“NON SI È MAI PREPARATI DAVANTI ALLA MORTE”/ Come il coronavirus ha cambiato i medici

- int. Paolo Bonfanti

Cosa vuol dire per un medico lavorare durante l’emergenza coronavirus, come cambia il punto di vista sui pazienti

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Terapia intensiva (LaPresse)
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Nel muro dell’emergenza coronavirus, stando ai dati che giornalmente la Protezione civile ci comunica, sembra aprirsi una breccia. Calano, anche se ancora troppo poco, i numeri dei decessi e dei ricoveri. Ma, come spiega il professor Paolo Bonfanti, Direttore dell’Unità operativa complessa di Malattie infettive presso l’Ospedale San Gerardo di Monza, “la situazione delle terapie intensive rimane critica, in quanto quello che vediamo oggi è un riflesso delle condizioni cliniche dei pazienti che si sono ammalati più di due settimane fa”. Per chi come lui è in prima linea, si vive una esperienza che cambierà per sempre l’approccio professionale e quello umano: “Non si è mai preparati alla morte, soprattutto in una situazione in cui la persona che hai di fronte, oltre alla malattia, deve fronteggiare una condizione di solitudine”.

Come si presenta la situazione dal punto di vista dei ricoveri all’ospedale San Gerardo? Siete in emergenza o il numero dei ricoverati in terapia intensiva sta calando?

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Da qualche giorno, come in molti ospedali della Lombardia, il numero di accessi in Pronto soccorso sta calando, segno che le misure di contenimento stanno iniziando a funzionare. Di conseguenza anche il numero di pazienti ricoverati è in leggero calo. La situazione delle terapie intensive rimane invece critica, in quanto quello che vediamo oggi è un riflesso delle condizioni cliniche dei pazienti che si sono ammalati più di due settimane fa. Servirà ancora qualche giorno per osservare un effetto significativo anche sulle terapie intensive.

Non è chiaro, alla luce dei report che vengono comunicati, se si sia davvero arrivati al picco e sia cominciata la discesa o meno. Può dirci qualcosa in merito?

Vi sono alcuni indicatori, come il calo degli accessi in Pronto soccorso e dei ricoveri, che potrebbero far pensare che abbiamo iniziato la fase di discesa. Bisogna essere prudenti. Le stime sono difficili, in quanto, nelle diverse regioni italiane, l’epidemia è partita in periodi differenti.

Si segnalano molti casi di persone anche tra i 30 e i 50 anni contagiate dal virus: si tratta di un aspetto inizialmente non previsto, di una mutazione del virus o che altro? Siamo tutti a rischio?

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Con il diffondersi progressivo dell’epidemia e l’aumentare del numero dei contagiati anche le persone più giovani si sono presentate in ospedale con polmoniti che necessitavano di un ricovero. Tuttavia la mortalità in queste fasce di età rimane molto bassa e le persone più a rischio di sviluppare forme gravi restano gli anziani e i pazienti affetti da patologie croniche. Non vi sono al momento evidenze circa la comparsa di ceppi mutati del virus più aggressivi.

Il personale medico sta facendo un lavoro straordinario. Dopo più di un mese a questi ritmi si manifestano segni di stanchezza, psicologica e fisica?

Questa malattia rappresenta una sfida nuova per tutto il mondo sanitario: sia dal punto di vista dell’impatto sull’organizzazione dell’ospedale sia per il tipo di assistenza che i pazienti richiedono. I pazienti vivono la loro condizione di malati in una solitudine forzata e l’impegno di medici e infermieri è anche quello di condividere con loro questa situazione del tutto nuova, che ricorderanno per tutta la vita. E noi con loro. La stanchezza c’è, ma accompagnata dal senso di responsabilità che questo evento imprevedibile richiede. Abbiamo comunque attivato forme di sostegno psicologico sia per i dipendenti che per i pazienti.

Si sarebbe mai immaginato di trovarsi un giorno davanti a una situazione simile? Chi svolge la professione medica è preparato a questo tipo di emergenza oppure finora si pensava potesse succedere solo a chi andava a lavorare in continenti lontani? Anche la sanità italiana dovrà imparare a vivere con queste situazioni estreme?

Ho iniziato la mia esperienza professionale curando malati di Aids quando ancora le cure non esistevano. Ho assistito alla morte di molte persone giovani, ma l’esperienza di queste settimane è qualcosa di assolutamente imprevedibile e inimmaginabile, perlomeno in queste dimensioni. Non si è mai preparati alla morte, soprattutto in una situazione in cui la persona che hai di fronte, oltre alla malattia, deve fronteggiare una condizione di solitudine. Mi impressiona molto, in questi giorni, la dedizione di medici e infermieri, che si sono totalmente fatti carico di questo bisogno, anzitutto umano, dei pazienti.

Dal punto d vista professionale cosa sta imparando in questa emergenza?

Dal punto di vista professionale ho imparato a essere umile anche nell’approccio medico e scientifico. La tentazione è spesso quella di dare una propria interpretazione ai fatti che accadono, spesso con troppa sicurezza e sufficienza, senza porsi nella posizione di chi vuole anzitutto imparare da ciò che si ha davanti agli occhi. Ancora oggi, dopo più di un mese dall’inizio dell’epidemia, stiamo imparando giorno dopo giorno a conoscere il profilo epidemiologico e clinico di questa nuova malattia. Alla fine di tutto, dovremo certamente ripensare a quanto è accaduto, imparare anche dagli errori commessi e pensare a nuovi modelli di sanità che sappiano far fronte a emergenze sanitarie come quella che stiamo affrontando. 

 (Paolo Vites)

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