NUOVO DL SICUREZZA/ Il triplo errore di chi confonde immigrazione e accoglienza

- Natale Forlani

Il nuovo Decreto sicurezza non affronta nel modo giusto il tema dell’immigrazione e creerà rigidità in diversi Paesi dell’Ue

migranti pozzallo
LaPresse

Ho perso la conta dei decreti sicurezza che sono stati emanati nel corso degli anni Duemila con il proposito di contrastare l’immigrazione irregolare, in particolare quella che transita nel Mediterraneo. Le forze politiche di  destra e di sinistra,  con finalità  e toni diversi,  convergono nell’identificare le politiche per l’immigrazione con quelle per l’accoglienza. Le prime per accentuare le politiche di contrasto, le seconde per giustificarne l’ampliamento. Entrambe tendono, in modo singolare, ad attribuire alle istituzioni dell’Ue ogni sorta di colpa. Se non altro per fornire alibi alle  carenze delle scelte politiche operate. Il tutto, come già  evidenziato da molti opinionisti che attenzionano la materia, nell’ambito di una sorta di continuità nelle iniziative concretamente messe in campo per cercare di offrire risposte ragionevoli alle criticità esistenti.

Come per la fattispecie delle scelte operate dal Governo Conte-2 di dichiarare non sicuri i porti italiani, per la finalità di scoraggiare gli attracchi delle navi soccorso con i migranti a bordo, e di riconfermare le intese con le autorità libiche per finanziare le iniziative di contrasto dei trafficanti in mare. L’ultimo decreto, apporta alcune modifiche al precedente approvato dal Governo Conte-1, depotenzia il ruolo di coordinamento sulla materia che veniva affidato al ministro dell’Interno, attenua la stretta operata sulle Organizzazioni non  governative, e le sanzioni per i comportamenti difformi operate dalle stesse rispetto a quanto disposto dalle autorità pubbliche, e riporta in auge i permessi rilasciati per motivi umanitari. Questi ultimi aggiuntivi a quelli che autorizzano il rilascio dei permessi di soggiorno sulla base dei requisiti di protezione internazionale.

Alcuni di questi interventi, unitamente a quelli che prevedono il ripristino dell’iscrizione alle anagrafi per gli immigrati irregolari e la possibilità  dei richiedenti asilo di poter lavorare nel periodo di attesa per il riscontro della domanda, erano stati sollecitati dal presidente della Repubblica nell’occasione della firma del precedente Decreto sicurezza. Ovvero erano diventati oggetto di pronunciamenti della Magistratura che avevano provveduto a sterilizzare alcuni dispositivi contenuti nelle norme precedenti.

Cosa potrebbe cambiare nel concreto? Nella sostanza, il complesso delle novità introdotte dal nuovo decreto va nella direzione di un allargamento dei margini di accoglienza dei migranti irregolari. Giova ricordare che la quota dei rilasci dei permessi umanitari per ragioni diverse dai requisiti previsti nei trattati internazionali per il riconoscimento dei rifugiati aveva consentito, negli anni precedenti il Decreto sicurezza del Governo Conte-1, un rilascio dei permessi di soggiorno per circa il 60% dei richiedenti. Il doppio rispetto alla quota attualmente autorizzata dalle commissioni competenti per l’esame delle domande.

Le conseguenze di tale scelta impattano su tre fronti. Il primo è  quello del potenziale allargamento degli ambiti dei migranti irregolari per motivi economici, che rappresenta la componente ampiamente  maggioritaria dei flussi irregolari verso l’Italia. Il potenziale effetto di attrazione di nuovi migranti irregolari per motivi economici è  uno dei principali argomenti adottati dai Paesi del centro-nord e dell’est Europa per giustificare il loro irrigidimento riguardo la necessità di mantenere una rigorosa selezione dei requisiti,  distinguendoli da quelli dei rifugiati,  confermata anche nella recente proposta di riforma del trattato di Dublino avanzata dalla Commissione europea. E soprattutto per respingere l’intenzione di introdurre un dispositivo automatico di redistribuzione dei migranti irregolari accolti.

Questo secondo impatto viene scientemente trascurato nel dibattito italiano sulla riforma del Trattato di Dublino 3. Ma non è  trascurato negli altri Paesi europei, che negli anni recenti sono diventati di fatto gli Stati di accoglienza finale per  quasi la metà  degli oltre 600.000 migranti irregolari sbarcati in Italia. Nessuno è  in grado di stimare realisticamente quanto potrebbe essere il potenziale di nuovi flussi di ingresso motivati da diversi fattori economici o geopolitici. Poco o tanto che possa essere, impatterà certamente sui livelli di accoglienza interna, in coincidenza con la  gestione dei problemi occupazionali e sociali connessi alla crisi economica in atto.

Le politiche della destra e della sinistra italiana sono ossessivamente concentrate sull’aspetto dell’accoglienza dei migranti irregolari, arrivando persino  a identificarle tout court  con quelle dell’immigrazione e a farle diventare l’elemento distintivo per eccellenza della lotta politica. Questo è  un errore molto grave e che può generare conseguenze incalcolabili.

I flussi migratori sono un insieme di fenomeni complessi ed estremamente diversificati. Ognuno di questi fenomeni richiede un’analisi appropriata per valutarne le implicazioni e le conseguenze, ovvero per mettere in campo iniziative rivolte a contenere gli effetti negativi e a potenziare quelli positivi. Per lo specifico dei flussi irregolari nel Mediterraneo, queste analisi sono disponibili, ma vengono scientemente ignorate, se non addirittura edulcorate per interessi di parte, dalle forze politiche.

Per lo specifico dei flussi migratori nel Mediterraneo è del tutto illusorio pensare di governali utilizzando unilateralmente in senso restrittivo, o estensivo, la leva dell’accoglienza. Peggio ancora se su questo versante si forniscono ai diversi attori in campo segnali contraddittori, tipici di un Paese incapace di focalizzare i propri interessi.

Una seria politica deve essere impostata, previa una seria valutazione della qualità  della migrazione esistente e dei fabbisogni del mercato del lavoro, nell’ambito di  una visione di medio lungo periodo su tre versanti: le intese con i Paesi di origine, le alleanze da costruire con gli altri Paesi aderenti all’Ue, la sostenibilità delle politiche di accoglienza.

Con molta obiettività bisogna riconoscere che, con tutti i limiti, l’unico vero tentativo di impostare una politica con questa visione è  stato quello messo in campo dall’ex ministro dell’Interno Minniti. Non a caso contrastato dalla maggioranza delle forze della destra e della sinistra politica. Come del resto avviene per tutti coloro che si sforzano di sviluppare analisi e proposte in materia di immigrazione che vadano oltre i luoghi comuni.

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