IL CASO/ I numeri che mettono nell’angolo la riforma Fornero

- Andrea Giuricin

Il caso della Germania dimostra che è possibile aumentare l’occupazione sia dei giovani che degli anziani attraverso la flessibilità, come spiega ANDREA GIURICIN

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Elsa Fornero (Infophoto)

La riforma del lavoro torna al centro dell’attenzione. Il Ministro Elsa Fornero ha dichiarato ieri che l’accordo dello scorso giugno è un buon punto di partenza per le Parti sociali per andare avanti nelle discussioni. Il rischio di un autunno caldo è tuttavia molto elevato, dato che i sindacati non sembrano essere uniti, mentre il Governo non è disposto a mettere molti soldi sul tavolo produttività aperto dal Ministro Passera.

I dati della disoccupazione mostrano una realtà molto preoccupante con ormai oltre il 10% della popolazione attiva in cerca di lavoro; ma è ancora più preoccupante la situazione dei giovani che non riescono a entrare nel mondo del lavoro, dato che solo il 27,4% della popolazione tra 15 e 24 anni è attivo nel mondo del lavoro. In generale è il tasso di attività a dover fare preoccupare maggiormente le Parti sociali, più di quello di disoccupazione. Se infatti quest’ultimo dato è elevato, ma non è molto differente da quello medio dell’Unione europea, il numero di persone dentro il mondo del lavoro è estremamente basso dato che solo il 62% è incluso. In Germania, per esempio, il dato è di 15 punti superiore, ma anche la Spagna raggiunge quasi il 74%.

Il problema è dunque come cercare di fare entrare le persone nel mondo del lavoro, in particolare i giovani e le donne come ricorda il Ministro Fornero sulle colonne di Repubblica in una piccata risposta all’economista di Fermare il Declino Alessandro De Nicola. Il problema è forte e chiaro, ma il metodo per cercare di risolvere questa “tragedia” nazionale è ben diverso. Giustamente l’economista ricorda che sarebbe più efficace un abbassamento del cuneo fiscale anche solo di un solo punto, piuttosto che premiare quelle aziende che mettano nel proprio consiglio direttivo dei sindacati. Quale merito ha infatti cercare di copiare un modello tedesco solo in minima parte senza andare nella direzione di una piena flessibilità del mercato del lavoro?

In Germania si è adottato un vero mercato del lavoro con contratti di secondo livello funzionanti, dove lo scambio produttività e flessibilità in cambio di salario ha cominciato a funzionare molto bene. Non è un modello dissimile da quello adottato nel contratto Pomigliano di Fiat, che non a caso ha deciso di uscire da Confindustria quando ha compreso che tale modello avrebbe trovato delle difficoltà di applicazione con l’accordo del giugno 2011 (quello ricordato ieri dal Ministro).

In Germania questa flessibilità in uscita è stata introdotta con un effetto sorprendente; non solo è aumentato il tasso di attività dei giovani e quella del mercato del lavoro in generale, ma anche quello della fascia d’età compresa tra i 55 e i 64 anni. In particolare nel 2011 gli “anziani” al lavoro sono ormai il 64% contro il 43% solo di un decennio prima.

Il modello tedesco del lavoro non è solo avere sindacati nel consiglio d’amministrazione, ma è soprattutto avere dato alle aziende la possibilità di adattarsi all’andamento economico con strumenti in grado di aumentare la flessibilità, quello che ingiustamente il ministro del Lavoro chiama “liberalizzazione spinta del mercato del lavoro”. Avere flessibilità in uscita è essenziale anche per i giovani e gli anziani, come mostra il modello tedesco perché il mondo del lavoro non assomiglia a una torta dove i giovani sono “una fetta” e gli anziani “un’altra fetta” e vi è una cannibalizzazione tra le due categorie. Se si liberalizza questo mercato, la “torta” s’espanderà come ha dimostrato la riforma Hartz in Germania.

La riforma del lavoro non solo non va in direzione chiara verso l’eliminazione del dualismo del mercato del lavoro senza avere il coraggio d’incidere profondamente sulla mancanza di flessibilità in uscita nello stesso, ma ha aumentato i costi per le aziende che non a caso si sono lamentate. Se adesso il Ministro Fornero vuole tornare indietro verso un alleggerimento fiscale, ben venga, ma come giustamente ricorda De Nicola, è necessario che il criterio sia quello generale di riduzione dell’imposizione fiscale senza condizionamenti di ogni sorta.

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