I NUMERI/ Ecco la flessibilità che sblocca i “nuovi” lavori

- Mario Mezzanzanica

Il mercato del lavoro ha bisogno, spiega MARIO MEZZANZANICA, di una rete di servizi che aiutino le persone in cerca di occupazione

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Foto Imagoeconomica

La struttura della popolazione degli occupati si è modificata negli ultimi anni. Dai dati Istat emerge innanzitutto la crescita complessiva degli occupati, che passano da un valore medio pari a 22.440.000 unità del 2004 a un valore medio del primo semestre 2010 pari a 22.882.000 unità, con un tasso di crescita del 3,4%.

 

La crescita degli occupati è dovuta principalmente a un aumento della popolazione che partecipa attivamente al mercato del lavoro, identificata dalle statistiche ufficiali dal tasso di attività. Tale indicatore, certamente basso nel nostro paese (63%), soprattutto se rapportato agli altri paesi europei, in particolare a Germania (76,5%), Francia (70%) e Inghilterra (75,8%), è cresciuto, in questi anni consentendo un aumento della partecipazione al mercato del lavoro (i valori si riferiscono all’anno 2008 per la popolazione tra 15-64 anni). I valori italiani sono ancora bassi, soprattutto per la bassa partecipazione al lavoro di giovani e donne, ma complessivamente stavano, anche se di poco, migliorando.

La crisi ha prodotto, come noto, forti contraccolpi sull’occupazione, da una parte fermando la crescita degli occupati che al 2008 era arrivata al valore assoluto di 23.405.0000 (con un tasso di crescita, rispetto al 2004, pari al 4,5%) e dall’altra contribuendo alla variazione della struttura degli occupati. Fino al 2008 si è assistito a un aumento, in valore assoluto, degli occupati dipendenti (sia permanenti – con contratto a tempo indeterminato – sia temporanei – con contratti flessibili) pari a oltre 1.329.000 unità e, a una diminuzione degli occupati indipendenti (liberi professionisti, imprenditori, ecc.), complessivamente pari a 328.000 unità.

Dal 2009 la struttura è variata in modo significativo: sono diminuiti gli occupati dipendenti di circa 169.000 unità, valore totalmente riconducibile alla diminuzione degli occupati con contratti temporanei, e sono diminuiti gli indipendenti di 211.000 unità (valori assoluti delle differenze calcolate tra 2009 e 2008). Questi dati, relativi alla struttura dell’occupazione e alle sue variazioni, sono certamente un indicatore di come la crisi abbia colpito prevalentemente la popolazione più “mobile” e meno tutelata del mercato del lavoro.

Mobilità, flessibilità e tutele lavorative sono certamente temi che meritano forte attenzione e necessitano di nuove risposte per lo sviluppo di un moderno mercato del lavoro. Durante la crisi sono state attivate diverse azioni di intervento, tra queste vi sono quelle dedicate alle persone che partecipano al mercato del lavoro con contratti flessibili (ammortizzatori sociali-tutela economica). Azioni che sono state accompagnate da servizi, di formazione in primis, tesi a supportare e aiutare le persone in difficoltà in un processo di ricollocamento.

È evidente che questi interventi sono stati positivi e che è necessario, come già affermato in diversi articoli pubblicati su ilsussidiario.net, rendere strutturale un intervento che, cogliendo i cambiamenti in corso, vada nella direzione di creare politiche di flexicurity rivolte all’intera popolazione lavorativa, superando definitivamente i privilegi strettamente riservati ad alcuni di essi.

 

A questa urgenza si affianca però un altro tema di fondamentale importanza per il raggiungimento di un moderno mercato del lavoro e che se non affrontato con la dovuta attenzione porterebbe a ridurre significativamente qualsiasi azione. Mi riferisco in particolare all’esigenza di migliorare la rete dei servizi, cioè quell’insieme di attività che rendono maggiormente possibile il superamento di vincoli e difficoltà vissuti ordinariamente dalle persone nella ricerca di un’occupazione. Vincoli e difficoltà sempre più evidenti in un mercato del lavoro che presenta alti valori di mobilità e di tournover.

 

Mi riferisco ai servizi legati alla trasparenza dell’informazione della domanda e dell’offerta e soprattutto ai servizi di accoglienza, supporto orientativo, di accompagnamento al lavoro, di consulenza per l’identificazione di opportunità formative. Servizi sempre più indispensabili per aiutare le persone nel loro percorso lavorativo.

 

Nel nostro paese si possono, in sintesi, identificare due modelli di approccio ai servizi connessi alle politiche del lavoro. Il primo, “burocratico”, fondato sulla divisione delle attività e delle azioni in catene gerarchiche e su una regolamentazione “prescrittiva” dei bisogni e conseguentemente dei processi di servizio. Modello che l’amministrazione pubblica ha ereditato dalla società pre-industriale e che le nuove norme hanno temperato ma non radicalmente e sostanzialmente cambiato (fasi e contenuti prefissati e azioni rigidamente definite). Un modello che nelle sue evoluzioni pone la sua attenzione nelle dinamiche del rapporto tra stato e privato.

 

Il secondo, di tipo “sussidiario”, fondato sulla flessibilità, cioè capace di evolvere in funzione delle esigenze delle persone, esigenze in perenne mutamento. Per i diversi attori in gioco (istituzioni, operatori, lavoratori, imprese), questo secondo modello si fonda sul patto fiduciario, sulla responsabilizzazione e sull’autonomia, sul riconoscimento e sulla conquista della leadership sul campo, sullo scambio tra dedizione e crescita professionale e umana.

Si tratta di costruire un “sistema di servizi”, di imprese di diritto pubblico e private, profit e non profit, i cui i partecipanti cooperino nella prospettiva della risposta ai bisogni delle persone e delle imprese, ponendo attenzione all’efficienza e all’efficacia, soprattutto in termini di benessere di chi riceve il servizio, all’equità, in termini di capacità di intervento a favore di tutti i soggetti e con particolare attenzione a quelli più svantaggiati.

 

La scelta e la combinazione di tali due antitetici modelli, dipende, in ultima analisi, dalla cultura e dall’atteggiamento delle istituzioni, degli operatori (profit e non profit), delle associazioni datoriali e sindacali, dei lavoratori e degli imprenditori. Di fronte alla sfida del cambiamento, esperienza sempre più caratterizzante il lavoro oggi, non bastano solo le nuove e pur necessarie tutele, occorre costruire un nuovo sistema di servizi che accompagni e aiuti le persone, soprattutto le più deboli, nel loro percorso di sviluppo.

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