I NUMERI/ Gli “integratori” per abbattere la disoccupazione giovanile

- Stefano Bruni

Nuovi indicatori statistici, varati dal parlamentino del Cnel e dai tecnici dell’Istat, consentiranno di misurare la qualità del lavoro delle giovani generazioni. Ce ne parla STEFANO BRUNI

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Immagini di repertorio (Infophoto)

Alcuni nuovi indicatori statistici, di recente varati dal parlamentino del Cnel e dai tecnici dell’Istat, consentiranno di misurare la qualità del lavoro delle giovani generazioni. Circa un anno fa, il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, intervenendo alla trentaduesima edizione del Meeting di Rimini, aveva richiamato l’attenzione dei presenti, e non solo, su tutti quegli “stati soggettivi e aspetti qualitativi della condizione umana”, affermando che “è a tutto ciò che bisogna pensare quando ci si chiede se le giovani generazioni […] potranno […] aspirare a progredire rispetto alle generazioni dei padri, come è accaduto nel passato. La risposta è che esse possono aspirare e devono tendere a progredire nella loro complessiva condizione umana. Ecco qualcosa per cui avrebbe senso che si riaccendesse il motore del desiderio”.

Trascorso un anno, alla vigilia della trentatreesima edizione del Meeting per l’amicizia fra i popoli, i dati forniti poco più di dieci giorni fa dall’Istat sull’andamento del mercato del lavoro dicono che il motore dello sviluppo non è ancora ripartito. Di questa situazione, le giovani generazioni pagano il maggiore prezzo: il tasso di disoccupazione (15-24 anni) è oltre il 34%, con una variazione tendenziale del 6,6%. In generale, il tasso di disoccupazione è cresciuto nell’anno del 2,4% e si attesta ora ad un valore pari al 10,8%. Da un lato, dunque, il “desiderio di certezza” richiamato dal Presidente Napolitano un anno fa, dall’altro una realtà che i numeri descrivono come incerta, ambigua, senza punti fissi di riferimento.

Quello che appare è un quadro sostanzialmente inconciliabile. La scommessa per il futuro è proprio questa: conciliare ciò che ora non appare conciliabile, individuando nuovi ambiti di azione. È proprio questo il senso della iniziativa congiunta Cnel-Istat che ha consentito di arrivare a individuare 134 indicatori integrativi del Pil, da utilizzare per misurare il benessere equo e sostenibile del Paese. Un cruscotto di indici che consenta di indirizzare al meglio le politiche, valutandone aspetti sostanziali, oltre che di carattere finanziario. Tra i vari indicatori ve ne sono di specifici in grado di misurare “il grado di incertezza” del lavoro dei più giovani.

Nello specifico, il dominio sul lavoro e sulla conciliazione dei tempi di vita consente di analizzare, tramite gli indicatori che lo rappresentano, l’andamento del mercato del lavoro senza dimenticare la centralità dell’uomo, della persona e la sua complessiva condizione. E così, vicino al più classico indicatore del tasso di occupazione (riferito a una classe di età – 20-64 anni – armonizzata rispetto ai nuovi obiettivi di Europa 2020) compare un tasso di mancata partecipazione al lavoro in grado di cogliere anche quella parte di popolazione inattiva che mostra comunque un “attaccamento” al mercato del lavoro, una potenziale disponibilità a lavorare. Un indicatore quindi in grado di rilevare tutti quei fenomeni di “scoraggiamento” che non è detto siano diretta conseguenza di iniziative legislative.

E cosa dire degli indicatori in grado di misurare “l’incertezza” dei lavori e dei lavoratori, soprattutto giovani? Indicatori cioè che consentono di avere informazioni, espresse in percentuale, in relazione alle trasformazioni, nel corso di un anno, da lavori instabili a lavori stabili e in relazione agli occupati in lavori a termine da almeno cinque anni. Ancora, si possono avere informazioni rispetto all’insicurezza dell’occupazione intesa come probabilità di perdere il proprio lavoro nei successivi sei mesi e di trovarne un altro simile successivamente.

Indicatori certamente vicini alle giovani generazioni, così come quello relativo agli occupati sovraistruiti. Un problema, quest’ultimo, che può generare un utilizzo poco efficace dell’input di lavoro nei processi produttivi e segnalare, dunque, quel fenomeno di allontanamento tra il sistema formativo e la domanda di lavoro con conseguente mismatching nel singolo settore di riferimento. In alcuni casi, inoltre, alcuni indicatori ci consentono addirittura di essere, una volta tanto, anticipatori.

L’indicatore soggettivo della soddisfazione per il lavoro svolto, che rappresenta una media delle soddisfazioni, per guadagno, carriera, relazioni con colleghi, condizione e ambiente di lavoro, conciliazione con i tempi di vita e tipo di lavoro svolto, seppur fortemente raccomandato dalle organizzazioni internazionali, non risulta essere facilmente comparabile con altre esperienze europee o extraeuropee perché non ancora elaborati.

Il prossimo 19 agosto il Presidente del Consiglio Mario Monti parteciperà all’incontro inaugurale del XXXIII Meeting dedicato a “I Giovani per la crescita”. I nuovi indicatori hanno la peculiarità di fornire indicazioni in termini qualitativi oltre che quantitativi e pertanto consentono di rendere più consapevoli i decisori politici. Il Meeting è una particolare e rilevante occasione di confronto, un’importante opportunità per avviare una nuova e approfondita riflessione che possa conciliare le esigenze di ripartenza dei motori del desiderio e dello sviluppo.

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