I NUMERI/ I posti di lavoro persi con la riforma Fornero

- Giuliano Cazzola

I dati più specifici su forme contrattuali e tipologie di posti di lavoro riescono a mostrare alcuni effetti della riforma Fornero. Ce ne parla GIULIANO CAZZOLA

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Elsa Fornero (Infophoto)

Pur ripetendo nuovamente che non sarebbe corretto attribuire ai soli effetti della legge n. 92 del 2012 l’andamento dei tassi di occupazione e di disoccupazione a partire dalla sua entrata in vigore il 18 luglio dello scorso anno, procediamo di seguito a compiere un sintetico ma significativo monitoraggio di tali andamenti. Settimana scorsa abbiamo preso in considerazione i dati Istat riguardanti gli ultimi due trimestri del 2012, giudicando che fosse altrettanto corretto valutare i processi senza rinunciare a tener conto dell’entrata in vigore di un provvedimento ampio e onnicomprensivo come la riforma del lavoro del ministro Fornero, nei suoi aspetti tanto pratici quanto di annuncio. Avevamo illustrato dati di carattere generale arrivando a concludere che il tasso di disoccupazione a gennaio 2010 era di 8,5 punti; nel giro di tre anni è salito di 3,2 punti portandosi all’11,7%. Da quando è divenuta applicabile la riforma, tale tasso è cresciuto di 1,1 punti percentuali. Oggi dedichiamo la nostra ricerca ad aspetti più specifici come il tasso di occupazione giovanile suddiviso per genere e l’andamento di singole tipologie contrattuali, nella convinzione che in tal modo risulteranno anche più attendibili le valutazioni relative agli obiettivi e alle finalità della legge, che ha cercato di promuovere talune forme contrattuali al posto di altre che dovevano essere scoraggiate o ridimensionate nel loro utilizzo.

Tasso di occupazione giovanile (15-29 anni) nel 2012 Nel corso della prima metà dell’anno il trend ha conosciuto un calo abbastanza contenuto: -0,3% nel I trimestre; -0,2% nel II; -0,2% nel III. Poi nel IV ecco un secco -1,5%. Quanto al dato di genere, l’occupazione maschile nel IV trimestre è diminuita del 2,1% rispetto al III, quella femminile dello 0,9%.

Contratto a tempo indeterminato In questa fattispecie, che veniva incoraggiata dalla riforma, si è notato un leggero miglioramento: +0,3% nel III trimestre, +0,1% nel IV. In valore assoluto si tratta di 14.859.000 unità, uno dei livelli comunque più bassi degli ultimi tre anni.

Contratto a tempo determinato Nel valutare i dati relativi a questa tipologia occorre tener conto anche di aspetti di carattere stagionale, dal momento che negli ultimi mesi dell’anno per i contratti a termine si verifica una scadenza che si potrebbe considerare fisiologica. Inoltre, in questa fattispecie sono state introdotte nuove limitazioni, ancorché parzialmente modificate in sede di approvazione della legge. A fronte di una sostanziale stabilità intorno al numero d 2,5 milioni di contratti fino al III trimestre 2012, nel IV si è verificato un calo del 3,3%.

Apprendistato Il dato dell’apprendistato merita una particolare attenzione per il ruolo che il Governo, il Parlamento e le stesse Parti sociali vogliono attribuire all’istituto che dovrebbe diventare il canale ordinario di ingresso dei giovani nel mercato del lavoro. Eppure, allo stato, l’andamento non è all’altezza delle aspettative. Nel III trimestre del 2012 il numero dei contratti ha subito una flessione dell’1,6%, mentre un’ulteriore calo del 2,4% si è riscontrato nel IV trimestre, quando il numero degli apprendisti è risultato pari a 159mila (-31,5% sul 2010, pari ad 88mila unità in meno).

Collaboratori Si tratta di una fattispecie contrattuale penalizzata dalla legge Fornero. E i risultati si vedono: -7% nel III trimestre (da 462mila del II a 430mila); -5,8% nel IV (405mila, un numero comunque ancora superiore ai 396mila dell’inizio del 2010.

Professionisti (titolari di partita Iva) Si tratta di un altro settore che ha conosciuto un percorso legislativo parecchio travagliato, ricevendo diverse modifiche all’impostazione iniziale. Ciò nonostante nel IV trimestre si è registrato un incremento del 4,6% sul III; in valore assoluto e complessivo si tratta di 1.298.000 unità, il numero più alto registrato anche rispetto alle 1.257.000 dell’inizio del 2012. Evidentemente questo rapporto viene ancora ritenuto “sostenibile” sul versante della flessibilità in entrata.

Lavoratori a tempo pieno e a part time Il lavoro full time negli ultimi due anni ha subito una contrazione del 2,7% perdendo rispetto al 2010 530mila unità di cui ben 500mila nella seconda metà del 2011. Nel 2012 si è assistito a un fenomeno di leggera crescita fino al III trimestre, riscontrando poi una caduta dell’1,5% (- 282mila posti di lavoro) nell’ultima parte dell’anno. È aumentato invece il lavoro a part time. L’inversione di tendenza si è avuta dal III trimestre: +16,9% dal 2010 (passando da 3.405.000 a 3.982.000). Dalla fine del 2011 alla prima metà del 2012 ben 530mila lavoratori a tempo parziale sono andati a occupare il posto di altrettanti lavoratori full time. Già nel II trimestre erano 3.977.000. Dopo la riforma Fornero si ha, anche in questo caso, un’inversione di tendenza con -3,3% pari a -130mila posti di lavoro. Poi negli ultimi mesi la situazione si riprende: +3,5% con un incremento di 135mila unità.

Considerazioni finali Il cambiamento (un sostantivo che Pier Luigi Bersani, durante le consultazioni, ha reso inviso e pernicioso) sembra essere stato particolarmente modesto. Forse è presto per trarre delle conclusioni, ma non si può non notare che laddove vi sono stati degli spostamenti da un rapporto di lavoro a un altro, questi sono sempre stati caratterizzati dalla ricerca delle flessibilità ancora consentite e possibili; sovente, poi, lo scambio non è avvenuto a saldo attivo e neppure a somma zero. Ma in perdita di posti di lavoro. La crisi ha svolto certamente un ruolo preponderante, ma i benefici attesi dalla legge n. 92 per ora non sono stati avvertiti.



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