NICCOLÒ FABI/ “Io sono l’altro”: la crisi dell’empatia, sulle tracce di Rimbaud

- Paolo Vites

E’ uscito il nuovo singolo di Niccolò Fabi che anticipa il nuovo album, “Io sono l’altro”

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Niccolò Fabi

“Io è un altro” diceva il poeta francese Arthur Rimbaud, facendo riferimento all’allora in voga “poesia soggettiva” (che in realtà esiste da sempre), dove l’autore esprime in modo soggettivo il sentimento del poeta. Essa, nel periodo in cui viveva Rimbaud, era “incentrata sul soggetto e sull’esaltazione del rigore formale del verso; poetica che si fonda sulla celebre teoria de “l’arte per l’arte” per cui l’artista nella creazione deve avere come unico scopo la bellezza e rifuggire l’impegno sociale e politico” (Daniele Baron). Per Baron, “Io è un altro”; Rimbaud la usa allo scopo preciso di uscire dal soggettivismo, dall’idealismo, dal formalismo, nello sforzo, attraverso lo sregolarsi dei sensi, attraverso il confondersi delle normali distinzioni di senso tra parole, colori e suoni, di parlare una lingua nuova che sia adeguata ai tempi mutati”.

L’immagine che abbiamo di noi stessi quasi mai ci gratifica o si avvicina a ciò che vorremmo essere; indagare e alimentare un’altra identità, definire una sorta di straniero all’interno della nostra humanitas sembra allora una scelta riuscita, perché la vita appaia ammissibile e persino avventurosa. Per molti a questo “diverso” viene data la definizione di “personaggio”, io preferirei elevare tale concetto all’identificazione di Poeta” ha scritto invece Angelo Pieroni. Aggiungendo che “Il potenziale dello straniero all’interno di sé,  Rimbaud l’aveva avvertito, padroneggiato, sbandierato attraverso un espediente definito da molti critici geniale e assolutamente innovativo, considerando l’età in cui egli scrisse: l’ideazione del poeta come veggente, la ricerca all’interno di sé, di un “altro” da sé, l’uomo che diviene sovrumano grazie ad una ripetuta e minuziosa decostruzione delle consuetudini sociali e individuali, colui che contempla tutte le forme d’amore, di squilibrio, del male per arrivare a se stesso, all’ignoto della sua anima e possederla…o quantomeno vederla”.

Ci avviciniamo così alla nuova canzone del cantautore romano Niccolò Fabi, che ha diversi punti di contatto con questa concezione non solo del poeta, ma soprattutto dell’essere umano, che anticipa il disco “Tradizioni e tradimento” che uscirà il prossimo 7 ottobre. “Io sono l’altro” invece è già disponibile sulle piattaforme musicali e nell’apposito vide clip in cui lo si vede completamente da solo, in una sorta di nebbioso bianco “e grigio”, muoversi e ballare, come una figura in uno specchio sporco. «Esiste un’espressione “In Lak’ech” che nella cultura Maya non è solo un saluto ma una visione della vita. Può essere tradotta come “io sono un altro te” o “tu sei un altro me”. Che si parta dalla mistica o dalla fisica quantistica si arriva sempre alla conclusione che l’altro è imprescindibile nella nostra vita e che siamo solo particelle di un tutto insondabile. Allora l’empatia diventa non solo un dovere etico, ma l’unica modalità per sopravvivere, l’unica materia che non dovremmo mai dimenticarci di insegnare nelle scuole. Conoscere e praticare i punti di vista degli altri è una grammatica esistenziale, come riuscire ad indossare i loro vestiti, perché sono stati o saranno i nostri in un altro tempo della vita» dice l’artista romano.

Niccolò Fabi è da tempo probabilmente il miglior cantautore della sua generazione. Ha una cultura musicale che pochi possono permettersi (grazie anche alla famiglia: il padre Claudio Fabi è stato discografico e produttore di artisti come Bruno Lauzi, PFM, Alberto Fortis e tanti altri) e una capacità espressiva altrettanto uniche. Difficile catalogarlo, se non che potrebbe essere l’ultimo erede della grande generazione di cantautori degli anni 70, anche se lui usa linguaggi musicali moderni e personali.

Il tema della canzone è la diversità (“Io sono l’altro sono quello che spaventa sono quello che ti dorme nella stanza accanto” intesa come il migrante che ci spaventa, ma anche l’Io che nascondiamo nella dimenticanza quotidiana (“Io sono l’altro puoi trovarmi nello specchio

la tua immagine riflessa, il contrario di te stesso. Io sono l’altro sono l’ombra del tuo corpo sono l’ombra del tuo mondo quello che fa il lavoro sporco al tuo posto”).

C’è una profonda vena di polemica sociale in questa canzone (“Sono quello che ti anticipa al parcheggio e ti ritarda la partenza, (…) sono quello che hanno assunto quando ti hanno licenziato. Quello che dorme sui cartoni alla stazione sono il nero sul barcone, sono quello che ti sembra più sereno perché è nato fortunato o solo perché ha vent’anni in meno”) che sottolinea la scomparsa dell’empatia. “Il donatore che aspettavi per il tuo trapianto. Sono il padre del bambino handicappato che sta in classe con tuo figlio il direttore della banca dove hai domandato un fido quello che è stato condannato”. E c’è la condanna dell’indifferenza, quella che oggi domina la nostra società: “Quelli che vedi sono solo i miei vestiti adesso vacci a fare un giro e poi mi dici”.

Solo lo sguardo di “un altro” su di noi ci fa prendere coscienza di chi siamo veramente, a differenza di oggi, dove tutto è dominato da uno sguardo narcisista, che sia la violenza sulle donne perché osano rifiutare il maschio padrone, che sia il nostro orticello duramente coltivato in una vita di fatiche e che deve restare chiuso a chi muore di fame, che sia il nascondere noi stessi nel mare della banalità. Perché “io è un altro” ci costringe invece a uscire da noi stessi.

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