I NUMERI/ Il “termometro” che aiuta chi sta cercando lavoro

- Mario Mezzanzanica

Gli ultimi dati comunicati dall’Istat sull’occupazione evidenziano l’impatto della crisi sul mercato del lavoro. Per fortuna, spiega MARIO MEZZANZANICA, ci sono però segnali di ripresa

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Foto Ansa

I dati definitivi del 2010 sull’occupazione, comunicati dall’Istat alla fine della scorsa settimana, mostrano con chiarezza i contraccolpi della crisi internazionale sull’occupazione. Una crisi finanziaria che in brevissimo tempo ha avuto forti ripercussioni sull’economia reale e, conseguentemente, sul mercato del lavoro.

I dati di fine 2010 non lasciano dubbi: la crisi ha avuto il suo massimo impatto nel 2009, ma ancora oggi è presente e provoca reali difficoltà a imprese e lavoratori. Per competere nell’attuale mercato, le aziende devono innovare i loro modelli organizzativi e produttivi, identificare nuove strategie per lo sviluppo e le persone devono fare i conti con un mercato ormai strutturalmente diverso, in cui l’esperienza lavorativa è sempre più caratterizzata dal cambiamento tra occasioni, professioni e settori diversi.

Per avere un’idea di sintesi dell’impatto della crisi sugli ultimi tre anni ci si può soffermare sugli indicatori relativi alla disoccupazione e soprattutto sul loro trend di crescita. Il tasso di disoccupazione è salito in tutte le aree del territorio italiano. Certo, le differenze sono significative. A livello nazionale il tasso di disoccupazione si attesta nel 2010 all’8,4%, con un incremento di 0,6 punti rispetto al 2009; la situazione è molto differenziata nelle aree del Paese: al Nord è al 5,9%, al Centro al 7,6% e al Sud al 13,4%.

Se confrontiamo questi dati con quelli del 2007 ci possiamo rendere conto dell’impatto avuto da un punto di vista quantitativo e delle conseguenti criticità che la crisi ha introdotto sull’occupazione negli ultimi tre anni. Nel 2007 il tasso di disoccupazione, a livello nazionale, si attestava al 6,1%, quello del Nord era al 3,5%, il Centro era al 5,3% e il Sud all’11%. Il tasso di crescita tra il 2010 e il 2007 è a livello nazionale pari a circa il 38% ed è molto differenziato tra Nord (+69%), Centro (+44%) e Sud (+21%). I differenziali di crescita del tasso di disoccupazione sono evidenti: se al Sud la crisi ha comportato un innalzamento della disoccupazione che prima della crisi era già preoccupante, al Centro, e soprattutto al Nord, l’impatto è stato più “traumatico”, mostrando valori a cui non si era assolutamente preparati (doppi rispetto a quelli di tre anni fa). La ragione primaria di tale eventi è certamente legata alla forte presenza dell’industria manifatturiera al Nord, settore economico maggiormente colpito dalla crisi.

Per i giovani (tra i 15 e 24 anni) la situazione è ancora più critica: complessivamente, il tasso di disoccupazione raggiunge il 27,8% con differenze anche qui significative tra Nord (20,6%), Centro (25,9%) e Sud (38,8%) e con un tasso di crescita tra 2007 e 2010 molto differenziato. Al Nord è stato pari a circa il 70%, al Centro è stato del 45% e al Sud del 20%. I giovani sono stati maggiormente interessati dalla crisi, come già sottolineato in altri articoli su ilsussidiario.net, in conseguenza della diminuzione di occasioni lavorative e, soprattutto, in quanto le opportunità lavorative disponibili (spesso di breve periodo) venivano (e vengono) maggiormente offerte a persone che hanno esperienza e competenza. Siamo davanti a un mercato che non investe sui giovani, sulla loro crescita professionale nei contesti aziendali e non mostra quindi , a oggi e nei fatti, una capacità di investimento nel capitale umano: il primario fattore di sviluppo dell’impresa.

Alcuni segnali di inversione di rotta si possono riscontrare in particolare nelle dinamiche in atto nei diversi territori a forte presenza industriale. In Lombardia, ad esempio, i dati degli avviamenti al lavoro del 2010 sono in crescita (circa il 6%) rispetto al 2009 e il mercato sta riacquisendo una dinamicità che nel 2009 era terribilmente calata. Il termometro più evidente è rappresentato dagli andamenti delle assunzioni che vengono effettuate con il contratto di somministrazione (interinale). Alla fine del 2008, inizio della crisi, le assunzioni tramite contratti interinali erano calate bruscamente (circa il 34% nell’ultimo trimestre) e tale calo è proseguito per tutto il 2009. Nel 2010 la tendenza si è invertita, riportando i valori degli avviamenti su livelli “sostanzialmente” equivalenti a quelli pre-crisi.

L’interinale è normalmente un contratto di lavoro di breve durata (circa 2-3 mesi), ma si è riscontrato un innalzamento significativo di proroghe contrattuali che hanno innalzato la permanenza delle persone nei luoghi di lavoro. In estrema sintesi si può constatare che segnali di ripresa, pur se tra chiari e scuri, sono riscontrabili nelle dinamiche in atto e stanno avvenendo in settori industriali che hanno forti propensioni all’esportazione e sono caratterizzati da prodotti e servizi di elevata specializzazione. Certo, la visibilità nelle prospettive future è annebbiata anche a causa dell’esperienza “traumatica” del 2009, un elemento che contribuisce a far crescere la scelte di effettuare le assunzioni con contratti flessibili e per periodi “brevi” (in Lombardia, sul totale degli avviamenti intercorsi nel 2010, il 73% è avvenuto con contratti flessibili).

La situazione attuale richiede da una parte di proseguire con i diversi interventi attuati negli ultimi due anni in materia di sostegno economico (ammortizzatori sociali) e di politiche attive (supporto all’inserimento-reinserimento lavorativo), integrando sempre più politiche attive e passive e dall’altra di rendere strutturali gli ampliamenti agli accessi degli interventi anche per le piccole imprese, i lavoratori presenti nel mercato con contratti flessibili e per coloro che lavorano attraverso forme di lavoro autonomo (il cosiddetto popolo delle partite Iva). Occorre, cioè, puntare su una riforma delle politiche in un’ottica di sistema di servizi per il lavoro, pensato e rivolto a una reale risposta ai bisogni, sempre più differenziati, delle persone.

Da un altro punto di vista serve rilanciare con maggior forza un piano di sviluppo che sappia sostenere le aziende nel loro processo di innovazione e sviluppo, oggi sempre più necessario per competere a livello nazionale e internazionale.

 

I dati citati nel presente articolo sono di fonte Istat e Osservatorio del mercato del lavoro della Regione Lombardia. Elaborazione dati Crisp – Centro di ricerca interuniversitario per i servizi di pubblica utilità.

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