ma misi me per l’alto mare aperto”,

24.08.2010 - La Redazione
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Ulisse, l’eroe omerico al centro del XXVI canto dell’inferno dantesco, è stato al centro dell’incontro delle 11.15 di ieri mattina, in cui si presentava la mostra «Ma misi me per l’alto mare aperto», ospitata nel padiglione A5. L’incontro ha visto come relatori Carmine Di Martino, docente dell’Università statale di Milano, Simone Invernizzi, ideatore di Esperimenti Danteschi nella stessa università e collaboratore nella creazione della mostra riminese ed Emilia Guarnieri, presidente della fondazione Meeting. «Iniziare la giornata con la poesia – sostiene Guarnieri – è un po’ come iniziarla con la preghiera. L’incontro ha lo scopo di delineare lo scopo di questa mostra, che vuole parlare della struttura alta dell’uomo, attraverso il mito di Ulisse, molto spesso interpretato dagli studiosi in maniera non adeguata».

Di Martino e Guarnieri hanno quindi puntualizzato il significato di interpretazione. La poesia vive contemporaneamente alla sua interpretazione che è contestuale alla sua immagine stessa, ha affermato Di Martino. «Interpretare significa entrare dentro alle cose e porsi in verifica di fronte alla realtà; si continua ad interpretare fino a quando non si trova una spiegazione che illustra la realtà in modo ancora più esauriente». L’interpretazione quindi per Di Martino è il contrario del soggettivismo.

Invernizzi ha iniziato la sua spiegazione del mito omerico leggendo un passo tratto da Se questo è un uomo di Primo Levi, che nel momento di disperazione dovuto alle condizioni del lager ricordava il passo del XVI Canto dell’Inferno “fatti non foste a viver come bruti / ma per seguir virtute e canoscenza”. Ulisse è difatti l’esaltazione dell’uomo intelligente, che vuole misurare tutte le cose e arriva così alle soglie del mistero, è l’immagine della ragione che non rinuncia alla sua natura. L’eroe omerico, ha proseguito Invernizzi, è simile alla figura di Icaro che intraprende il “folle volo”; Icaro tenta di fuggire dal labirinto, ma nel “folle volo” la cera delle ali si scioglie per la vicinanza al sole e così lui piomba nel mare. “La cultura dell’antichità voleva ridurre il desiderio, la frase sul tempio di Delfi “Nulla in eccesso”, è indicativa del clima culturale di quel periodo”.

Dante, ricorda Invernizzi, affronterà nel XXVI canto dell’Inferno il tema della morte di Ulisse che non era stato affrontato da Omero. Dante vede in Ulisse un personaggio ricco di ardore, non superbo, né mosso da curiositas, ma la sua è “una sete naturale che mai si sazia”. Le colonne d’Ercole sono il limite contro cui si scontra l’ispirazione del cuore e che dimostrano la coerenza di Ulisse con le proprie esigenze, con la propria natura, nella verità definitiva che il cuore può esistere anche al di là di esse. «Questo mito sancisce la rottura tra la società pagana e la società cristiana», incalza il relatore, perché solo nel cristianesimo il viaggio viene portato a compimento. Nell’ardore di Ulisse può essere visto l’ardore di Dante che faceva dire a Borges «Dante sentiva che Ulisse era lui stesso».

Prendendo le mosse dalla relazione di Invernizzi, Di Martino si è soffermato sulle più note interpretazioni del mito omerico ripreso da Dante. Per alcuni interpreti l’Ulisse dantesco rappresenta un’immagine insuperata della grandezza dell’uomo, del suo irrefrenabile impeto a penetrare nell’ultima profondità delle cose. È lo stesso «volo» che Dante dovrà compiere in tutta la Commedia, e in particolare nel Paradiso, per giungere fino a Dio.

 

Da altri critici invece l’Ulisse di Dante è stato guardato con sospetto. Molti hanno ritenuto che si tratti solo di un superbo ingannatore, un novello Lucifero che, desiderando più del dovuto, avrebbe passato il segno e osato farsi simile a Dio. «Ma così – ha affermato Di Martino – ci si preclude la comprensione dell’Ulisse dantesco, perché si misconosce l’autentica scintilla del muoversi umano».

 

Di Martino, esaminati i diversi punti di vista, passa alla sua tesi: «Non si può vivere senza verità»; nell’ardore di Ulisse Dante intravede una “follia sana”, perché il dinamismo dell’uomo è la ricerca della verità. Lo spunto per questa interpretazione proviene al relatore dal XIV capitolo del Senso Religioso di don Giussani, secondo cui Ulisse veniva presentato da Dante come folle non perché aveva avuto l’ardore di attraversare le colonne d’Ercole, ma perché aveva affrontato quel viaggio con i medesimi strumenti con cui aveva navigato nel Mediterraneo. Ecco perché, conclude il filosofo, la Rivelazione ha bisogno di Ulisse e del suo desiderio smisurato per compiersi come Incarnazione.

 

Al termine Di Martino ha illustrato la mostra, divisa in tre sale, realizzata da circa cinquanta collaboratori. Significativa anche la genesi di questa mostra: è nata come approfondimento dello studio su Dante iniziato con Esperimenti Danteschi all’Università di Milano. Dal febbraio 2005 le aule universitarie infatti ospitano questa iniziativa unica nel suo genere: per quattro mesi, ogni settimana, puntualmente, centinaia di studenti universitari (e non solo) ascoltano attenti lezioni tenute da alcuni tra i più importanti studiosi della Commedia e ripercorrono insieme a Dante il cammino che dalla «selva oscura», «per tutt’i cerchi del dolente regno», attraverso le balze del Purgatorio, conduce fino alle «beate genti».

 

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