I NUMERI/ C’è una “cattiva” ripresa che aumenta la disoccupazione giovanile

- Emmanuele Massagli

L’Istat ha comunicato ieri i dati provvisori sulla disoccupazione. EMMANUELE MASSAGLI commenta in particolare quelli sui giovani

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Foto Imagoeconomica

Il tasso di disoccupazione giovanile (15-24 anni) a dicembre 2010 è salito al 29%, con un aumento di 0,1 punti percentuali rispetto a novembre e di 2,4 punti percentuali rispetto a dicembre 2009, segnando così un nuovo record negativo, che supera il primato di “peggior dato dal gennaio 2004” che era stato raggiunto dal tasso comunicato il mese scorso. Il numero di occupati risulta invariato rispetto a novembre 2010. Il tasso di occupazione è stabile. Il numero delle persone in cerca di occupazione è diminuito dello 0,5%, mentre è lievemente aumentato il numero di inattivi.

Nonostante la maggior parte dei giornali abbia ceduto alla tentazione del titolone catastrofico incentrato sul nuovo minimo settennale, da un punto di vista più tecnico i numeri pubblicati dall’Istat non hanno nulla di sorprendente. Di fatto viene fotografata una situazione stazionaria del mercato del lavoro italiano. Anzi, sotto certi versi si notano dei segnali confortanti a livello complessivo: l’occupazione ha smesso di scendere da tre mesi e la disoccupazione ha iniziato un lento cammino di diminuzione. Potrebbe trattarsi di un segnale di raggiungimento dell’estremità inferiore della curva dell’occupazione, che quindi dovrebbe rincominciare a salire (sebbene con una pendenza diversa da quella della discesa).

Il problema è, quindi, ancora una volta, quello della disoccupazione giovanile. Parte delle cause sono da ascriversi, paradossalmente, alla ripresa. Le incertezze sul futuro ancora inquietano il tessuto produttivo italiano, contraendo di conseguenza le nuove assunzioni e inducendo a consolidare (come è incentivato dallo strumento degli ammortizzatori sociali) i rapporti di lavoro in essere. Questo atteggiamento rafforza la posizione degli insiders, a scapito degli outsiders che provano a entrare nel mercato.

Non ha senso chiedere alla politica misure che siano efficaci da subito; di conseguenza si saprà solo tra qualche mese se le azioni messe in campo dai Ministri Sacconi, Gelmini e Meloni otterranno i risultati sperati. Solo in quel momento si potrà valutare se il miliardo di euro investito in politiche mirate all’occupazione giovanile sia stato una spesa fruttuosa.

Certamente questi continui allarmi hanno avuto il merito di sensibilizzare l’opinione pubblica, i politici e gli accademici per la ricerca di una via d’uscita. Anche in queste pagine si sono spesso presentate e commentate le tante ricette sul tavolo per fronteggiare questa emergenza che tocca l’Italia più di ogni Stato europeo.

Quindi non si vuole ora ricordare quanto è già stato esaminato, bensì è ineludibile una riflessione sulla strada intrapresa con forza dal Ministro del lavoro e delle politiche sociali. Anche ieri il Ministro, commentando questi stessi dati, ha sottolineato l’importanza per i giovani dell’investimento in competenze.

 

Seguire davvero questo sentiero vuole dire costruire politiche trasversali come ambiti (si pensi ai tanti contatti tra deleghe del lavoro e dell’istruzione e formazione) e campi di intervento. Significa affermare che la scuola incide sull’occupabilità del giovane nel mercato del lavoro. Non è poco per un mondo (il nostro italiano) che tuttora concepisce l’istruzione e il lavoro come mondi separati.

 

Solitamente, quando si affronta questo discorso si parla della formazione esclusivamente in termini tecnici. Compito di scuola e università sarebbe quello di riempire la “cassetta degli attrezzi” che il giovane potrà usare nell’impatto col mondo degli adulti. Certamente sarebbe già un passo avanti, se si considera il marcato diseallineamento formativo che osserviamo in Italia e che svela tutte le pecche di una formazione troppo autoreferenziale.

 

Ma non è tutto. Compito del formatore (ancor più se insegnante e, quindi, educatore) è anche quello di stimolare la creatività dello studente e di scoprirne i talenti, orientandolo nella scelta (di studio o lavorativa) che segnerà il suo percorso professionale. Ma non è tutto. Compito di chi insegna (come del contesto che è attorno al ragazzo) è anche quello di dare credito al desiderio di qualcosa di grande che portano con sè tutti i giovani.

 

Si è più volte scritto che gli alti tassi di disoccupazione giovanile hanno anche origini culturali. Desiderare qualcosa di grande è molto di più dell’ansia di trovare il posto sicuro col quale sistemarsi e può volere dire anche accettare lavori non preventivamente considerati. Le ricerche sembrano segnalare una scarsissima diffusione di questa disponibilità tra i giovani italiani e questo è un dato che va monitorato, anche culturalmente. Oltre all’allarme per la disoccupazione è urgente porsi il problema dell’inattività giovanile.

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