FINANZA E POLITICA/ Se la Cdp “aiuta” Generali e non Alitalia o Telecom

- Gianni Credit

La Cassa depositi e prestiti è ancora al centro della bufera tra chi vorrebbe minor presenza dello Stato nell’economia italiana e chi vorrebbe liberarne il potenziale. Ne parla GIANNI CREDIT

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La Cassa depositi e prestiti – strainvocata in soccorso di Alitalia e Telecom – è dall’inizio del 2013 azionista rilevante delle Generali. Il Fondo strategico italiano – braccio operativo della Cdp e socio di riferimento di gruppi come Metroweb e Ansaldo Energia – ha in portafoglio anche la storica quota del 4,4% detenuta a Trieste dalla Banca d’Italia. Attraverso l’Ivass, Via Nazionale è oggi anche vigilante del settore assicurativo e ha voluto alzare una muraglia cinese anti-conflitti d’interesse. La situazione resta comunque singolare: mentre un Francesco Giavazzi sul Corriere della Sera riprende a sgolarsi a favore di una nuova lenzuolata di “vere” privatizzazioni, la “nuova Iri” – com’è stata ribattezzata la Cdp – si ritrova a essere presidio di strategica italianità nella più privata (e forse anche della meno “nazionale”) delle aziende-Paese. E forse non è solo un “joke” seguire per qualche attimo i paradossi nel nuovo “capitalismo misto” tricolore.
Generali, anzitutto è uno dei tre soci finanziari italiani che hanno concluso il tanto dibattuto accordo di cessione di Telco-Telecom a Telefonica: quello su cui si sta stracciando le vesti soprattutto la sinistra politica, “capitana coraggiosa” dell’Opa del ’99, salvo ora chiedere una difesa dirigista su Telecom. Ma nel giro di qualche settimana l’azionariato stesso del Leone è stato abbandonato da Intesa Sanpaolo: altro partner Telecom in ritirata, nelle stesse settimane nel quale è giunto al capolinea il tentativo della banca milanese di puntellare Alitalia.
A proposito: Intesa si defila a 360 gradi per rafforzare il suo bilancio, ma anche perché costantemente inseguita da mille contumelie sul ruolo delle “banche di sistema” al centro dell’Italia delle imprese. E Mediobanca, “banca di sistema” per antonomasia? L’ex capofila della maggioranza italiana di Telecom ha confermato l’intenzione di dare una robusta sforbiciata anche a quella che da quarant’anni è la vera partecipazione di controllo delle Generali. Lo richiedono i parametri di Basilea 3 e anche una Borsa sempre meno indulgente anche con Piazzetta Cuccia. Però è innegabile che il cordone ombelicale fra Milano e Trieste è andato in crisi al suo interno: l’operazione Unipol-FonSai non solo ha compromesso la posizione del Ceo Mediobanca, Alberto Nagel, ma ha provocato le reazioni del management triestino. Il risultato è stata la defenestrazione dell’amministratore delegato Giovanni Perissinotto e dell’intera prima linea di dirigenti triestini: una vera cesura nella storia quasi bicentenaria del Leone, ora guidato da Mario Greco.

E’ un manager che si definisce “non italiano” e che si è circondato di manager non italiani e spesso non europei, sotto lo sguardo cauto degli azionisti privati italiani: i gruppi De Agostini, Del Vecchio, Caltagirone (tutti più potenziali venditori che candidati compratori).
Il primo impegno di Greco è stato comunque quello di mettere sotto processo la passata gestione: peraltro sovraintesa da un board espresso dagli stessi soci. Non ha certo stupito, comunque che i veleni di Generali e Telecom – a valle di quelli che circondano Mediobanca, Intesa, UniCredit, FonSai, Rcs – si siano mescolati: se a Perissinotto è stato contestato ex post l’intervento “di sistema” in Telecom, su Gabriele Galateri di Genola (in spola perenne fra le presidenze Telecom e Generali) si sono allungate ombre dopo la recentissima, controversa cessione di Telecom Argentina a un gruppo vicino al Leone in Sudamerica. Potremmo continuare all’infinito, dettaglio su dettaglio, di profilo obliquo in interrogativo. Ma forse è sufficiente rammentare che sono Generali e Telecom i palcoscenici tradizionali della commedia degli investitori indipendenti: quella che stavolta è stata però fatale al presidente Assogestioni, Domenico Siniscalco (il candidato più accreditato alla successione è l’ex presidente del consiglio di gestione di Intesa Sanpaolo, Andrea Beltratti).
Radicato provincialismo esterofilo; doppia morale su ciò che in Italia è davvero privato (ben poco, salvo i conflitti d’interesse) e ciò che è pubblico (alla fine sempre molto, fatti salvi i “mantra” liberista); ipocrisia autolesionista sul bancocentrismo della finanza italiana: ridateci la Cdp anche nel pubblico, non solo per fare la guardia alle Generali.



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