FINANZA E POLITICA/ “Bombe di liquidità”? In Italia cresce il fronte del no

- Gianni Credit

In Italia sembra crescere il fronte contrario a un intervento espansivo della Bce in stile Fed. GIANNI CREDIT ci aiuta a capire perché qualcuno si oppone alla pioggia di liquidità

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Venerdì mattina un editoriale dal titolo inequivocabile – “Quei listini drogati di liquidità” – a firma di Marco Onado: un lungo “cursus” di economista finanziario, di commissario Consob, di incarichi nella governance di grandi banche. Un liberista di scuola bolognese, non certo un pasdaran anti-mercato. Domenica un “column” altrettanto netto ed esplicito – “La missione perduta delle banche globali” – vergato da Guido Rossi: il giurista che più di chiunque altro – dalla presidenza della Consob a quella della Telecom privatizzata inframmezzata dal varo della prima legislazione nazionale antitrust – ha simboleggiato l’ingresso dell’Italia nella globalità del mercato. Un passo convinto, allora, anche per un pensatore politico-economico della sinistra democratica europea come Rossi.

Il Sole 24 Ore – al termine di una settimana di nuovi sussulti per le Borse e per gli spread dell’eurozona – ha dato tribuna a due voci concordi nel tracciare una “linea rossa” avversa a nuove “bombe di liquidità” contro la recessione. Due osservatori unanimi anzitutto in un’analisi critica: la liquidità – unica medicina somministrata in dosi massicce e senza pause dalla Fed dopo l’autunno 2008 – sta ormai manifestando effetti tossici tanto quanto l’illiquidità che essa in teoria avrebbe dovuto curare e guarire, quella provocata dallo sviluppo incontrollato della finanza derivata.

La liquidità che avrebbe dovuto calmare le febbri di mercati squassati dalla loro “euforia irrazionale” si sta trasformando in “cocaina” (l’espressione letterale è stata usata tre settimane fa su un’altra tribuna inattesa: The Economist, scettico e preoccupato sull’ondata di buyback azionari a Wall Street). La liquidità che avrebbe dovuto rianimare l’economia reale (credito, investimenti, consumi) è rimasta “water closed” in circuiti finanziari mal ri-regolamentati (meno del necessario negli Usa e in modo asimmetrico rispetto all’Unione europea). Non è servita a evitare una doppia recessione in paesi come l’Italia ed è dubbio che un suo impiego – per di più tardivo – possa stimolare la ripresa.

È servita di certo – ha notato puntigliosamente Rossi – a far crescere del 58% nel terzo trimestre 2014 i profitti miliardari della Goldman Sachs. È servita anche, negli ultimi giorni, a produrre un brusco rialzo dello spread italiano (ma più ancora di quello francese) consentendo ulteriori guadagni speculativi all’oligopolio bancario e ulteriori perdite di fiducia “reale”, dentro e fuori la Ue. È servita a seminare nuovi dubbi sulla solidità delle banche italiane, che domenica prossima a mezzogiorno si vedranno consegnare le pagelle dell’Asset quality review dalla nuova vigilanza integrata Bce.

Tre anni fa la reazione di larga parte degli osservatori – italiani anzitutto – fu quella di “credere” ai mercati – anche su consiglio delle agenzie di rating – che punivano lo spread italiano. La diagnosi sulla gravità “fondamentale” della crisi italiana veniva del resto da Mario Draghi, presidente designato della Bce. Conseguenti furono, in Italia, l’avvento di un governo tecnico portatore di politiche di austerità fiscale “in cambio” di una prima immissione di liquidità interna al sistema bancario.
A fine 2014, il “sentiment” implicito e condiviso negli editoriali di Rossi e Onado è molto diverso. Non sembra più disposto ad accogliere come “corretta a prescindere” la valutazione dei mercati, anzi: segnala il rischio di indicazioni altamente scorrette, inquinate proprio dalle nuove bolle create dalla liquidità immessa dalle banche centrali come “terapeutica” alla recessione. Si rafforza dunque un fronte di dissenso alla prospettiva di replicare nell’eurozona il “quantitative easing” monetario che la Fed resta impegnata a riassorbire: anche se proprio negli ultimi giorni un membro del board presieduto da Janet Yellen – dopo uno scrollone di Wall Street – si è subito mostrato propenso a rallentare il “tapering” (o magari anche a prolungare il Qe in avvicinamento alla presidenziali del 2016).

In Europa, nel frattempo, la frenata della stessa economia-locomotiva, la Germania, sembra favorire in superficie i fan dell’euro-Qe: ma non è improbabile che il confronto fra governi e all’interno del consiglio Bce giunga invece a un chiarimento che tolga dal tavolo l’opzione monetaria per cercare invece gli spazi di flessibilità fiscale (soprattutto nella spesa per investimenti) su cui lo stesso cancelliere Merkel ha mostrato aperture. Anche se il primo “boost” di ri-ripresa – per la Germania – verrà presumibilmente da una rapida soluzione del contenzioso ucraino con la Russia. Quando giovedì a Milano – al vertice Asem – la Merkel si è rivolta in russo a Vladimir Putin, rompendo ogni protocollo diplomatico, ha comunicato le sue priorità: chiudere velocemente il capitolo sanzioni, che ancora una volta colpirebbe l’economia europea più di quella statunitense. E spingerebbe Mosca a rafforzare i suoi legami geoeconomici con la Cina.

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