I NUMERI/ Quei 160.000 posti di lavoro che le imprese cercano

Nel terzo trimestre di quest’anno, il sistema produttivo italiano ha mostrato timidi segnali di ripresa prevedendo 162.000 assunzioni. Ce ne parla ACHILLE PALIOTTA

28.09.2011 - Achille Paliotta
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Foto Imagoeconomica

L’attuale crisi economica, di cui si fa fatica a vedere la fine, porta inevitabilmente con sé notevoli contrazioni occupazionali, oltre a tutte le difficoltà di riuscire a mettere in campo provvedimenti efficaci e condivisi (tra cui quelli di favorire la fuoriuscita dalla stessa, stimolando, innanzitutto, la crescita economica).

Tuttavia, nonostante tutti i problemi attuali, nel III trimestre 2011 (luglio-settembre), il sistema produttivo italiano ha mostrato dei timidi segnali di ripresa prevedendo 162.000 assunzioni rispetto alle 139.700 dello scorso periodo (+15,9%). È quanto si può desumere dall’ultima rilevazione sui fabbisogni occupazionali delle imprese del Sistema informativo Excelsior-Unioncamere, il quale, a partire da quest’indagine, rende disponibili i dati sia a livello trimestrale che provinciale.

Tale innovazione si inquadra nel più generale intento, del ministro del Lavoro Maurizio Sacconi, di favorire in ogni modo l’incontro tra domanda e offerta di lavoro, soprattutto in periodo di crisi: lo stesso ministro ha fortemente voluto sia la trimestralizzazione di quest’indagine, nonché il rafforzamento di altre rilevazioni similari quali il progetto Analisi dei fabbisogni dell’Isfol, il Sistema informativo integrato sulle professioni di Isfol e Istat nonché la nascita del sito Cliclavoro promosso dal ministero del Lavoro e delle Politiche sociali.

Dalla lettura della nuova rilevazione trimestrale Excelsior-Unioncamere si possono enucleare alcune interessanti riflessioni di sintesi, rimandando, invece, gli interessati a maggiori approfondimenti allo studio completo disponibile in rete.

Stagionalità – Il trimestre preso in considerazione è sicuramente connotato da una forte stagionalità la qual cosa se è non rilevante per il settore manifatturiero lo è invece per quello dei servizi: 106.750 assunzioni previste saranno “non stagionali” (65,7%) e 55.850 “stagionali” (34,3%). Ciò è maggiormente vero per alcuni comparti come il “turistico-alberghiero e ristorazione”: il gruppo occupazionali dei “cuochi, camerieri e altre professioni specifiche dei servizi turistici” è quello più richiesto (30.300 unità, 18,6%); essi, per circa due terzi, saranno destinati ad attività stagionali verosimilmente destinate a esaurirsi nel corso di questo stesso trimestre.

Settore economico – Quasi 122.200 assunzioni sono previste nei servizi (75%) e oltre 40.400 nell’industria (25%); fra le imprese dell’industria “in senso stretto” il 15,9% (all’interno dello stesso è da sottolineare il 4,3% delle industrie “alimentari”), mentre le “costruzioni” prevedono assunzioni pari all’8,1% del totale. Tra i servizi assumeranno soprattutto il “turistico-alberghiero e ristorazione” (23%), il “commercio” (17,7%), i “servizi operativi alle imprese” (7,2%) e la “sanità” (6,9%).

Localizzazione geografica – La percentuale di assunzioni, a livello di circoscrizione geografica, è sostanzialmente la stessa: intorno al 26% nel nord-est (42.310), nel nord-ovest (43.270) e Sud e Isole (42.620), mentre una quota di poco superiore al 21% nel Centro (34.400).

Dimensione aziendale – Poco più di 90.000 assunzioni (55,5%) saranno effettuate da imprese sotto i 50 dipendenti, ma è da sottolineare che sono quasi il 40% quelle previste da Pmi fino a 9 dipendenti, mentre il restante 44,5% da società con 50 o più dipendenti.

Gruppo professionale/occupazionale – Tra i grandi gruppi una quota percentuale preponderante è rappresentata dalle 61.950 assunzioni previste per “professioni qualificate nelle attività commerciali e nei servizi” (38,1%), segue poi il “personale non qualificato” (23.860 unità, 14,7%), gli “operai specializzati” (20.330, 12,5%), i “conduttori di impianti e operai semiqualificati addetti a macchinari fissi e mobili” (13.110, 8%). Tra il personale qualificato le più richieste sono le “professioni tecniche” (costruzioni, medico-sanitarie, amministrative, marketing, insegnamento, servizi alle imprese, 22.490, 13,8%), gli “impiegati” (14.110, 9%) e le “professioni intellettuali, scientifiche e di elevata specializzazione” (6.290, 4%).

Livello di inquadramento – La maggior parte delle assunzioni previste riguarderà occupazioni “operaie” con più di 111.200 assunzioni previste (68,4%), seguono “impiegati e quadri” (quasi 51.000, 31,6%). Incrociando tale dato con quello dei settori economici si ha che nel manifatturiero la quota degli operai raggiunge l’80%, mentre nei servizi poco meno del 60%.

Esperienza lavorativa precedente – Sarà richiesta una specifica esperienza al 56,6% dei candidati (industria, 61% e servizi, 55%), ma con valori più elevati per specifici comparti quali “tessile abbigliamento”; “metallurgia”; “macchinari”; “turistico-alberghiero e ristorazione”; “informatica”; “istruzione” e “socio-sanitario”.

Difficoltà di reperimento – Nonostante il permanere della crisi, le imprese, interpellate nel corso dell’indagine, hanno dichiarato che sussistono difficoltà di reperimento di figure professionali nel 17,2% dei casi, con un picco del 20% per quelle non stagionali e del settore dell’industria, mentre nei servizi tale valore scende al 16,3%. Difficoltà di reperimento superiori alla media sono segnalate dalle imprese del “legno e mobile”; “metallurgiche”; “informatica”; “servizi avanzati alle imprese”, ma anche di quelle “socio-assistenziali e sanitari”, evidentemente per profili molto specializzati. Riguardo ai gruppi occupazionali fanno registrare valori superiori alla media i “gestori e responsabili di piccole imprese”; gli “specialisti di scienze matematiche, fisiche e naturali”; i “tecnici paramedici”; gli “operai specializzati addetti alle rifiniture nelle costruzioni”; gli “ingegneri e professioni assimilate”; i “tecnici delle scienze quantitative, fisiche e chimiche”; le “professioni qualificate nei servizi sanitari”; i “meccanici, montatori, riparatori e manutentori di macchine fisse e mobili”; i “fonditori, saldatori, lattonieri, calderai, montatori di carpenteria metallica ed assimilati”.

Altre caratteristiche – Quasi 64.000 assunzioni (il 39,3% del totale) sono esplicitamente orientate verso giovani al di sotto dei 30 anni; a questi se ne aggiungeranno sicuramente altri, fra i 59.000 assunti senza indicazione di una preferenza di età; per quasi 33.000 assunzioni (il 20,2% del totale) sono ritenute più adatte figure femminili; anche queste saranno sicuramente incrementate, considerando che per quasi il 53% delle assunzioni totali il genere è ritenuto indifferente; quasi 46.000 assunzioni “non stagionali” saranno a tempo indeterminato, pari al 43%; i laureati e i diplomati assunti con contratto “non stagionale” potranno essere circa 59.000 (il 55,4% del totale); il personale immigrato potrà essere assunto in 24.000 unità (15%), soprattutto nei servizi alle “imprese e alle persone” (27,9%), nei servizi “sanitari e socio-assistenziali” (23%), nell’industria “alimentare” (21%), nel “turistico-alberghiero e ristorazione” (19%) e nell’industria del “legno e mobili” (19%).

Cosa emerge, dunque, dal quadro sin qui delineato, vale a dire dei fabbisogni occupazionali del sistema produttivo nazionale? Innanzitutto, va evidenziata, dal punto di vista delle imprese, una ripresa la quale è comunque fortemente differenziata tra i diversi settori economici, classi dimensionali, livelli di inquadramento e gruppi occupazionali. In secondo luogo, come si vede molto bene dai dati, emerge una situazione nazionale assai lontana dal profilo medio continentale.

Rispetto a simili rilevazioni svolte a livello europeo, difatti, la domanda di lavoro italiana risulta maggiormente polarizzata tra professioni a elevata qualificazione e quelle non qualificate e ciò è senz’altro dovuto alla scarsa innovazione produttiva e settoriale italiana. Come si può facilmente immaginare, ciò mette seriamente in dubbio la capacità nostrana, nel lungo periodo, di misurarsi su mercati globali sempre più competitivi, sempre più basati sulle innovazioni tecnologiche e sulle competenze chiave e specialistiche (soft e hard skills) richieste al personale.

L’attuale crescita di domanda per laureati e diplomati, seppur sia da considerarsi oramai come tendenziale, non foss’altro che per i bassi livelli di partenza, non rassicura però sul futuro prossimo. Dovrebbero essere, pertanto, stimolate, il più possibile, politiche attive nei confronti delle imprese, in primis delle Pmi, al fine di evitare la trappola della bassa produttività dovuta a scarsa innovazione tecnologica, di processo e di prodotto, e insufficiente qualificazione del personale.

La tecnologia rappresenta, difatti, un potente fattore di sviluppo di nuove mansioni e specializzazioni che in un arco di tempo relativamente breve possono trasformarsi in nuove professioni e occupazioni; le innovazioni non solo fanno sorgere nuove attività lavorative, ma possono contemporaneamente decretare il declino di alcune occupazioni tradizionali. Sebbene sia ancora tutta aperta la discussione degli effetti jobs killer, è indubbio che le innovazioni tecnologiche attuali contribuiscono, comunque, ad accrescere il tasso di sostituzione di figure professionali tradizionali con quelle nuove.

Riguardo al secondo aspetto, è da tempo un postulato ampiamente accettato che un’educazione formale elevata, di tipo qualificato, favorisce, in media, alti tassi di partecipazione alla forza lavoro, bassa disoccupazione ed elevati guadagni rispetto a quelli a bassa qualificazione. Questo, però, non sembra essere proprio la situazione italiana connotata da una fin troppo evidente polarizzazione tra i molti giovani Not in Education, Employment or Training (Neet) e coloro che aspirano a un lavoro creativo, astratto, basato sulle competenze, chiaramente di tipo qualificato i quali ricercano anche un più diretto controllo sulle loro attività lavorative: ciò è frutto anche della spinta democratica la quale ha alterato valori e aspettative e, di conseguenza, le relazioni socio-lavorative all’interno dell’impresa.

In definitiva, una segmentazione del mercato del lavoro italiano che la crisi attuale sembra aver ancor di più accentuato, rispetto al recente passato, e che il legislatore sta cercando di attenuare liberalizzando i canali di ricerca lavoro e favorendo, nello stesso tempo, un più efficace incontro tra domanda e offerta.

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