I NUMERI/ Lavoro e stipendio: ecco quanto conta la laurea

- Giuliano Cazzola

Laureati più avvantaggiati per un posto di lavoro. Triennalisti favoriti rispetto agli specialistici. GIULIANO CAZZOLA ci presenta i dati dell’ultimo Rapporto AlmaLaurea

scuola_concorso_giovaniR400
Infophoto

Viene presentato oggi, 12 marzo, a Venezia, nella prestigiosa sede dell’Università Ca’ Foscari, il XV Rapporto AlmaLaurea sulla condizione occupazionale dei laureati (di cui forniamo di seguito una sintesi riguardante taluni aspetti tra i tanti affrontati). Il Rapporto conferma il quadro occupazionale difficoltoso evidenziato anche negli anni precedenti  e che ha cominciato a manifestarsi all’inizio del nuovo millennio. L’indagine, relativa al 2012, ha coinvolto oltre 400mila laureati post-riforma di tutti i 64 atenei aderenti al Consorzio interuniversitario – di cui è animatore il professor Andrea Cammelli –  che dispone, ormai da anni, di una banca dati on-line, fornita di oltre un milione di curricula appartenenti ai laureati degli atenei aderenti, i cui rapporti con il mercato del lavoro vengono monitorati, tramite interviste, a distanza di uno, tre e cinque anni rispetto al conseguimento del diploma di laurea.

Quest’anno, per la prima volta, l’indagine è stata estesa ai laureati di secondo livello a cinque anni dal conseguimento del titolo; il che ha consentito  di completare il quadro articolato e aggiornato delle più recenti tendenze del mercato del lavoro unitamente alla verifica dell’efficacia delle riforme degli ordinamenti didattici. La partecipazione degli intervistati è stata molto elevata: i tassi di risposta hanno raggiunto l’86% per l’indagine a un anno, l’80% per quella a tre e il 77% a cinque anni.

Nelle pagine del Rapporto vengono esaminati, con il consueto dettaglio, tutti gli aspetti delle performance occupazionali che AlmaLaurea approfondisce da quindici anni. Da allora, sul sito del Consorzio (di recente rinnovato), ispirandosi al principio della trasparenza, è stata messa a disposizione l’intera documentazione, consultabile per singolo ateneo e fino all’articolazione per corso di laurea, così da permettere una sua più diffusa utilizzazione per l’analisi dell’efficacia esterna dell’università anche ai fini della delicata funzione di orientamento dei giovani.

Innanzitutto, viene naturale, dovendo parlare di lavoro, chiedersi se laurearsi serve a trovare un’occupazione, in una fase di crisi profonda come l’attuale, in cui circolano molte leggende metropolitane secondo le quali non sarebbe conveniente proseguire negli studi accademici, ai fini dell’accesso al mercato del lavoro. Secondo le rilevazioni di AlmaLaurea, la realtà è diversa.Nell’intervallo di età 25-64 anni la documentazione più recente conferma, infatti, che i laureati godono di un tasso di occupazione più elevato di oltre 12 punti percentuali rispetto ai diplomati.

Sarà pure un confronto da compiere in discesa, ma, tra il 2007 e il terzo trimestre del 2012, la disoccupazione è cresciuta del 67% per i giovani di 25-34 anni, mentre è cresciuta del 40% per i laureati della medesima età. Se si guarda alla popolazione nel suo complesso, la crescita della disoccupazione raggiunge il 60%, mentre per i laureati l’incremento si ferma al 50% con riferimento al loro totale. Questo peggioramento, in termini di variazione percentuale del tasso di disoccupazione, ha riguardato maggiormente gli uomini (che partivano da posizioni migliori) che le donne per entrambe le fasce d’età (25-34 anni: uomini 87% e donne 49%; 15 anni e oltre: uomini 81% e donne 40%).

Si tratta di un’indicazione confermata anche dalla rilevazione Unioncamere-Excelsior sul fabbisogno di lavoro nel 2012 delle imprese italiane (che non comprende quindi il settore della Pubblica amministrazione); secondo queste ultime, la contrazione nella domanda di lavoratori non stagionali rispetto al 2011 riguarda in misura minore i laureati (-33,1% contro il -50,4% dei diplomati e il -50,9% del totale).

Più in generale, il XV Rapporto ricorda che il tasso di disoccupazione, dopo un’impennata, nel corso del 2011 e l’inizio del 2012, ha mostrato i segni di una stabilizzazione nel secondo e nel terzo trimestre che sembra riguardare soprattutto i laureati. Si tratta di un andamento che non risulta confermato dagli ultimi dati. Una nota a parte merita il fenomeno imponente degli inattivi e, specificamente, quello dei cosiddetti Neet (15-29enni che non studiano e non lavorano), specchio del forte disagio dei giovani sfiduciati in un mercato del lavoro che offre scarse opportunità di realizzazione.

Gli inattivi disponibili a lavorare ma che non cercano attivamente un’occupazione, tra il quarto trimestre del 2007 e il terzo trimestre del 2012, sono aumentati da 2,55 milioni a 3,09 milioni (12,2% della forza lavoro), con un incremento del 21%, con dinamiche differenti in base alle circoscrizioni territoriali, fascia d’età, livello di istruzione e genere. Dinamiche che hanno visto avvicinarsi i gruppi forti (persone più istruite, residenti al Nord, maschi d’età di classe centrale) a quelli storicamente deboli nel mercato del lavoro (persone meno istruite, residenti nel Mezzogiorno, giovani, femmine).

Per quanto riguarda specificamente i Neet nel 2011 essi hanno raggiunto il 22,7% della popolazione della stessa classe d’età (oltre due milioni di giovani), con punte più elevate nel Mezzogiorno (31,9%; 35,7% in Sicilia) e tra le donne (25,4%; 34,2% nel Mezzogiorno). Su questo terreno la posizione dell’Italia, al vertice della graduatoria europea, è distante dai principali paesi quali Germania (9,7), Francia (14,5) e Regno Unito (15,5%), risultando così particolarmente allarmante.

Nel precedente rapporto AlmaLaurea sulla condizione occupazionale dei laureati si era evidenziato che, tra il 2008 e il 2010 l’Italia, pur partendo dai livelli più bassi già dal 2004, aveva fatto registrare un’ulteriore riduzione della quota di occupati nelle professioni ad alta specializzazione, in continuità con gli anni precedenti ma in controtendenza rispetto al complesso dei paesi dell’Unione europea. Nel suo insieme, questo quadro fortemente problematico trova anche quest’anno conferma, purtroppo, nei diversi aspetti indagati (tasso di occupazione e di disoccupazione, tipologia dei contratti, retribuzioni, efficacia della laurea, soddisfazione per il lavoro svolto, ecc.), nella più recente rilevazione di AlmaLaurea sulla condizione occupazionale dei laureati.

L’analisi dei principali indicatori relativi alla condizione occupazionale dimostra come nell’ultimo anno si sia registrato un ulteriore deterioramento delle performance occupazionali dei laureati. Deterioramento che si riscontra non solo tra i neo-laureati, i più deboli sul fronte occupazionale perché con minore esperienza, ma anche tra i colleghi laureatisi in tempi meno recenti. Sia a uno che a tre anni dal titolo, infatti, il confronto con le precedenti rilevazioni evidenzia un generale peggioramento degli esiti occupazionali.

Rispetto alla precedente rilevazione l’area della disoccupazione risulta ampliata, con rilevanti differenze in funzione del gruppo di corso di laurea, del genere e della circoscrizione territoriale, in tutte le fasce di popolazione esaminate. A un anno dal titolo +3,5 punti tra i triennali, +1 punto tra i biennali specialistici/magistrali (di seguito definiti semplicemente specialistici), +2 punti tra i colleghi specialistici a ciclo unico. Ciò si traduce nel superamento della soglia del 20% riscontrabile per ciascuno dei collettivi esaminati. A tre anni dal titolo l’aumento della disoccupazione è di 2,5 punti tra i triennali, 1 punto tra gli specialistici e 2 punti tra i laureati a ciclo unico; il tasso di disoccupazione è per tutte le categorie superiore al 10%.

Seppure il quadro qui delineato risulti in parte influenzato dalla mutata composizione dei collettivi nel corso del tempo (ad esempio, tra i laureati a ciclo unico hanno assunto un peso crescente i laureati in giurisprudenza, caratterizzati da elevati tassi di disoccupazione), è comunque generalmente confermato a livello di percorso di studio, area geografica di residenza e genere, confermando le – già citate – crescenti difficoltà dei laureati.

È bene sottolineare che per i laureati intervistati a cinque anni dal titolo il tasso di disoccupazione si riduce a valori “fisiologici” (6%), nonostante la crisi. Questo è sicuramente un dato positivo – è una nostra considerazione – perché dimostra che, nella generalità dei casi, la crisi economica ritarda l’accesso al lavoro rispetto a tempi di attesa in precedenza più brevi, ma che, trascorsi questi anni di difficoltà maggiore, i giovani laureati  trovano un impiego.

Resta altrettanto vero che a un anno dal titolo gli occupati (comprendendo anche coloro che sono in formazione retribuita), seppure in calo, sono attorno al 70% fra i laureati di primo livello, al 72% fra quelli specialistici e al 60% fra gli specialistici a ciclo unico. Non si dimentichi che fra questi ultimi il tasso di occupazione è più basso perché più elevata è la quota di quanti risultano impegnati in formazione non retribuita (soprattutto fra i laureati del gruppo giuridico). A cinque anni, l’occupazione indipendentemente dal tipo di laurea è prossima al 90%. Un dato, questo, che merita di essere segnalato a fronte delle tante leggende metropolitane che accompagnano, spesso caricandolo di retorica, il dibattito sull’occupazione giovanile.

La crisi fa sentire il suo peso sulla qualità del lavoro. Con la sola eccezione dei laureati specialistici biennalia un anno, anche il lavoro stabile (contratti a tempo indeterminato e da attività autonome vere e proprie) si riduce rispetto alle precedenti rilevazione a uno e tre anni dal titolo. Alla contrazione della stabilità lavorativa si associa un aumento delle numerose forme di lavoro atipiche o precarie. Ciò che preoccupa maggiormente, però, è l’incremento generalizzato del lavoro non regolamentato, in particolare tra i neo-laureati. Per alcuni percorsi di studio, soprattutto quelli che conducono tipicamente alle libere professioni, l’attività non regolare pare essere una prima, quasi obbligata, tappa del percorso di inserimento nel mercato del lavoro. Anche per quanto riguarda la stabilità del lavoro, tra uno e cinque anni dal conseguimento del titolo si evidenzia un generale miglioramento; la stabilità si dilata infatti fino a coinvolgere 7 occupati su 10 (tra i triennali quasi 8 su 10): un dato di cui è opportuno prendere nota.

La retribuzione a un anno, complessivamente, supera di poco i 1.000 euro netti mensili: in termini nominali 1.049 per il primo livello, 1.059 per gli specialistici, 1.024 per gli specialistici a ciclo unico. Rispetto alla precedente rilevazione, le retribuzioni nominali risultano in calo, con una contrazione pari al 5% fra i triennali, al 2,5% fra i colleghi a ciclo unico e al 2% fra gli specialistici biennali.

Con tali premesse, è naturale attendersi un specialistici biennali. Con tali premesse, è naturale attendersi un quadro ancor meno confortante se si considerano le retribuzioni reali, ovvero se si tiene conto del mutato potere d’acquisto: in tal caso, infatti, le contrazioni sopra evidenziate crescono fino all’8% tra i triennali e al 5% tra gli specialistici, ciclo unico compresi. Se si estende il confronto temporale all’ultimo quadriennio (2008-2012), si evidenzia che le retribuzioni reali sono diminuite, per tutte e tre le lauree considerate, del 16-18%.

L’analisi circoscritta ai soli laureati che lavorano a tempo pieno e hanno iniziato l’attuale attività dopo la laurea, seppure innalzino le retribuzioni medie mensili a quasi 1.200 euro per tutti i collettivi in esame, conferma le contrazioni qui evidenziate eccetto che per i laureati specialistici. A tre anni dalla laurea i guadagni oscillano attorno ai 1.200 euro mensili e la contrazione delle retribuzioni, rispetto alla precedente rilevazione, varia tra il 7 e il 9%. A cinque anni le retribuzioni nette mensili si attestano a circa 1.400 euro mensili (con forti disparità per livello e percorsi di studio, genere, ripartizioni territoriali).

I principali indicatori relativi all’inserimento occupazionale rilevati da AlmaLaurea nel corso degli ultimi 15 anni mostrano un progressivo peggioramento delle condizioni lavorative dei laureati a partire dai primi anni 2000. Tutto ciò, tra l’altro, senza particolari distinzioni tra laureati triennali, specialistici e pre-riforma, contrariamente a resistenti luoghi comuni che vedono i laureati del 3+2 e, in particolare, quelli di primo livello meno appetibili agli occhi dei datori di lavoro. A parità di condizioni, infatti, i laureati triennali a un anno dalla laurea hanno una probabilità di occupazione più elevata di quelli specialistici.

Si deve qui ricordare che, con il trascorrere del tempo dal conseguimento del titolo, la condizione occupazionale tende complessivamente a migliorare sotto tutti gli aspetti considerati, confermando che il nostro è un mercato del lavoro che si caratterizza per tempi lunghi di inserimento lavorativo e di valorizzazione del capitale umano, ma di sostanziale efficacia nel lungo termine.

Il Convegno sarà concluso da un intervento da Ignazio Visco, il Governatore della Banca d’Italia, la sola istituzione rimasta operativa (insieme alla Presidenza della Repubblica) in questo particolare e delicato momento politico.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori