I NUMERI/ Più donne disoccupate: è davvero un male?

Secondo PAOLA LIBERACE, i recenti dati dell’Istat sulle donne disoccupate, se letti in profondità, rivelano la volontà di uscire dal “limbo” extralavorativo nel quale erano precipitate

06.06.2013 - Paola Liberace
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I nuovi numeri dell’Istat sul mondo del lavoro italiano, relativi al primo trimestre di quest’anno, apparentemente sembrerebbero ridimensionare l’aumento dell’occupazione femminile nel 2012, che emergeva dal Rapporto dell’Istituto. In quella sede, l’Istat aveva evidenziato la maggiore permanenza in attività delle ultracinquantenni, la crescita delle occupate straniere, e l’aumento dei nuclei familiari in cui l’uomo è in cerca di occupazione e l’unica fonte di reddito è quindi costituita dallo stipendio della donna – per lo più derivante da un lavoro poco qualificato, tendenzialmente a “fine corsa”, tutt’altro che indice di emancipazione. Un quadro che combaciava in larga parte con quello già raccontato su queste pagine attraverso la storia di Cristina.

Guardando a dati pubblicati lo scorso 31 maggio, si nota ancora un calo dell’occupazione, ma stavolta generalizzato, che coinvolge tanto le donne quanto gli uomini: dopo nove trimestri di crescita, il numero di occupati scende anche per le lavoratrici. Ancora una volta, però, la diminuzione degli uomini occupati è superiore a quella delle donne, mentre disoccupati e inattivi maschi aumentano sensibilmente più delle femmine. Per quanto riguarda il tasso di occupazione, quello maschile scende al 64,6% perdendo 1,6 punti percentuali rispetto all’anno precedente, mentre quello femminile cala al 46,5% (-0,4%): ma mentre nel primo caso la diminuzione è concentrata nelle regioni del Centro e del Sud, per il secondo la riduzione è concentrata soprattutto al Nord e al Centro. I disoccupati, vale a dire le persone in cerca di lavoro, sono in aumento più tra gli uomini (+18,4%) che tra le donne (+15,3%), anche qui prevalentemente al Nord: ma si tratta di un dato che va letto più in profondità.

Lo stato di disoccupazione si riferisce sia a chi ha perso il lavoro (ex occupati), sia a chi aveva smesso di cercarlo e ha ricominciato (ex inattivi): mentre tra i primi prevalgono gli uomini, per lo più licenziati, tra i secondi prevalgono le donne, che erano uscite dal mercato del lavoro e tentano ora di rientrarvi.

Anche la crescita del tasso di disoccupazione per le donne, insomma, non è necessariamente un male: segnala anzi l’uscita di molte dal “limbo” extralavorativo nel quale erano precipitate, rispondendo a esigenze contingenti che richiedono l’adozione di diverse strategie familiari. Basti pensare che la diminuzione degli inattivi, vale a dire di coloro che non hanno un lavoro e non lo stanno cercando, è da attribuire interamente alle donne: 146mila di loro sono uscite da questa condizione nel primo trimestre dell’anno,  per lo più nel Mezzogiorno; se si restringe il campo alle lavoratrici italiane, il numero sale a 170mila, ancora una volta sono le più adulte, residenti a Sud in oltre la metà dei casi.

È significativo, infine, che tra coloro che non cercano lavoro e non sono disponibili a lavorare le donne siano di meno rispetto agli uomini: i motivi familiari, o quelli legati all’età, le frenano sempre meno, consapevoli come sono che l’uscita dalla difficile situazione economica dipende anche da loro. 

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