FINANZA E POLITICA/ La patrimoniale di Renzi: pane (nero) e fantasia

- Gianni Credit

Per Renzi, spiega GIANNI CREDIT, una tassazione straordinaria dei patrimoni appare tecnicamente più agevole rispetto alle riforme strutturali. Occorre vedere se la introdurrà davvero

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Matteo Renzi (Infophoto)

Helenio Herrera, il mago della Grande Inter, alla vigilia di una partita difficile scuoteva i suoi: “Domenica a pranzo c’è pane nero”. Matteo Renzi ha finora parlato molto del pane bianco che l’Italia – soprattutto quella dei giovani – può e deve tornare a meritarsi. Ha invece sorvolato spesso e volentieri sul pane nero che anche lui dovrà cucinare agli italiani, prevedibilmente per molte domeniche. Ma come può concretamente lievitare quel “rigore 2.0”, quella terapia finale che Renzi difficilmente potrà eludere?

Una prima leva – la tassazione straordinaria dei patrimoni – appare tecnicamente più agevole rispetto alle riforme strutturali (taglio della spesa pubblica e flessibilizzazione del mercato del lavoro). Il tema, non a caso, affiora già nelle prime interviste dei “consigliori” del sindaco di Firenze, come quella di Davide Serra, discusso finanziere londinese, raider delle Generali con ‘hedge fund” Algebris, rigorosamente “offshore” nei suoi domicili fiscali.

Serra prospetta un aumento rapido della tassazione delle rendite finanziarie per la buona causa del taglio del cuneo fiscale e del rispetto del “fiscal compact” Ue a fini del “bonus” sulla spesa per investimenti promesso da Bruxelles. Le aliquote ordinarie su interessi e altri proventi finanziari sono tuttavia già allineate alle soglie europee e le imposte di bollo sui dossier titoli fissate nelle ultime Finanziarie nascondono già una pressione tributaria straordinaria sul risparmio delle famiglie e sulle grandi ricchezze (per lo meno di quelle legalmente detenute entro i confini nazionali). Quali spazi ci sono per una patrimoniale “del XXI secolo”, non concepita cioè in chiave ideologica come fa tuttora una Susanna Camusso alla guida della Cgil?

La ricchezza finanziaria delle famiglie è un giacimento ancora molto robusto e resistente: prima del 2011 sfiorava i 9mila miliardi di euro e poneva ancora l’Italia davanti a Francia e Germania in rapporto al reddito disponibile. Ma resta investito per larga parte (due terzi) in mattoni: prime case, seconde, terze; e poi capannoni e uffici. Tutto già abbondantemente tassato e politicamente quasi impraticabile. Poi il patrimonio privato finanzia ancora una parte importante del debito pubblico nazionale, fronte tuttora ultracritico. Infine, è depositato presso le banche italiane: in conti, obbligazioni, strumenti di risparmio gestito (anche fondi pensione: sempre troppo poco).

Renzi può pensare di procedere frontalmente, appropriandosi con metodi “old” di una fetta di questo patrimonio per abbattere il debito e rifinanziare la spesa per lo sviluppo? Non ci sono riusciti né Mario Monti – commissario tecnocratico – né Enrico Letta, a capo di un “governo del presidente” e di larghe intese. Ed entrambi, probabilmente, hanno ritenuto la via impercorribile: sia politicamente, sia guardando alle strategie realmente preferibili per rilanciare l’economia. Non da ultimo, gli ultimi due governi hanno seriamente lavorato alla “riapertura” della frontiera finanziaria con la Svizzera e con altri paradisi fiscali.

E se un “insuccesso” può essere realmente attribuito sia a Monti che a Letta è su questo fronte: la normalizzazione delle relazioni fiscali-finanziarie con la Svizzera meritava uno sforzo finale, sia per favorire il rientro di miliardi preziosi, sia soprattutto per disincentivare nuove fughe (ma Serra doveva proprio parlare di “patrimoniale” il primo lunedì mattina dell’era-Renzi?).

Con Berna ci sarebbe voluta una dose supplementare di forza politica, ma anche di fantasia. In ogni caso non è possibile – nel 2014 – immaginare di richiamare capitali con una stretta ottica legalitaria, così come imporre una patrimoniale “confiscatoria”, ragionieristica e giustizialista. Ci vuole certo coraggio politico a versare ad esempio ai lavoratori dipendenti – pubblici o privati, in uscita o in servizio- dei titoli di Stato per le liquidazioni o anche per alcune componenti retributive.

Con un pizzico in più di fantasia si potrebbero far circolare “impositivamente” azioni delle Poste in via di privatizzazione. Oppure titoli di Stato emessi a fronte di patrimonio immobiliare pubblico da dismettere: anche per pagare (almeno in parte) i debiti della Pa. Oppure si possono sviluppare titoli Cdp garantiti dallo Stato a fronte di mini-bond emessi dalle imprese piccole e medie.

Anche questa sarebbe una “patrimoniale”, perché disporrebbe strutturalmente di valori economici dei cittadini: ma a tempo, sul mercato, con un concorso finalmente attivo del sistema bancario. Ci vorrebbe soprattutto la forza politica di far giocare a tutti la stessa partita. Serra – da Londra – sta giocando la sua: la solita. Se è davvero quella di Renzi ci resterà a malapena il pane nero. 

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