I NUMERI/ Chi l’ha detto che il lavoro interinale crea solo precariato?

- Mario Mezzanzanica

Sono circa 600 mila le persone che in un anno vengono assunte dalle Agenzie per il Lavoro. MARIO MEZZANZANICA ci aiuta a capire la loro utilità

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Foto Ansa

Sono circa 600 mila le persone che in un anno vengono assunte dalle Agenzie per il Lavoro (di seguito Apl) e che, tramite queste ultime, vengono inviate a svolgere un’attività lavorativa temporanea presso un’azienda utilizzatrice. Questa tipologia lavorativa, nata nel nostro paese nel 1997, nota come lavoro interinale è spesso considerata come “la madre del lavoro precario”, del lavoro cioè senza prospettive.

 

Le Apl, come richiamato da Mattia Martini nell’articolo su ilsussidiario.net dello scorso 28 ottobre, hanno assunto una struttura fortemente capillare (oltre 2500 sportelli sul territorio nazionale) e hanno ampliato la loro capacità di intervento costruendo, dopo la riforma Biagi del 2003, che ha tolto la barriera dell’esclusività dell’attività per le agenzie, una vera e propria rete di servizi per il lavoro capace di intervenire in diverse aree: somministrazione (ex interinale), formazione professionale, ricerca e selezione e outplacement.

Il lavoro in somministrazione è una risposta alle esigenze di flessibilizzazione della forza lavoro delle aziende, che a fronte di particolari esigenze e condizioni normate dalle legge utilizzano per l’inserimento lavorativo temporaneo, lavoratori in somministrazione. Questa caratteristica si è manifestata con evidente chiarezza con l’avvento della crisi che, nel suo ripercuotersi sull’economia reale e in particolare sull’occupazione, ha toccato in modo particolare il “mercato della somministrazione”. Il primo e più significativo “mercato” colpito dagli effetti della crisi.

Nei contesti territoriali più industrializzati (è il settore industriale quello che maggiormente utilizza tale tipologia contrattuale) il calo delle assunzioni si è palesato sia in termini di tempi, sia di quantità sui lavoratori somministrati: in Lombardia nel IV trimestre 2008 (inizio della crisi internazionale) le assunzioni con contratti di somministrazione diminuiscono del 34% rispetto allo stesso periodo del 2007.

Identicamente, nell’ultimo periodo, si sta osservando come sia questa tipologia contrattuale a mostrare segnali positivi di ripresa delle dinamiche occupazionali: nel terzo trimestre 2010, gli avviamenti in somministrazione, sempre in Lombardia, hanno avuto un incremento del 50% circa rispetto allo stesso periodo del 2009. Una tipologia contrattuale che certamente rappresenta, proprio per quanto sopra accennato in merito alle sue caratteristiche, un “termometro” anticipatore delle dinamiche del mercato.

Ma se possiamo ricondurre alla flessibilizzazione della forza lavoro lo “scopo primario” dell’utilizzo della somministrazione per le aziende utilizzatrici, cosa succede alle persone che prestano la loro attività lavorativa con questa tipologia contrattuale? È la somministrazione, come ancora molti affermano la “madre” del precariato?

 

Analizzando le dinamiche del mercato del lavoro lombardo, e in particolare le transizioni, cioè i passaggi contrattuali che intercorrono nei percorsi lavorativi delle persone, si può osservare da una parte l’elevato numero di eventi che si manifestano nel mercato del lavoro (oltre 19 milioni tra assunzioni, cancellazioni, proroghe e trasformazioni di contratti di lavoro negli ultimi cinque anni) e dall’altra si possono studiare, attraverso l’applicazione di opportuni modelli di analisi statistici, le probabilità di passaggio da una tipologia contrattuale a un’altra.

 

Tali studi ci portano a osservare che la popolazione interessata dall’interinale, in una proiezione a 36 mesi, ha una probabilità pari al 12,5% di proseguire l’esperienza lavorativa con contratti interinali, al 3% di passare a contratti a progetto, al 5,5% di passare a contratti di apprendistato, al 29% di passare a contratti a tempo determinato, al 50% di passare a contratti a tempo indeterminato.

 

Da questi dati, in termini generali si possono dedurre due considerazioni di sintesi. La prima è che una parte della popolazione, pur se in minore percentualmente, rimane “intrappolata” in questa tipologia contrattuale, la seconda è che i percorsi lavorativi mostrano un elevata probabilità di passaggio verso tipologie contrattuali permanenti o mediamente più durature, in particolare apprendistato, tempo determinato e indeterminato.

 

Quando detto, mette in luce un altro aspetto dei contratti interinali e cioè la loro funzione di rappresentare forme flessibili di ingresso o in taluni casi di reinserimento nel mercato del lavoro. È, in diversi contesti e per molte persone, l’occasione di imparare un mestiere, di mettere alla prova in un contesto aziendale competenze di base acquisite con percorsi di istruzione e/o formazione e in taluni casi l’acquisizione sul campo di competenze maturabili direttamente con un’esperienza di lavoro.

 

Queste ultime considerazioni sono rafforzate da evidenze quantitative che emergono da diversi studi in corso i cui risultati mostrano come il miglioramento di un percorso lavorativo, soprattutto per i giovani, avvenga quando, pur in presenza di cambiamenti, si riscontra continuità nell’esperienza professionale, cioè continua e coerente acquisizione di competenze.

Nel concludere vorrei sollevare due spunti di riflessione. Il primo è relativo al cambiamento del lavoro, oggi sempre più caratterizzato da percorsi tra occasioni spesso imprevedibili che da una part, richiedono, soprattutto nella fase di ingresso e in quelle di passaggio, forte acquisizione di conoscenze e competenze e dall’altra sollecitano la messa in gioco della responsabilità dei due principali attori del mercato del lavoro: le persone e le imprese.

 

Il secondo spunto riguarda la necessità di ripensare gli strumenti e le condizioni di attuazione degli stessi per favorire persone e imprese nell’affrontare la sfida che il mutato mercato del lavoro pone. In tale direzione occorre certamente potenziare lo sviluppo di un sistema di servizi di cui le Apl fanno certamente parte. Un sistema da un lato basato sulla competitività, leva indispensabile per affrontare le sfide dell’innovazione continua richieste dal mercato e dall’altro capace di individuare spazi di cooperazione tra i diversi attori, nella prospettiva di trovare sempre nuove e più adeguate risposte alle esigenze, in continuo mutamento, delle persone e delle imprese.

 

(I dati inerenti la Regione Lombardia derivano dall’Osservatorio del Mercato del Lavoro della Regione Lombardia – elaborazione dati CRISP)



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