NOTRE DAME/ Il film e quell’incendio di proporzioni planetarie di 80 anni fa

- Leonardo Locatelli

Sono passati 80 anni dall’uscita del film di William Dieterle, presentato a Cannes alla vigilia dell’invasione tedesca della Polonia

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Una scena del film

«Sei in una buona chiesa, sai, è alta, alta!»… Otto mesi (e dieci giorni) fa: è il tardo pomeriggio del 15 aprile, il lunedì della Settimana Santa, quando da un ponteggio posto sul tetto dell’edificio prende avvio l’incendio che, nel corso delle ore seguenti, sembra dover segnare l’agonia della cattedrale metropolitana parigina di Notre-Dame. Una lotta che si protrae per tutta la notte e viene dichiarata conclusa solo a metà della mattina successiva. Una Notre-Dame ostaggio delle fiamme: non è la prima volta, anche se qui si parla non della chiesa ma di un film… Ottant’anni (e quasi quattro mesi) fa: è venerdì 1 settembre 1939 e a Cannes ha inizio la prima edizione del Festival – nato per creare una credibile alternativa all’allora fascista Mostra di Venezia – al quale Hollywood è decisa a partecipare con le sue stelle e pellicole: la Croisette sfoggia una ricostruzione in cartone della cattedrale, per la proiezione in apertura di Notre Dame di William Dieterle e con Charles Laughton come Quasimodo. Ma il giorno è quello dell’invasione tedesca della Polonia, dell’inizio della Seconda guerra mondiale e c’è appena il tempo di vedere solo questo film, la cui effettiva anteprima sarà negli Stati Uniti il 29 dicembre. Un’altra Notre-Dame ostaggio delle fiamme, di un incendio di proporzioni planetarie…

Il titolo originale è The Hunchback of Notre Dame (Il gobbo di Notre Dame) mentre quello del libro è “Notre-Dame de Paris” (1831), che segue le vicende del deforme Quasimodo, allevato dall’arcidiacono Frollo e diventato campanaro della cattedrale, ovvero la vera protagonista della complessa storia narrata. Il titolo della pellicola pone l’accento più sul campanaro che sulla cattedrale, ma quest’ultima è segnalata come una “presenza” fin dall’incipit, quando il re Luigi XI, rivolto alla chiesa dalla finestra di una stamperia, fa un richiamo all’importanza della tradizione («Le cattedrali sono i manoscritti del passato»), mentre sullo schermo passano, in tutte le loro gravità e bellezza, le sculture e le guglie che animano l’esterno dell’edificio. Ed è proprio una di queste, la statua di Cristo benedicente, che è posta a chiusa del drammatico assalto alla cattedrale, poco prima del finale.

Tra queste due inquadrature si sviluppa la storia di Quasimodo ed Esmeralda, una zingara accusata di stregoneria e condannata all’impiccagione per non essersi concessa a Frollo. La donna, che già aveva avuto pietà di Quasimodo quando era stato frustato ed esposto al pubblico ludibrio, viene da lui rocambolescamente salvata e portata nella chiesa dove vige l’inviolabile diritto d’asilo. Qui, mosso da sincero affetto, egli usa ogni premura verso la sua ospite, cui cerca di non far mancare niente. Ma il loro rapporto non pare destinato a durare: «Non mi ero mai reso conto finora di quanto sia deforme perché tu sei così bella! Non sono un uomo e non sono una bestia!», afferma il campanaro poco prima di presentare le sue “compagne” a Esmeralda e di gettarsi disteso su una trave, rapito dal suono delle campane.

Scena decisiva perché rende evidente la loro inconciliabilità: il massimo dell’entusiasmo per Quasimodo corrisponde al massimo dello stordimento per Esmeralda che non può tollerare oltre l’insopportabile suono a distesa della campana principale cui Quasimodo si è nel frattempo aggrappato in preda a una folle euforia che tocca lui solo. Non è solo la sua deformità fisica a tenere lontani l’uno dall’altra, ma anche la diversità dei rispettivi mondi d’origine e appartenenza: il girovagare senza fissa dimora sulle strade di Francia alla ricerca di che vivere per Esmeralda e il suo popolo (nella cui persecuzione Sonya Levien – sceneggiatrice russa naturalizzata statunitense che ha curato l’adattamento del libro – suggerisce il parallelo con il trattamento riservato dalla Germania nazista agli ebrei prima della guerra), l’esilio dalla vita trascorso tra le pietre della cattedrale per Quasimodo, scultura (seppur con un cuore) egli stesso. Una sorta di condanna che la sua battuta finale, che è anche l’ultima del film, non fa che ingigantire.

Infatti, dopo l’assalto alla chiesa e la “liberazione” di Esmeralda, Quasimodo, vedendola allontanarsi su di un carretto con il “poeta” Gringoire, con il capo poggiato a una delle statue cui è abbracciato, mormora: «Ma perché non sono fatto di pietra come te?». È il momento dello “Exsultate, jubilate” (già usato per il salvataggio di Esmeralda dalla forca) e di un movimento all’indietro della mdp che lo isola all’interno della struttura della cattedrale fino a non permettere più di distinguerlo: ci si era mossi da un’inquadratura di Notre-Dame e si torna ora dal particolare al totale, per un finale che tradisce quello di Hugo, ma rappresenta a suo modo una spia del tempo e dell’evento di cui si era ormai alla vigilia.

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