NO ALLE VACANZE SUGLI SCI/ Se nella guerra della neve i frugali siamo noi…

- Alberto Beggiolini

Austria e Svizzera vogliono aprire gli impianti da sci. Ma Vienna dimentica Ischgl, “Ibiza delle nevi”: a marzo da qui partì un contagio diffuso in 45 paesi

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(Pixabay)

C’è un paesino di 1.600 anime, in fondo alla valle di Paznaun, Austria occidentale, con un nome che sembra un codice fiscale: Ischgl, sei lettere, solo la vocale iniziale, si pronuncia “isch”, alla bavarese. Questo paesino tirolese da cartolina, a 1.400 metri di quota, è anche noto come “Ibiza delle nevi”, perché oltre che sulle piste basa il suo successo (praticamente in tutta Europa, soprattutto a nord) sugli happy hours, appuntamenti e feste superaffollati che attirano ogni sera migliaia di vacanzieri nell’aprés-sci.

Tra un cocktail e un altro, lo scorso marzo Ischgl ha conquistato il poco invidiabile primato di “grande focolaio” per il Covid nel Vecchio continente: il 42% della popolazione è entrata in contatto con il virus, dice un report scientifico di fine giugno. Il risultato è stato il contagio diffuso in ben 45 Paesi, riconducibile a persone che avevano soggiornato lì. Solo a fine marzo l’Austria decise la quarantena per tutta la valle, ma il danno viaggiava già nelle superaffollate navette del ritorno. Adesso saranno le indagini penali in corso a dover stabilire ritardi e responsabilità.

Premessa necessaria per inquadrare la ben poco razionale posizione attuale di quel paese (uno dei “frugali”, quando si parla di Recovery Fund) che, pur ancora oggi in lockdown totale, già annuncia la riapertura a dicembre, in tempo utile per consentire il funzionamento delle piste bianche. “L’Europa vorrebbe imporci lo stop? – ha detto il ministro alle Finanze, Gernot Bluemel – Vorrà dire che l’Europa dovrà pagarci”. Con un ristoro previsto all’80% del fatturato mancato, cioè circa due miliardi di euro.

All’Austria si aggiunge poi la Svizzera, che non fa parte dell’Europa “unita”, e dove gli impianti a fune sono considerati “trasporto pubblico”, e quindi non sono fermi né ora né tantomeno lo saranno a Natale. Per non dire, infine, della Slovenia, che non si pone nemmeno il problema.

Si prospetta, dunque, una singolare guerra delle nevi, in cui i rigoristi, per una volta, siamo noi e i francesi, con la speranza che davvero la Germania si metta alla guida del gruppo, visto che proprio i turisti tedeschi sono quelli che maggiormente acquistano gli skipass su tutto l’arco alpino. E dire che il no-sci avrebbe dovuto essere adottato ovunque…

“La linea comune europea invece non ci sarà, visto che l’Austria e la Svizzera non aderiscono. Noi soffriremo quindi uno svantaggio concorrenziale enorme e soprattutto l’economia dei paesi e delle valli di montagna ne uscirà a pezzi. Con tanta, troppa gente senza lavoro e senza tutele” commenta amara Valeria Ghezzi, presidente dell’associazione degli impianti funiviari, aderente a Confindustria.

L’unica misura contro la deregulation austro-elvetica potrebbe arrivare, più che da una difficile chiusura dei confini in uscita, dalla prospettata quarantena o dall’obbligo dei tamponi (con eventuali quarantene in caso di positività) per gli irriducibili sciatori italiani che decidessero comunque di trascorrere il Natale sulle piste, un’iniziativa già allo studio del governo Conte.

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