FINANZA E POLITICA/ Popolare di Milano fra mohicani e gattopardi

- Gianni Credit

GIANNI CREDIT analizza la situazione della Banca Popolare di Milano in cui si parla dell’arrivo di Lamberto Dini alla carica di Presidente insieme a Davide Croff

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Lambero Dini (Infophoto)

Dicono che la candidatura di Lamberto Dini alla presidenza della Bpm abbia il sotterraneo pre-appoggio degli “Amici”, l’associazione dei dipendenti-soci. Quest’ultima si è mostrata – per ora – resistente a tutto: infortuni ripetuti ai limiti del dissesto, provocati da una “governance” anomala; sanzioni assortite da parte di Bankitalia e Consob e fari accesi della magistratura; endemiche guerre intestine; assolutamente non da ultimo, il tentativo di riformare la Bpm con l’ingresso del finanziere-manager Andrea Bonomi. Anche lui ha gettato la spugna nei giorni scorsi – seguendo l’amministratore delegato Pietro Montani – dopo che il Consiglio di sorveglianza (tuttora dominato da dipendenti-soci) ha rovesciato ancora una volta il tavolo: forzando il rinnovo integrale e anticipato degli organi con un vecchio “Porcellum” di regole societarie.

Mentre Standard & Poor’s ha messo in discussione il rating per “caos societario” (e stavolta è difficile contestarla), l’ipotesi di commissariamento di Piazza Meda da parte della Banca d’Italia non sembra più uno scenario estremo, provocatorio: anche se la Bpm preannuncia un 2013 in utile; anche nell’opinione di chi (come l’autore di questo osservatorio) è stato ultimamente più critico verso le mosse della Vigilanza che nei confronti degli irriducibili “mohicani” della Popolare.

È vero che per superare l’ennesima “crisi Bpm” sembra essere in fase di montaggio un’operazione gattopardesca, “di palazzo”, più che una tradizionale resistenza di trincea assembleare. E non è facile capire, anzitutto, se Bonomi e Raffaele Mincione – suo partner nell’investimento di private equity in Bpm – abbiano davvero rotto o stiano giocando al “poliziotto buono e cattivo”: con Mincione che subentra a Bonomi sul proscenio per negoziare con i dipendenti soci un risultato di mutuo interesse.

I fondi che hanno puntato un centinaio di milioni in Piazza Meda troverebbero modo di uscirsene con profitto, pur rinunciando al “big deal”: la vendita della Bpm trasformata in Spa. I soci-dipendenti sanno d’altronde che un ennesimo rinvio di ogni “soluzione finale” ha bisogno di una foglia di fico sufficientemente larga e stagionata: e chi meglio di un ex direttore esecutivo del Fondo monetario internazionale, ex direttore generale della Banca d’Italia, ex ministro del Tesoro nel Berlusconi I ma anche ex premier di un governo tecnico prodromico a Prodi I?

Con lui lavorerebbe Davide Croff, nominato pochi giorni fa consigliere delegato ad interim, dopo aver già seduto in Consiglio di gestione Bpm nella squadra Montani. Ancora una volta: chi può contestare il profilo manageriale di un ex direttore finanziario della Fiat ed ex amministratore delegato della Bnl? Per far tornare i conti servono comunque anche alcune centinaia di milioni di aumento di capitale, prima che arrivi la severa “visita di leva” da parte dell’Unione bancaria: il 2014 è già alle porte.

Saremo stucchevoli (e vedremo quindi di riscrivere a breve di Bpm solo in occasione di svolte reali): l’affaire Bpm – ormai stucchevole – troverà una sua soluzione solo con un’aggregazione, meglio se con un’altra Popolare italiana. I dipendenti-soci della Bpm, invece di affidarsi a vecchie volpi romane, avrebbero fatto meglio/farebbero ancora meglio a darsi un vertice e una strategia adatti a uscirne avendo ancora un ruolo nella loro Popolare. Invece preferiscono galleggiare sulle sabbie mobili di piccoli privilegi e piccole carriere che la ristrutturazione del sistema bancario indotta dalla crisi spazzerà via comunque. 

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