NO TIME TO DIE/ Il film che può rivoluzionare il “marchio” 007

- Emanuele Rauco

La recensione (contiene spoiler) del 25° film della saga di James Bond, l’ultimo che vede protagonista Daniel Craig

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Una scena del film

Ogni volta che la serie di James Bond chiude un ciclo cerca sempre di riassumere i fili fin lì tirati, come a riassumere decenni di storia, ma quello che fa No Time to Die, 25° film della serie e ultimo per Daniel Craig, è una cosa diversa, ben più radicale: il film diretto da Cary Fukunaga non vuole soltanto mettere un punto alla fortunata esperienza dell’attore dopo cinque film come 007, vuole rivoluzionare dalle radici lo stesso concetto alla base di quell’eroe.

In pensione dopo la fine della sua storia d’amore con Madeleine (Léa Seydoux), James Bond viene richiamato di nuovo in azione quando un’arma biologica letale viene trafugata e il suo creatore rapito. Nell’indagine che ne segue, Bond sarà costretto a fare i conti con il proprio passato e soprattutto con il proprio futuro. Stavolta per sempre.

Neal Purvis e Robert Wade, sceneggiatori ufficiali della serie, assieme al regista e a Phoebe Waller-Bridge, costruiscono per Craig l’addio perfetto alla serie, ma soprattutto l’addio a un modo di intendere il personaggio che affonda le sue radici alla Guerra fredda e che negli anni ha affrontato mille cambiamenti mai troppo radicali; dal 2006 di Casino Royale invece Wilson e Broccoli – produttori e veri responsabili della serie – hanno cominciato una lunga e dolorosa ricostruzione dell’essenza bondiana, la trasformazione di un’icona in personaggio, di un mito in uomo attraverso quello che è sempre mancato nello 007 cinematografico, ossia la cognizione del dolore (e dell’amore).

Il film della serie a cui più si avvicina No Time to Die, non a caso, è Al servizio segreto di sua maestà, il più controverso finora, quello in cui Bond si innamora, si sposa e vede la sua donna morire a fine film per mano della Spectre: il film lo richiama a partire dagli accenni musicali – la colonna sonora di Hans Zimmer che si specchia in quella di John Barry del ’69, la canzone We Have All the Time in the World che come allora fa da leit motiv anche nei dialoghi – per arrivare a radicalizzare il lavoro di scrittura che quel film faceva. Come il predecessore, anche il nuovo lavora molto più sulle emozioni che sullo spettacolo, riduce le sequenza d’azione all’indispensabile per dare spazio al melodramma bondiano, alla costruzione di un racconto che del Mito non avesse solo le fattezze superficiali, ma che fosse in grado di restituirne anche le ampiezze umane, gli abissi sentimentali, dandogli qualcosa – ossia una famiglia, una donna da amare e una figlia da proteggere – per cui avesse davvero un senso lottare, qualcosa da perdere.

I puristi probabilmente storceranno il naso rispetto a quella che potrebbe essere la rivoluzione copernicana dell’intero marchio, ma è il modo migliore per poter tornare a rivendicare l’unicità del modello Bond: Mission: Impossible prima e Fast and Furious poi hanno esportato e imbastardito con notevole efficacia quel modo di intendere l’action, in senso produttivo, realizzativo, commerciale, narrativo, perciò il marchio 007 e il cinema che si porta dietro devono diventare altro se vogliono sopravvivere. Ovvero un film titanico e intimo, con le scenografie di Véronique Melery che omaggiano i capolavori di Ken Adam mentre Bond ha più interesse a ricucire gli strappi del proprio animo che a salvare il mondo, che utilizza gli spazi (la brughiera, la festa della Spectre) e le svolte narrative (la “maledizione” finale che il cattivo lancia a Bond) per sondare dimensioni fiabesche e surreali di rado toccate prima.

C’è molto di ciò che l’appassionato vorrebbe da un film di 007, a partire da una fenomenale Ana De Armas che fa le prove generali come futura Marilyn in Blonde di Andrew Dominick, ma soprattutto c’è ciò che non ha mai avuto prima: passione, sentimenti, morte. I fuochi d’artificio che spesso accompagnano i finali dei film della serie diventano qui qualcos’altro, un canto di morte da cui far partire nuovi racconti, su cui ricostruire un nuovo mito. Che potrebbe partire da questa rivoluzione, oppure mettere un punto a capo e ripartire dal principio: l’altro film più richiamato da No Time to Die è Licenza di uccidere, il primo della serie, quello da cui quasi 60 anni fa tutto ebbe inizio. Potrebbe non essere una coincidenza, anzi potrebbe essere il gancio giusto per tornare a raccontare la storia di un mito – o di un uomo – chiamato Bond, James Bond. 

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