“Non dovevi rimanere incinta”/ Milano, mobbing alla lavoratrice che aspetta un figlio

- Paolo Vites

Il caso di una lavoratrice minacciata di licenziamento perché aspetta un figlio: “non dovevi rimanere incinta”, mobbing a Milano

Lavoro segretaria Pixabay
Immagine dal web

Non è una storia del 1800 quando la gente lavorava anche 14 ore al giorno, sotto pagata, sfruttata, senza i minimi diritti riconosciuti. E’ una storia, raccontata oggi dal Corriere della Sera, che si svolge nella civilissima Milano, considerata una delle capitali d’Europa, la metropoli che “tira” tutta l’economia italiana. In un paese, il nostro, dove non si fanno più figli e, secondo i dati ufficiali, il numero dei morti ha superato quello dei nascituri così come quello degli anziani, ecco che si scopre che i datori di lavoro non vogliono che le loro dipendenti facciano figli. Certo, una madre è un danno per l’azienda: mesi di assenza pagati, necessità di trovare un sostituto, insomma la concezione del lavoratore come oggetto che va bene quando funziona, non quando “si interrompe”. La storia di Chiara, minacciata affinché si licenziasse quando dice che aspetta un secondo figlio, con le buone o con le cattive, viene fuori che non è un caso isolato. I dati della Cgil dicono che “nel 2018 l’ufficio vertenze della Cgil ha aperto più di 27mila pratiche (e 14 mila nei primi 6 mesi del 2019)”.

DIMISSIONI ESTORTE A MILANO

Spiega il segretario regionale Lombardia che “sono 5.695 le vertenze aperte dalla Cgil per recuperare «stipendi mai o non del tutto pagati dai datori di lavoro», 2.757 sono le violazioni contrattuali, di cui 1.623 licenziamenti illegittimi. E poi ci sono le dimissioni estorte. «Tutte persone lasciate a casa dalle aziende per presunti problemi economici mai esistiti». Non solo lavoratrici in gravidanza, dunque, ma addirittura stipendi mai pagati e finti problemi economici creati ad arte. Chiara, comunque, era stata avvertita che se non avesse accettato l’incentivo per andarsene, sarebbe stata comunque licenziata dopo un anno. Le dicono che è meglio che stia a casa ad aspettare il licenziamento, ma lei rifiuta, si presenta al lavoro. E allora scatta il mobbing: lasciata in un angolo a sbrigare i lavori più umili, ignorata da tutti, anche i colleghi: “quando viene cambiato il cancello elettrico all’ingresso dell’azienda a lei non viene consegnato il telecomando. Gli stessi colleghi iniziano a farle osservazioni su presunti errori”. Poi, finalmente, si rivolge alla Cgil e adesso il caso è stato denunciato. Se succede in Lombardia, figuriamoci nel Meridione. Ma soprattutto, in un paese senza più figli, lo stato dove è? Perché non si occupa di incentivare con sostegni ai lavoratori e alle aziende il fare figli?



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