NUMERI COVID E RIAPERTURE/ Ecco cosa manca per chiudere la guerra al virus

- Paolo Berta

Oggi si riunisce la cabina di regia. Sulla base dei dati, il governo deciderà come riaprire. Dopo due settimane di osservazione, i dati sono positivi

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Mario Draghi (LaPresse)

Mario Draghi ha la faccia di uno che ha capito. Quando ha parlato di “rischio calcolato” voleva dire esattamente che avevano fatto i compiti e in base al rischio collegato a ciò che si stava per riaprire, alle forniture di vaccini e al ritmo della campagna vaccinale, due settimane fa ci si poteva permettere un certo livello di alleggerimento delle misure di contrasto all’epidemia di Covid-19.

Sono trascorse quindi le due settimane di osservazione e oggi i numeri stanno dando ragione al presidente del Consiglio: la pressione sul sistema sanitario sta gradualmente calando, il numero di contagi non è riesploso e anche la mortalità sta decelerando.

Questi risultati sono determinati da due componenti: da un lato le restrizioni ancora in essere e dall’altro l’accelerazione delle vaccinazioni per le fasce più a rischio, in particolare i cittadini over 80. Vediamo i numeri dell’ultimo rapporto dell’Istituto superiore di sanità (Iss).

Gli indicatori di monitoraggi presentano numeri rassicuranti, con un indice Rt stabilmente sotto il valore critico 1, tranne in Molise e Umbria. Buoni anche i risultati relativi alla pressione sul sistema sanitario, con l’occupazione dei letti in terapia intensiva che è inferiore alla soglia critica del 30% ovunque, tranne in Lombardia e Toscana, mentre i letti ospedalieri per pazienti Covid sono occupati per meno del 40% in tutte le regioni eccetto la Calabria.

L’Iss riconosce pertanto che la situazione è in netto miglioramento, ma al momento non consente solo una gestione basata sull’identificazione dei casi e sul tracciamento dei loro contatti.

Questo significa che si rende ancora necessario ridurre il numero di nuovi casi attraverso le misure di contenimento che mirano a diminuire la possibilità di aggregazione tra persone, e proseguire la campagna vaccinale nel modo più rapido possibile.

E proprio la campagna vaccinale sta mostrando risultati interessanti. L’ordinanza del 9 aprile del generale Figliuolo ha posto fine ai fantasiosi criteri di priorità che le Regioni avevano implementato ad inizio della campagna vaccinale, ripristinando una priorità per classi di rischio. La gestione Figliuolo è al momento positiva, supportata dalle Regioni che sono tornate con i piedi per terra e sono ora operativamente efficienti. Il primo indicatore rilevante è la velocità di crescita delle somministrazioni giornaliere, che è possibile osservare nella seguente figura.

Allo stesso tempo è interessante il grafico dell’Iss che riassume la percentuale di popolazione protetta con i vaccini, dove si evidenzia l’elevata copertura già garantita ai grandi anziani.

Questo dato ha una ricaduta diretta sulla quota di popolazione che maggiormente il Covid-19 ha colpito. Se infatti osserviamo il seguente grafico elaborato dall’Iss, si vede come la popolazione over80 (curva arancio) è caratterizzata da un rischio di ospedalizzazione sempre più simile alla popolazione under80 (curva blu). Questo risultato è tanto più marcato, quanto elevata è la quota di popolazione vaccinata (curva verde).

Purtroppo, questi risultati non prescindono da una variabilità regionale, che anche in questo ambito rimane evidente. Si può vedere, in questa ultima elaborazione di fonte Iss, come per quanto riguarda gli over80 regioni come Sicilia, Campania e Calabria siano ancora in arretrato rispetto alle altre. La Sicilia è anche la regione con la performance peggiore sugli over70.

A fronte di questi risultati positivi, bisogna prestare attenzione al futuro e non illudersi che la guerra al Covid-19 sia terminata. È realistico immaginare che trascorreremo un’estate serena, ma arriverà l’autunno, le scuole riapriranno, le persone trascorreranno meno tempo all’aria aperta, i mezzi pubblici si riempiranno e i luoghi di lavoro si affolleranno.

Questo non significa che dobbiamo prepararci ad un altro inverno come quello appena trascorso. Il problema è che ancora non sappiamo tutto del Covid-19 e in particolare non conosciamo le varianti che si presenteranno e non abbiamo sufficienti informazioni relative a quella che i medici chiamano memoria immunitaria. I primi studi apparsi su prestigiose riviste scientifiche quali Nature e Science, seppur ancora limitati, sembrano orientati positivamente verso una capacità dell’organismo una volta guarito dal Covid-19 di mantenere una memoria e quindi di saper reagire in caso di futura infezione.

Ciò che abbiamo imparato in quest’anno è che l’unico modo per contrastare una recrudescenza dell’epidemia è essere sempre un passo avanti e non più un passo indietro come spesso è accaduto.

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