I NUMERI/ I dati che “condannano” le pensioni degli italiani

- Giuliano Cazzola

Il bilancio di un grande ente previdenziale, come l’Inps, ci spiega GIULIANO CAZZOLA, è in una situazione abbastanza critica e spesso non è stato presentato nei modi migliori

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Foto Imagoeconomica

Come in tutti paesi, anche in Italia le performance dei gradi sistemi pensionistici obbligatori dipendono da un insieme di processi assai complessi. Il quadro macroeconomico, innanzitutto, per quanto riguarda l’andamento dell’occupazione, l’evoluzione delle retribuzioni, il tasso di crescita dell’economia. Poi a determinare sia il livello delle entrate che quello delle uscite sono fondamentali le regole (ovvero le norme decise dal Parlamento) riguardanti, da un lato, le aliquote contributive (magari anche i trasferimenti dal bilancio statale per finanziare le prestazioni definite assistenziali), i requisiti di accesso, dall’altro.

In sostanza, il bilancio di un grande ente previdenziale, come l’Inps, è quasi totalmente eterodiretto, sul piano finanziario. Il management può giocare un ruolo importante in tanti settori: dalla maggiore efficienza dei servizi, a una più efficace lotta all’evasione (in quest’ultimo caso i risultati sono comunque condizionati dai poteri conferiti dalle leggi e dallo stato comatoso della giustizia, essendo il contenzioso previdenziale la parte più rilevante di quello civile). Ma le risorse destinate alla gestione (oneri del personale inclusi) ammontano a circa il 3% dell’intero bilancio, meno di 4 miliardi. È questa, pur sempre condizionata, l’area di intervento del management.

Dal nostro sintetico ragionamento le conclusioni sono presto tratte: il management (incluso il presidente) non può essere ritenuto responsabile, se non per margini molto limitati, del risultato d’esercizio sia esso negativo o positivo. Negli anni scorsi si sono celebrati gli avanzi in nero dell’Istituto con un clamore assordante al pari del silenzio e della riservatezza con cui oggi si celano, all’opinione pubblica, i disavanzi. Ai tempi delle vacche grasse si organizzavano conferenze e convegni; ora per venire a conoscenza dei saldi in rosso si devono attendere gli scoop di qualche quotidiano informato (come Il Corriere della Sera di domenica scorsa).

Secondo le previsioni aggiornate per l’anno in corso, il bilancio del più importante ente previdenziale segna un risultato di esercizio negativo per 2,9 miliardi di euro (a fronte di una previsione originaria in attivo per 365 milioni). È bene precisare subito che si tratta di un dato di previsione, rivisto al ribasso in conseguenza del peggioramento del quadro macroeconomico preso a riferimento per il bilancio preventivo. I risultati di consuntivo – si conosceranno entro il prossimo mese di luglio – potrebbero essere pure peggiori.

Che cosa ha prodotto un’inversione di tendenza così marcata (pochi anni or sono si parlava di un avanzo superiore a ben 9 miliardi)? Per spiegare le ragioni dell’attuale assetto occorre chiarire, innanzitutto, un equivoco che, in altri tempi, ha fatto molto comodo ai corifei del “tutto va bene”. Il bilancio dell’Inps è un aggregato molto più complesso di quanto risulta dall’insieme delle gestioni pensionistiche. Nel conto dell’Istituto di via Ciro il Grande (nomina sunt consequentia rerum) confluiscono le gestioni della cosiddetta previdenza minore (assegni al nucleo famigliare, Cig, disoccupazione, indennità economica di malattia e maternità, ecc.), gli sgravi alle imprese, le prestazioni assistenziali (interamente coperte, queste ultime, dai trasferimenti statali, a prova del fatto che la separazione tra assistenza e previdenza è già una realtà, negata solo dai perecottari di turno).

Ne deriva che è infondato l’assioma per cui “il bilancio dell’Inps è in attivo, quindi le pensioni sono a posto”. Fino a pochi anni or sono, infatti, i saldi attivi del bilancio nel suo complesso erano determinati da due “galline dalle uova d’oro”: la gestione delle prestazioni temporanee (quella che raccoglie la previdenza minore) e la gestione separata (quella a cui sono iscritti i collaboratori e le altre figure atipiche). Nel primo caso, il gettito contributivo era superiore alle uscite per prestazioni; nel secondo caso, essendo istituita dal 1996, la gestione separata non eroga (se non in minima parte) ancora pensioni, ma incassa solo i contributi. Queste due gestioni fornivano un saldo attivo complessivo pari a circa 12 miliardi all’anno, contribuendo così a ripianare i disavanzi di talune gestioni pensionistiche e a garantire dei saldi attivi dell’intero rendiconto.

Purtroppo la crisi ha quasi azzerato l’avanzo della gestione delle prestazioni temporanee per effetto dell’incremento subito dagli ammortizzatori sociali. Così di “gallina” benefattrice è rimasta soltanto la gestione separata (7 miliardi di avanzo). Quanto alle altre gestioni pensionistiche tiene quella dei lavoratori dipendenti, ancorché oberata dal “rosso” degli ex fondi speciali confluiti (elettrici, telefonici, dirigenti di impresa industriale, ecc). Una vera e propria voragine (oltre 10 miliardi di passivo di esercizio nel 2011) è aperta nel settore del lavoro autonomo (coltivatori, artigiani e commercianti). La situazione in questo comparto è tanto grave che è urgente assumere dei provvedimenti. È troppo bassa l’aliquota contributiva (20% contro il 33% dei dipendenti) e le prestazioni si sono rilevate insostenibili (molto simili a quelle riconosciute al lavoro dipendente).

Per concludere, qualche parola su quanto è emerso nei giorni scorsi a proposito della diminuzione del numero delle pensioni, salutata con un’enfasi degna di miglior causa, come se fosse la testimonianza che ormai le cose sono a posto. Quando si innalzano i requisiti è normale che siano liquidate meno prestazioni (che poi slittano all’anno dopo). Se proprio si vogliono commentare i dati, si può solo dire che le riforme servono. Se fossero state fatte ancora prima o magari con criteri più rigorosi il numero delle pensioni sarebbe diminuito ancora di più. Ecco perché occorre proseguire.

 

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