CRISI/ Dietro il crack della finanza islamica, la vendetta dei petrodollari

- Gianni Credit

Ironia della sorte: Dubai veniva indicato come sede di uno di quei fondi sovrani dei paesi emergenti che avrebbero sorretto le economie del G8 azzoppate proprio dalla finanza derivata

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Il default da 60 miliardi di dollari del Dubai World, il braccio finanziario dell’emirato del Golfo, sta apparentemente riproiettando un “video” finanziario già quasi logoro. Da un lato c’è la gestione valutaria a Dexia, alle Landesbanken tedesche fallite o a un altro “paese virtuale” andato in rovina come l’Islanda: un mix di aiuti pubblici e di mutuo soccorso interbancario sovrannazionale, anche se attraverso la probabile variante un po’ tribale dell’intervento da parte di Abu Dhabi: emirato formalmente federato con Dubai, sostanzialmente retto da una nobiltà rivale. Semmai l’ironia della sorte è che Dubai, nei primi mesi della Grande Crisi veniva indicato come sede di uno di quei fondi sovrani dei paesi emergenti/emersi che avrebbero sorretto le economie del G8 azzoppate dalla finanza derivata.  

Neppure l’analisi a caldo dell’ennesimo scoppio di bolla sta del resto riservando sorprese particolari. C’è l’odore forte e dominante di immobiliarismo bruciato in fretta sulle sabbie costiere del Golfo: rispetto a quello massiccio dell’America post 11 settembre (o di quello un po’ più pittoresco dei “newcomers” italiani come Ricucci o Zunino) c’è magari con la variante esotica e glamour degli alberghi a sette stelle con campo da tennis sul tetto; o delle mega-tower alte il doppio dei grattacieli di Manhattan, ma alla fine più simili all’inquietante gigantismo di un dittatore come Ceausescu. Attorno a Dubai si nota anche sicuramente il pullulare di investment bank impegnate nell’ennesima corsa all’oro. In questo caso il “fly to quality” – per la verità molto terra-terra – si è risolto nella ricerca di un luogo dove la “regulation” finanziaria era inversamente proporzionale all’immagine mediatica e dove fosse quindi possibile tentare di replicare il modello turbo-finanziario. Ma – come la gelida, spopolata e ultra-europea Islanda – anche il rovente, immigratissimo ed occidentalizzante emirato si è rivelato una piattaforma drammaticamente inconsistente, al di là dei giganteschi cantieri aperti.

Mentre Rejkyavik, tuttavia, fino a quindici anni fa era più o meno un grande porto peschereccio, reinventatosi come paradiso fiscale della City londinese, travestito alla bell’e meglio da “parco per new business”, le monarchie del Golfo – capeggiate dall’Arabia Saudita – hanno alle spalle più storia, sia recente che antica. Hanno alle spalle quasi mezzo secolo di grandi incassi petroliferi: centinaia, migliaia di miliardi di dollari di ricchezza finanziaria “reale”, per almeno un decennio “sottratti” in termini reali alle economie occidentali, che hanno dovuto lavorare duro per ristrutturare i propri sistemi produttivi.

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Potrà sembrare un paradosso, ma la terziarizzazione globalistica e finanziarizzata dell’economia euramericana a partire dagli anni ’80 è stata certamente accelerata – se non provocata – dagli choc petroliferi. L’euro – come simbolo sintetico di una dinamica storico economica di lungo periodo – è il punto d’approdo del Vecchio Continente dopo un ventennio di squilibri valutari e più in generale macroeconomici. Il “big bang” delle Borse e il gigantismo bancario sono due altre facce di un cammino di liberalizzazione e internazionalizzazione economica che ha avuto nella finanza di mercato il traino e – da ultimo – una leadership ora sotto processo.

 

Ma i veri grandi “neo-capitalisti” del pianeta a lungo sono stati emiri e sceicchi: molto prima che le onde della ripresa di fine secolo ricreassero i surplus finanziari nelle tasche di centinaia di milioni di famiglie o, via via, in quelle dei primi tycoons di Brasile, Russia, India e Cina. Ora, già quasi al giro di boa del primo decennio del nuovo secolo, Dubai (che di petrolio non ne ha molto, ma di petrodollari sì) si rivela poco più che un “parco di divertimenti” per banche d’affari in fuga. Così – non diversamente da molti americani indebitati a forza di subprime per comprarsi case che non potevano permettersi – anche un emirato islamico può vedersi ritornare parte dei propri capitali – intermediati dalle grandi banche apolidi – sotto forma di investimenti solo apparentemente reali, ma di fatto altamente speculativi.

 

E in questo, il capitalismo islamico non si è rivelato più attrezzato nel resistere al richiamo della scorciatoia: dello sviluppo indotto per via esclusivamente finanziaria, con l’illusione (in fondo il cuore della cultura globalista entrata in crisi) che la mobilità apparentemente totale dei capitali fosse condizione necessaria e sufficiente per impiantare, da subito e ovunque, imprenditorialità, occupazione, education. Il crack di Dubai conferma – tristemente – che la finanza autoreferenziale colpisce indiscriminatamente: perfino chi ha avuto – oggettivamente – la possibilità di determinarne il gioco.

 

 

 

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