I NUMERI/ I “precari a termine” sono un mito o una realtà?

- Giuliano Cazzola

Il Rapporto sulla coesione sociale dell’anno 2010, presentato in questi giorni dall’Inps, contiene dati interessanti sul lavoro dipendente a termine. Ne parla GIULIANO CAZZOLA

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Dal Rapporto sulla coesione sociale dell’anno 2010, presentato in questi giorni dall’Inps (una miniera di dati statistici molto utili, importanti e significativi) estraiamo, tra gli altri, i “numeri” riguardanti il lavoro dipendente a termine, un tema di cui si continua sempre a parlare nell’ambito della “mistica” del cosiddetto precariato.

Il numero medio di lavoratori a tempo determinato ammontava a poco più di 1.578.000 unità nel 2006 e a 1.697.000 nel primo semestre del 2010 (circa 820.000 maschi e 877.000 femmine). Sempre nel 2006, i lavoratori a tempo indeterminato erano 10.296.000, nel primo semestre del 2010 10.533.000.

È interessante osservare la composizione per età, sesso e regione dei dipendenti a termine, sulla base della loro incidenza percentuale sul totale degli occupati. Nel 2009, tra i maschi, aveva un rapporto a termine il 20,4% dei lavoratori compresi tra 15 e 34 anni. A 35 anni e oltre, la percentuale è crollata al 6,5%. In totale, i lavoratori maschi, impiegati a termine, erano il 10,8%. Nel caso delle donne le percentuali salivano rispettivamente al 26,1%, al 9,5% e al 14,6%. In totale, aveva un contratto a termine il 22,9% dei lavoratori e delle lavoratrici, calcolati insieme, in età compresa tra 15 e 34 anni, il 7,8% in età pari o superiore a 35 anni, per un dato medio complessivo pari al 12,8%.

Quanto alla ripartizione territoriale, la quota di lavoratori a termine prima dei 34 anni di età era abbastanza omogenea al di sopra del 20% in tutte le regioni (solo la Val d’Aosta e la Lombardia erano appena al di sotto di quella soglia). Diverso il caso dei lavoratori con più di 35 anni, che solo nelle regioni meridionali superavano il 10%. Il punto più elevato riguardante le coorti dei 35enni e oltre era il 21% della Calabria.

Quanto al part time, si tratta di una tipologia di rapporto di lavoro prevalentemente utilizzata dalle donne (come accade ovunque nel mondo). Nel 2009, solo il 5,1% dei lavoratori maschi lavorava a tempo parziale. Di questi, erano il 7,3% quelli che avevano tra 15 e 34 anni, il 4,2% quelli in età superiore. Nel caso delle lavoratrici, le quote non risultavano solo superiori, ma addirittura non era dato riscontrare il crollo dopo aver attraversato la soglia del 35esimo anno di età. A part time lavorava il 28,45% delle donne fino a 34 anni e il 27,7% a partire dai 35 anni. In totale, lavorava a part time il 14,3% degli occupati, di cui il 16,1% fino a 34 anni, il 13,5% oltre.

 

Può sembrare strano: il dato è abbastanza omogeneo in campo nazionale, ma nelle regioni del Sud il part time è meno utilizzato. Si conferma pertanto una tendenza a caricare sulla donna il lavoro di cura in ambito familiare e quindi a verificare un uso al femminile dei rapporti di lavoro che meglio possono consentire una prassi di conciliazione.

 

A confermare tale tendenza contribuisce l’analisi dei possibili beneficiari di congedo parentale. Nel 2009, i lavoratori maschi che hanno usufruito di tale opzione erano 23.768, di cui la quasi totalità (21.970) a tempo indeterminato. Nessun iscritto alla Gestione separata o alle casse dei lavoratori autonomi.

 

Più complesso è il discorso dei beneficiari del congedo, al femminile. A tempo determinato erano 16.813, a tempo indeterminato 236.383, per un risultato complessivo finale, nonostante tutto, di 253.196 congedi. Vanno poi aggiunte 2.883 lavoratrici beneficiarie tra gli autonomi e 1.320 tra i parasubordinati. Quanto alla ripartizione territoriale, erano prevalenti le regioni del Sud: una realtà molto significativa che deve indurre ogni utile riflessione.

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