FINANZA/ Draghi dimezzato da Caltagirone, Geronzi e Faissola

- Gianni Credit

Al Forex di Napoli il governatore della Banca d’Italia è apparso appannato e superato dagli interventi degli altri banchieri

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All’edizione 2010 del convegno annuale degli operatori del sistema bancario italiano (Atic-Forex, Assiom, Aiaf) il notista settimanale de ilsussidiario.net assegna un 7 pieno, ben oltre la sufficienza. Finita l’era di Antonio Fazio è venuto meno il tradizionale unanimismo alla fine degenerato in ritualità (e perfino “regime”, come ad esempio nelle convention di Lodi e Palermo), ma non è stato scontato ritrovare autorevolezza aggiungendovi un po’ di dialettica interna alla comunità di banchieri e bancari. Invece la rassegna stampa di Napoli è tutt’altro che liturgica. Se davvero il sistema finanziario italiano sta reggendo la crisi lo si è visto anche al consulto interno del Forex.

Mario Draghi 6 – Voto di stima per il Governatore della Banca d’Italia, che certifica: “L’Italia sta uscendo dalla crisi a passo ridotto”. Ma poi non prescrive una ricetta chiara e forte. Abbassare le tasse? Perfino Berlusconi – marcato stretto da Tremonti – ammette che non se ne parla. Tagliare la spesa pubblica? Era il ritornello rigorista d’altri tempi, ma oggi, in tempi di “politiche di stimolo” non è aria.

Anzi: la solidarietà via ammortizzatori sociali è un must. Un liberista anti-keynesiano come Draghi, sulla carta, dovrebbe appellarsi agli imprenditori: sveglia, investite, innovate, inventatevi qualcosa, fate il vostro mestiere di organizzatori di capitali, tecnologie, lavoro sopportando il rischio. Ma come fa a dirlo un banchiere centrale che è il primo firmatario di Basilea 3, fabbrica di credito razionato? Come fa a invocarlo un governatore per il quale la piccola-media impresa (assieme alla banca non globale) ha poca cittadinanza nel capitalismo finanziario di mercato?

Le banche devono rafforzare in fretta i loro patrimoni per tornare a fare credito e non speculazIone azzardata sui mercati: giusto, ma perché allora Bankitalia ha fatto resistenza tacita ai Tremonti bond? Last but not least: il diktat sui superbonus dei banchieri è parso parecchio accademico rispetto ai toni (e ai passi) di leader come Obama, Sarkozy, Merkel e Brown e dello stesso presidente della Bce, Jean Claude Trichet.

Già, la Bce, cui Draghi e ormai fin troppo, l’anticandidato euro-americano al presidente continentale “in pectore” Axel Weber. Il ruolo sembra obbligare il governatore a mantenere mille equilibri, sullo scivoloso crinale tra politica e tecnocrazia. Per di più a Draghi (alla vigilia della probabile nomina del portoghese Constancio alla vicepresidenza “mediterranea” della Bce) continua a difettare un vero endorsement da parte del Governo: del premier Berlusconi o del ministro dell’Economia Tremonti. Draghi non è al massimo della serenità e a Napoli si è visto.

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Francesco Gaetano Caltagirone 8 – Un imprenditore romano a tutto campo (dalle costruzioni alla superutility Acea), grande azionista e vicepresidente Mps, ex partecipante alla scalata Bnl, editore di quotidiani e socio Rcs, rastrellatore di azioni Generali in supporto esplicito di un cambio di presidenza a favore di Cesare Geronzi. Sulla carta non sembrava il curriculum perfetto di una voce forte a un ritrovo di bankers assortiti. Eppure l’intervento di Caltagirone (messo nero su bianco su Il Sole 24 Ore) resterà il vero key-note speech del Forex 2010. L’invito aperto a far tornare le aziende al centro dell’economia finanziaria, ridimensionando gli azionisti è a modo suo “copernicano”.

 

La critica alle banche che finanziano imprenditori-speculatori “con azioni a pegno” avrà fatto fischiare le orecchie a molti nell’establishment finanziario nazionale, ma qualcuno (diverso da un professore) doveva pur muoverla. E le parole di Caltagirone sono la classica porta sbattuta da dentro la casa. Il richiamo a banche “di territorio” che facciano credito a imprese e famiglie italiane non solo sulla base di Basilea 2 non è stato propriamente un applauso a Draghi. L’affermazione che in Italia ci sono molti imprenditori-capitalisti liquidi e pronti a investire (a scudo fiscale in corso) è perentoria nel paese del premier-imprenditore. Ma non viene dal Nord ma da Roma. Il dibattito, anzi, i dibattiti sono aperti.

Cesare Geronzi 7 – Il presidente di Mediobanca è abituato a ben altre graticole a confronto del tormentone mediatico di tardo inverno sulla presidenza Generali. Il candidato, in ogni caso, è lui, ma si diverte a “dire la verità” negando che vi sia allo studio una fusione Mediobanca-Generali. Infatti l’ipotesi di lavoro è diversa, più ampia: la razionalizzazione-concentrazione degli azionariati di controllo di UniCredit, Mediobanca e del Leone per dare alle tre realtà un assetto più stabile e più strategico. Come? Piazzetta Cuccia è il sancta sanctorum dell’ingegneria finanziaria.

 

A fine anni ‘80 Cuccia ricostruì il gruppo Ferruzzi attorno a Montedison e Foro Buonaparte divenne d’un colpo una controllata di terzo livello. Comunque Axa e Allianz (i due tradizionali competitor di Generali) sono azionisti di controllo di gruppi come BnpParibas e Dresdner, competitor di UniCredit. Geronzi, in cuor suo, vorrebbe fare il presidente di Generali fatte cosi. Chi vivrà, vedrà: la primavera, tra Milano e Trieste non è’ ancora iniziata.

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Corrado Faissola 6,5 – Il presidente dell’Abi – a capo di Ubi Banca e vicino al numero uno di Intesa Sanpaolo, Giovanni Bazoli – aveva soprattutto un compito nel fine settimana di Napoli: smentire di essere un presidente uscente, pronto a passare le consegne a Giuseppe Mussari, presidente Mps e pre-candidato per l’Abi da UniCredit.

 

Faissola non ha avuto timore di replicare al governatore Draghi su un tema strategico come la trasparenza bancaria: cioè i costi della relazione con la clientela. Il banchiere centrale – in versione rigorista – vuole una legge. Il presidente dell’Abi preferirebbe l’autoregolamentazione. E nel sostenerlo sa di avere con se la “quasi-maggioranza” (silenziosa) delle banche territoriali non grandi che non vogliono vedersi caricare di oneri imposti dai banchieri centrali globali come “exit strategy” dal crac prodotto dalle grandi banche. Anche per la presidenza Abi (cioè per il riequilibrio nella rappresentanza degli interessi di imprese-chiave nel sistema paese) la partita è solo agli inizi.

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