FINANZA/ Tra pace obbligata e lotte di potere, come finirà il “poker” di Generali?

- Gianni Credit

Mercoledì si terrà il consiglio di amministrazione di Generali, un appuntamento che sembra essere molto importante per la finanza italiana, come ci spiega GIANNI CREDIT

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La sede di Generali a Trieste (Foto Imagoeconomica)

Non è sorprendente l’aria di “cessate il fuoco” che si respira attorno al consiglio delle Generali, convocato in via straordinaria dopodomani, a ridosso dell’assemblea del 26 aprile. Nessuno dei giocatori al tavolo ha in mano le carte per calare un poker e far propria l’intera posta. Tutti hanno in mano qualche carta di peso, nervi saldi, capacità consumata di rischiare e magari anche di bleffare: quindi tutti temono tutti e nessuno, d’altronde, teme di emergere come perdente se questa “mano” si concluderà con un nulla di fatto.

Il presidente Cesare Geronzi perderà probabilmente la delega alla comunicazione (l’unico esito concretamente prevedibile del confronto in consiglio sulla “governance”), ma è assai difficile che – in una cornice di tregua – venga messa in discussione la sua stessa posizione: magari con qualche colpo di mano davanti ai soci in assemblea. La prospettiva era invece tutt’altro che teorica dopo l’offensiva di di Diego Della Valle e degli altri soci privati.

Geronzi, banchiere navigatissimo, è in attesa di giudizio per il crack Cirio e – negli equilibri più ampi dell’establishment italiano – rimane indubitabilmente collegato dell’”ala romana” del Pdl, quella che sostiene la leadership di Silvio Berlusconi attraverso Gianni Letta. È una rete di interessi politico-finanziari recentemente messa sotto i riflettori di inchieste giudiziarie e – su un piano più strettamente politico – vera antagonista del “primato bancario” via via assunto dal ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, con l’appoggio della Lega Nord.

Sotto questo profilo, la conferma di Geronzi alla guida delle Generali è di fatto una casella (di primo livello) aggiunta al risiko in chiusura delle nomine nei grandi enti a controllo pubblico. Per di più con l’intervento di un partner tornato apparentemente “dormiente” in Generali: la Banca d’Italia, che a Trieste è da sempre il secondo azionista dopo Mediobanca e che ultimamente si è peraltro contraddistinta per il pressing a favore di una governance “di mercato”, rispondente al profilo di una grande società quotata internazionale come il Leone.

Proprio sul lato della governance e del mercato, la posizione del management, sintetizzata nella figura dell’amministratore delegato Giovanni Perissinotto, è meno forte che in passato. Il nodo tecnico su cui il vicepresidente Vincent Bolloré (discretamente spalleggiato da Geronzi) ha dato battaglia in consiglio astenendosi sul bilancio non è artificiosa. L’ operazione Ppf (una joint venture immobiliare con l’emergente finanziere ceco Petr Kellner) continua a porre interrogativi sostanziali: perché l’ex presidente Antoine Bernheim ha coinvolto le Generali in un piano immobiliare nell’Est europeo, impegnando la società per esborsi finali da alcuni miliardi di euro? Perché si è di fatto finanziato Kellner affinché diventasse socio e consigliere delle stesse Generali?

E se da un lato è quanto meno curioso che Bollorè eccepisca su un’operazione concepita dal suo stretto alleato Bernheim, dall’altro la trasparenza contabile nei bilanci Generali è stata minima, anche se entro i termini della regolarità. In concreto: Perissinotto si trova a difendere un’operazione non sua e, come si è visto nelle ultime settimane, oggettivamente attaccabile (almeno soggetta a ispezioni Isvap, raramente attiva su una compagnia da sempre ritenuta modello di solidità ed efficienza). Dietro il “capo delle Generali”, d’altro canto, non c’è più la Mediobanca incarnata da Enrico Cuccia o dal suo delfino Vincenzo Maranghi: il duo Renato Pagliaro-Alberto Nagel è consolidato al pari di management interno del Leone, ma non può esprimere una leadership propria nel confronto con personaggi come Geronzi o con investitori come Bolloré e Tarak Ben Ammar.

Su questo sfondo saranno da valutare il peso e le mosse di altri soggetti. Il primo è UniCredit che – grazie al salvataggio del gruppo Ligresti – ha in parte “annesso” le partecipazioni di Premafin-Fonsai, in Mediobanca e altrove. Come ha sottolineato nei giorni scorsi il vicepresidente, Fabrizio Palenzona, Piazza Cordusio può ridiventare “punto d’aggancio” della filiera Mediobanca-Generali (con quanto ruota attorno: da Telecom a Rcs) in una logica di ritrovata centralità del sistema bancario e di rilievo attribuito – soprattutto da Tremonti – all’italianità delle grandi aziende e al ruolo attribuito a soggetti come le Fondazioni bancarie. Proprio Palenzona del resto – ormai contrapposto a Geronzi come personaggio-crocevia nell’establishment italiano – è stato ultimamente sfiorato da inchieste giudiziarie.

Non ultimi, vi sono gli industriali italiani che hanno investito in Generali: Diego Della Valle, Francesco Gaetano Caltagirone, Leonardo Del Vecchio, il gruppo De Agostini. Non è un fronte compatto, ma ha un momento di omogeneità nell’estraneità di fatto alla vecchia “galassia del Nord” cucciana. E i due con più spiccato profilo “politico” – Della Valle e Caltagirone – operano in business molto diversi: il “made in Italy” stretto l’imprenditore marchigiano; l’immobiliare e le costruzioni quello capitolino. A tutt’e due piacciono i giornali (Caltagirone possiede una filiera che da Il Mattino di Napoli arriva a Il Gazzettino di Venezia passando per Il Messaggero romano) e tutt’e due si muovono con liquidità propria.

E se Della Valle è azionista-consigliere di Mediobanca, Caltagirone lo è al Montepaschi. Il primo ha ingaggiato una battaglia frontale con Geronzi per l’affermazione di un “capitalismo 2.0” in Italia; il secondo è da sempre considerato vicino a Geronzi, ma nell’ennesima “guerra delle Generali” non si è schierato ed è stato anzi il primo a rammaricarsi delle dimissioni di Del Vecchio dal consiglio. Dimissioni legate – probabilmente – a dissensi con il management per la conduzione di affari immobiliari in Francia.

Ce n’è comunque abbastanza perché l’armistizio concordato almeno fino all’assemblea sia soltanto temporaneo. A meno, naturalmente, di colpi di scena.

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