FINANZA/ La nuova guerra alle banche preme su Draghi

- Gianni Credit

Sembra che Obama abbia colto in ritardo la necessità di smontare le banche “too big to fail”. E la Merkel, prontamente, ha deciso di rinfacciarglielo. In questo risiko bancario, ad essere penalizzato, potrebbe essere proprio il governatore della Banca d’Italia

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Sarà pure platealmente entrato in fase populista, il presidente americano Barack Obama, dopo l’inattesa sconfitta elettorale in Massachusetts. Ma peccano quanto meno di miopia i commenti critici a senso unico sul “doppio passo” della Casa Bianca contro il sistema bancario: prima la richiesta perentoria di rimborso di 117 miliardi di dollari di aiuti pubblici (con nuovi accenti polemici sui superbonus), poi il preannuncio di una “ri-regolazione” pesante e accelerata. Per ora nulla più di una conferenza stampa, è vero, ma dai toni veementi e pur sempre tenuta alla Casa Bianca.

Non è un caso che il cancelliere tedesco Angela Merkel l’abbia presa totalmente sul serio: rilanciando subito la palla al di là dell’Atlantico con la proposta-richiesta di un vertice straordinario di ministri finanziari prima del G-20 di metà 2010, programmato proprio in Germania. La proposta della Merkel è in sé leggibile. I tre G-20 seguiti al fallimento di Lehman Brothers (Washington, Londra e Pittsburgh) avevano visto gli Stati Uniti (in parte appoggiati dalla Gran Bretagna) resistere alle pressioni dell’eurozona (attorno all’asse Francia-Germania) per un’exit strategy “forte” in termini di ricostruzione di regole e vigilanza su banche e sistema finanziario.

Il mondo anglosassone – dopo aver salvato di peso Wall Street e la City semifallita – aveva poi preso tempo. E Obama, neo-eletto nel pieno dello tsunami, aveva assecondato una linea di assoluto realismo. La nomina al Tesoro di Tim Geithner – ex presidente della Fed di New York nell’era Bush – e la conferma estiva di Ben Bernanke al vertice della stessa Banca centrale, avevano confermato la volontà di attendere che il polverone dei subprime e dei derivati si abbassasse. La stessa degenerazione della crisi finanziaria in recessione economica lasciava del resto pochi spazi per intervenire radicalmente sul network dei grandi intermediari: ad un tempo responsabili e vittime del grande crack e infrastruttura insostituibile nel manovrare le politiche anti-cicliche.

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Il secondo semestre del 2009, assieme a timidi segnali di ripresa, ha apparentemente portato con sé anche un clima di ritrovata stabilità sui mercati finanziari. Tanto che i primi  risultati dell’anno secondo della Grande Crisi sono stati anche migliori delle attese. Ma proprio la presenza di profitti – in banche tuttora sorrette da sussidi statali – ha rinfocolato una vasta opinione pubblica ancora molto negativa. In un’America non meno popolata di disoccupati e "homeless" indebitati dell’Europa, nessuno vuole sentirsi dire che «la crisi è finita» e che il business finanziario sta riprendendo «as usual» dagli stessi banchieri che si stanno autoassegnando lauti bonus.

 

E’ stato questo a punire Obama nella storica roccaforte democratica della famiglia Kennedy? Quel che è certo è che la Casa Bianca lo crede. O come minimo ha subito approfittato del delicato passaggio politico per riprendere l’iniziativa sul sistema finanziario un po’ troppo convinto di averla "fatta franca". E le parti, con l’Europa, si sono così capovolte. A quasi un anno dal G-20 di Londra, è ora l’America ad "avere fretta" di smontare le banche sistemiche "troppo grandi per fallire" e di separare l’attività bancaria legata all’economia reale (risparmio delle famiglia e credito alle imprese) dalla finanza di rischio di Wall Street. 

 

E la Merkel, prontamente, ricorda a Washington che l’Europa ne è convinta dal primo giorno. Solo una settimana fa, il ministro italiano Gulio Tremonti, grande teorico dei "legal standard", ricordava polemicamente in un’intervista al Sole 24 Ore che proprio Geithner aveva sbrigativamente respinto l’idea di un trattato internazionale per ridefinire la supervisione finanziaria. Ora, dopo l’accelerazione di Obama, è Geithner a essere spiazzato e a rischiare probabilmente il posto, guardato con sospetto come troppo amico dei colossi di Wall Street.

 

 

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Ma sulla linea del fuoco si ritrovano alla fine due banchieri centrali. Il primo è Bernanke: il presidente della Fed è ancora in attesa del via libera del Senato Usa: proprio l’assise dove i democratici hanno perso la maggioranza di blocco di 60 seggi su 100. L’emergenza di Obama è la maxi-riforma sanitaria, ma anche un semplice ritardo nella conferma di Bernanke (nominato da Bush in sostanziale continuità con Alan Greenspan) sarebbe insidioso. E la minoranza repubblicana, rinvigorita potrebbe mettere platealmente sotto accusa non tanto il sistema bancario responsabile della crisi (lungo l’intero mandato Bush) ma la gestione della crisi da parte dell’amministrazione Obama.

 

Ma anche il governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi – presidente del Financial Stability Boars – è sui carboni ardenti. Da lui è giunto il primo plauso esplicito alla "linea Obama", ma nelle stesse ore la sua candidatura alla presidenza Bce è parsa entrare in difficoltà. Lo stesso direttore del Corriere della Sera, Ferruccio de Bortoli, firmando personalmente ieri un editoriale di "endorsement nazionale" di Draghi, si è mostrato oggettivamente cauto sulle probabilità di successo. Le scaramucce sulla vicepresidenza della stessa Bce sono ancora in corso e non è ancora certo che sarà assegnata al banchiere centrale portoghese Constancio.

 

Una vicepresidenza "latina" (in subentro al greco Papademos) sarebbe l’indicazione finale che per la presidenza si prepara un ricambio tra i due grandi paesi del centro dell’eurozona: tra il francese Jean Claude Trichet e il presidente della Bundesbank tedesca Axel Weber. La cui candidatura, tuttavia, ha ricevuto in tempo reale il massimo della copertura istituzionale dal suo capo di governo, che ha assunto personalmente la leadership del confronto con Obama sulle regole della finanza.

 

 

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Draghi, in ogni caso, sembra pagare qualcosa di più dei semplici rapporti di forza europei. Il governatore italiano – prestato all’Fsb con diritto autonomo di seggio al G-20 – ha impersonato sempre con coerenza il ruolo del tecnocrate del tutto inserito nei mercati finanziari collassati. A parte qualche presa di posizione più aperta verso governi e opinioni pubbliche disorientati e arrabbiati, Draghi si è mosso sempre ben dentro la logica del "grande incidente di percorso", della necessità/opportunità di non distruggere il giocattolo della finanza globale di mercato, ma di ricostruirlo perfezionandolo.

 

Oggi la sua posizione di europeo-mediterraneo-amico-dell’America (è stato vicepresidente della Goldman Sachs a Londra) appare meno difendibile, mentre i grandi leader globali (anche il premier laburista inglese Brown, che ha riscoperto la Tobin tax o il presidente francese Sarkozy che ha inviato alla Ue Michel Barnier per fare il carabiniere dei mercati) ormai si rincorrono all’inseguimento dei "banchieri in fuga".

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