SPILLO/ Monti, Draghi e il “Governo Goldman Sachs”

- Gianni Credit

Sembra montata un’onda contro il presunto “ultra-governo della Goldman Sachs” che avrebbe stretto la sua presa sull’Italia con la nomina di Mario Monti. Il punto di GIANNI CREDIT

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Foto Ansa

La polemica contro il presunto “ultra-governo della Goldman Sachs” che avrebbe stretto la sua presa sull’Italia con l’ascesa a Palazzo Chigi di Mario Monti resta scorretta, demagogica e provinciale fino a che viene condotta in termini di nomenklatura e di stereotipi sul globalismo finanziario. Tanto più che anche l’alternativa a Monti – Giuliano Amato, probabile ministro degli Esteri – è attualmente super-consulente di una banca globale, ancorché europea: la Deutsche Bank, banca-principe di quella Germania che ha consentito al suo cancelliere Gerhard Schroeder di divenire milionario “ambasciatore” della russa Gazprom. Tutti – in ogni caso e a cominciare da chi scrive – dimentichiamo troppo spesso che il primo e più importante governo a essersi completamente consegnato alla Goldman è stata l’Amministrazione Usa. E quando nel 2006 il presidente Bush chiamò a Segretario al Tesoro il Presidente della Goldman, Hank Paulson, non lo fece in nome di un capitalismo “relazionale” che a Wall Street funziona tra l’altro in modo peculiare: attraverso i finanziamenti diretti delle campagne elettorali, non dipanando Spectre. Paulson fu chiamato in nome di un’oggettività politico-economica su cui – anche in Italia – sarebbe utile riflettere più che se Monti è più “Goldman” di Gianni Letta, se Mario Draghi alla Bce lo sarà più di Romano Prodi alla Commissione Ue.

Oggi Paulson è già un personaggio da film (in Too big to fail lo interpreta William Hurt) e sembra preistoria quando Bush declinò con lui un “gabinetto tecnico” a stelle e strisce. La crisi della finanza derivata era già esplosa, anche se non conclamata (lo sarebbe divenuta nell’estate 2007). Il suo dilagare era il frutto di un “pactum sceleris” tra la politica e i mercati all’indomani dell’11 settembre e, prima ancora, dello scoppio delle bolle a Wall Street. Appena eletto dopo un’“età dell’oro” (gli Happy Nineties di Clinton), Bush si trovò di fronte a una prospettiva drammatica, anche in termini personali: spendere il suo mandato “in guerra” sia sul fronte geopolitico-militare sia su quello del ciclo economico. Come non affidarsi a chi aveva dato superlativa prova di sé del decennio precedente? Come non perdonare la benefica “esuberanza” dei mercati, ancorché divenuta un po’ “irrazionale” per il presidente della Fed? Come non imboccare la scorciatoia dei mercati finanziari, facendo finta che la “bolla immobiliare” fosse “economia reale”?

Il collasso dei subprime e tutto quello che è accaduto poi nasce qui: quando la politica abdica non ai suoi poteri perché si ritrae di fronte alle sue responsabilità, quando i mercati si vedono invitati non solo alle cene di gala della Casa Bianca, ma direttamente nelle stanze dei bottoni. Quando Paulson assume direttamente la guida del Tesoro, Bush gli (ri)consegna i comandi di un’astronave ormai fuori controllo, anche per chi – come il capo della Goldman Sachs – quella piattaforma aveva costruito e fatto decollare, riuscendo apparentemente a violare le leggi di gravità. Certo, tra i volonterosi crociati della finanza globale di mercato ci sono stati – dall’Italia – i Monti, i Draghi (e i Prodi). E il fatto che, venti o trent’anni dopo, si ritrovino oggi a fare i piloti d’emergenza pone interrogativi più problematici e profondi sull’esistenza di lobby di potere occulto (e fa ovviamente salve le competenze e la buona fede intellettuale delle persone).

La questione – che è da sempre centrale nel dibattito culturale a più voci su Il Sussidiario – è come ricostruire un modello di rapporti equilibrato tra istituzioni finanziarie e poteri pubblici, tra governance economica e politica. La voce più alta e autorevole è stata portata – nell’agosto scorso al Meeting di Rimini – dal Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano: il quale – a differenza di Bush e per fortuna del Paese – ha chiamato Monti a guidare un governo tecnico assumendosi in pieno le proprie responsabilità di politico. Non sappiamo se l’esperimento italiano si rivelerà virtuoso ed esemplare, ma siamo meno ovviamente meno certi del presidente francese Sarkozy sul fatto che l’Italia sia “basket case” e la Francia no.





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