FINANZA/ La sfida Tremonti-Draghi è arrivata all’ultimo round?

- Gianni Credit

La candidatura di Mario Draghi alla Bce prende sempre più quota, sostenuta anche da Giulio Tremonti. GIANNI CREDIT ci spiega come stanno le cose

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Giulio Tremonti e Mario Draghi (Foto Imagoeconomica)

Perché Giulio Tremonti ha annunciato che l’Italia sosterrà la candidatura del “caro nemico” Mario Draghi alla presidenza della Bce? Una prima risposta, quasi oggettiva, è: perché il ministro dell’Economia italiano non può restare in silenzio quando la partita per la successione di Jean Claude Trichet è entrata nel vivo – forse in una fase decisiva fino alla scadenza di ottobre – dopo il clamoroso strappo del presidente della Bundesbank, Axel Weber.

Ma forse bisognerebbe annotare a margine: Tremonti ha parlato mentre il premier Silvio Berlusconi taceva e quindi ha voluto sottolineare il suo profilo di “statista”, forse in vista della successione dello stesso Cavaliere. Di più: Tremonti ha voluto confermare una scelta impeccabile per forma e sostanza (il governo italiano appoggia il “suo” governatore, che è apprezzato a livello globale come presidente del Financial Stability Forum e membro del G-20) proprio quando il poderoso Sistema-Germania sembra aver registrato una sorprendente “defaillance” istituzionale con il governatore che rovescia il tavolo del suo cancelliere, apparentemente ancora intento a promuovere la sua candidatura rigorista, inserita nell’ortodossia tedesca.

Un commentatore malizioso osserverebbe comunque anche che Tremonti – sollecito a spianare la strada di Francoforte al super-banchiere Draghi – abbia inteso orientare il futuro da Draghi lontano dall’Italia. Cioè: lontano anzitutto da Palazzo Chigi, a cui lo stesso governatore continua ad essere candidato “in pectore” per governi tecnici, istituzionali, di larga coalizione, eccetera. Ma al ministro non spiacerebbe certo poter mettere all’incasso anche – nei prossimi mesi – il potere di prima indicazione per il vertice della stessa Banca d’Italia, nominando un governatore di sua fiducia, ad esempio Lorenzo Bini Smaghi (oggi nell’esecutivo Bce) oppure Vittorio Grilli, direttore generale del Tesoro.

Bankitalia, oggi, è sinonimo di “vigilanza bancaria” e Tremonti metterebbe a segno una preziosa doppietta dopo la designazione del suo viceministro Giuseppe Vegas al vertice Consob. Alto vigilante diretto delle Fondazioni – con le quali ha fatto crescere la Cassa depositi e prestiti – Tremonti ha avuto un ruolo anche nella nomina di Giuseppe Mussari al vertice dell’Abi. Banchieri di primo livello come il Ceo di Intesa Sanpaolo, Corrado Passera, hanno rapporti consolidati col professore di Pavia.

Tutto questo premesso, quante chance reali ha Draghi di approdare all’Eurotower? Questa rubrica gliene ha costantemente attribuite poche: troppo marcato il profilo “americano” dell’unico banchiere centrale con un passato di banchiere dd’affari proprio alla Goldman Sachs, negli anni che hanno preceduto la Grande Crisi. Troppo mercatista, Draghi, per piacere a un’Eurolandia che comunque sta ripartendo dalla ricostruzione di sistemi bancari domestici puntellati dagli Stati.

 

Troppo “primo firmatario” di quella Basilea-3 che disturba governi, banche commerciali e imprenditori. Troppo sud-europeo (caratteristica ideale, invece, per la direzione generale del Fondo monetario internazionale) per un vertice Bce che la Germania di Angela Merkel pareva essersi riservata in Europa, dopo il giro di nomine che aveva portato Herman Van Rompuy alla prima presidenza dell’Unione. Eppure la Germania “pigliatutto” – carabiniere dell’euro – ha visto bruciata la candidatura di Weber, che rovinerebbe ancor di più il blasone del capitalismo tedesco se dalla Buba si trasferisse alla guida della Deutsche Bank o di uno altro colosso bancario privato. Ma proprio in quest’evenienza il paradosso volgerebbe ancor di più a favore del candidato italo-americano Draghi: che le sue “porte girevoli” le ha almeno attraversate per tempo, sfatando per primo i tabù europei.

La “realpolitik” della Merkel, tuttavia, sembra tenere ancora saldamente in mano tutte le sue carte. Dopo aver probabilmente “scartato” una figura che appariva ormai ingombrante. E quando Weber – nella sua stizzita intervista allo Spiegel – agita il classico spauracchio tedesco (le intromissioni dei “politici” nelle questioni monetarie) forse non si riferisce solo all’opposizione registrata in altri paesi membri dell’Eurozona, a cominciare dalla Francia. Probabilmente guarda anche ad alcuni politici di casa sua, forse meno “talebani” di lui nell’immaginare il futuro dell’Europa germano-centrica.

 

Ecco però un’altra situazione potenzialmente favorevole a una candidatura Draghi, che in questi mesi ha saputo miscelare attentamente l’apprezzamento per le politiche “di stimolo” dell’amministrazione Obama con quelle di austerità apparentemente gradite all’Europa. Di certo, questa piccola nota settimanale, si occuperà ancora della suo tentativo di varcare le Alpi verso Francoforte. 

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