NICHILISMO/ Borgna: la fragilità della vita può aprirci alla speranza che non muore

- int. Eugenio Borgna

In tempo di rottura dei legami e di riduzione delle cose a nulla, il ruolo degli educatori è insostituibile. Se ne parla oggi al meeting di Rimini

dechirico museinquietanti 1919arte1280 640x300
Giorgio De Chirico, Le muse inquietanti (1919), particolare

L’incontro “Le sfide del vivere nell’epoca del nichilismo”, che si tiene oggi al Meeting di Rimini, vedrà Eugenio Borgna, primario emerito del servizio psichiatrico dell’Ospedale Maggiore di Novara, dialogare con il filosofo, psicanalista e giornalista Umberto Galimberti. Il focus del loro incontro sarà un tema che entrambi trattano da tempo, il nichilismo e come sconfiggerlo o, perlomeno, conviverci. In questa intervista Borgna, oltre a darci un’anticipazione sui temi dell’incontro, ci ha guidati in un confronto tra l’esperienza del Covid e il suo personale ricordo dell’occupazione tedesca durante la seconda guerra mondiale. “Oggi come allora si avvertiva la precarietà della vita, ma allora si aveva il senso di una comune partecipazione a un ideale di libertà e di speranza. Che ci ha cambiato in meglio”.

La definizione di nichilismo rischia spesso di sfuggirci. Che cos’è il nichilismo? E quanto è diverso oggi da quello dei personaggi dostoevskiani e di Nietzsche?

Sono molte le definizioni possibili di nichilismo. Possono essere ricondotte a una comune fondazione che è l’esperienza di una vita che ha perduto ogni suo significato e ogni suo valore, ogni sua attesa e ogni sua speranza e che, immersa nel buio, non ha nulla davanti a sé se non l’immagine e la realtà della disperazione. Nelle sue radici metafisiche il nichilismo di oggi non si distingue da quello descritto e vissuto, sia pure in modi esistenziali diversi, da Dostoevskij e da Nietzsche.

Ci troviamo ancora in un tempo segnato dalla paura: in questo caso del male, della malattia del Covid. Come ci sta cambiando?

La paura di essere contagiati dal coronavirus oggi è presente in ciascuno di noi, ed è giusto che sia così, ma sta cambiando il nostro modo di vivere: non solo tenendo le distanze, che sono necessarie e imposte dalla legge, ma talora isolandoci psicologicamente e spiritualmente dagli altri.

Lei ha vissuto l’occupazione tedesca sulla sua pelle, da adolescente. Esperienze così traumatiche, che oggi sono inimmaginabili per gran parte degli italiani, come cambiano la psiche di chi le vive?

Negli anni dell’occupazione tedesca la morte poteva giungere da un momento all’altro, e questa è stata un’esperienza non diversa da quella di oggi, ma allora si aveva il senso di una comune partecipazione a un ideale di libertà e di speranza. Ci ha cambiato in meglio.

Con il divario tecnologico che aumenta, affrontiamo un rischio maggiore di perdita di connessione tra le varie generazioni?

Sì, oggi è in teoria maggiore il rischio di un indebolimento delle connessioni tra generazioni, ma sarà temporaneo.

Qual’è oggi il compito dell’educatore?

Il compito dell’educatore è forse quello di aiutare a riflettere sulla fragilità della vita, e sull’importanza dei valori della solidarietà, della gentilezza, dell’accoglienza delle persone più deboli, e della speranza che non muore.

(Lucio Valentini)

© RIPRODUZIONE RISERVATA