SPY FINANZA/ Derivati di Milano, quel cartellino rosso dei giudici al loro procuratore

- Gianni Credit

La sentenza della Corte d’Appello di Milano sul caso dei derivati venduti da alcune banche d’affari ha fatto clamore e può prestarsi a diverse letture. Il commento di GIANNI CREDIT

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La sentenza della Corte d’Appello di Milano – che ha cancellato le precedenti condanne a banche e banchieri internazionali accusati di aver truffato il Comune di Milano vendendo loro prodotti derivati – ha fatto clamore e può prestarsi a diverse letture. Una – certamente parziale e discutibile – può essere questa: nel marzo 2014 la magistratura giudicante del Palazzo milanese ha mostrato un (inatteso) cartellino rosso al proprio co-inquilino Alfredo Robledo, procuratore aggiunto per i reati contro la Pubblica amministrazione.

È stato Robledo il pubblico ministero contro Deutsche Bank, Depfa, Ubs e JP Morgan nell’inchiesta-pilota in Italia sul terreno esplosivo dei derivati contratti da centinaia di amministrazioni pubbliche, per miliardi di euro. Èstato lui a costruire e reggere la dura linea accusatoria che – in primo grado, a fine 2012 – era stata riconosciuta da un verdetto inequivocabile e pesante sul piano delle pene detentive, delle multe e delle confische (a fianco delle transazioni civili negoziate fra le banche e Palazzo Marino). E il dispositivo del tribunale aveva accolto – quanto meno oggettivamente – il filo culturale (secondo alcuni “ideologico”) del discorso giudiziario di Robledo: la convinzione che il sistema finanziario (domestico o globale) sia strutturalmente pericoloso – se non nocivo “tout court” – per l’economia e la vita istituzionale di un Paese come l’Italia.

Un “discorso” lungo e articolato, quello di Robledo, che aveva già scosso gli alberi più robusti della City milanese con l’inchiesta e il processo Trevitex (anche in quel caso parzialmente vinto in primo grado). Un personaggio del calibro di Giovanni Bazoli, presidente di Intesa Sanpaolo, non ne era rimasto coinvolto solo grazie a un faticoso trasferimento di foro competente: la stessa “uscita di sicurezza” che ha cercato di percorrere un altro banchiere-principe, Alessandro Profumo, inquisito per presunta frode fiscale a mezzo di derivati (“Brontos”) quando guidava UniCredit.

Perché, dunque, un alt così brusco – “qui e ora” – a questo magistrato-investigatore di prima linea e di primo livello? Perché questo all’interno di un palazzo di giustizia che – da Mani Pulite in poi – raramente è venuto meno alla sua fama compatta di esemplare “cane da guardia” della legalità economica, si trattasse di tangenti, tasse evase, risparmio tradito? Solo per tecnicalità giuridiche? Solo per sottili disquisizioni sul confine fra reato amministrativo e penale?

Può darsi. Ma è difficile, per l’osservatore di cose meneghine (ma non solo) accontentarsi di un percorso interpretativo classico: attendere le motivazioni della sentenza, frugare fra i commi, interrogare i giuristi. Non hanno certo atteso i legali Ubs per affermare – quasi sprezzantemente – che nell’assoluzione sui derivati di Milano sono virtualmente incluse delle “scuse”. Già, Ubs: la banca-architrave di quell’Azienda-Svizzera da cui il nuovo governo italiano si aspetta un rientro massiccio di capitali italiani – “maledetti ma subito” – per coprire il taglio del cuneo fiscale e altre manovre di stimolo dell’economia.

Attendiste si stanno invece mostrando molte procure in giro per l’Italia attorno a dossier di “finanza difficile”: a cominciare da quella di Siena sul dissesto Mps (aggravato dall’uso di derivati con grandi banche internazionali). Anche di recente abbiamo criticato le cautele degli inquirenti toscani, apparentemente più interessati alle più piccole malversazioni di alcuni dipendenti del Monte: ma rispetteremo, pur con qualche fatica, l’eventuale attenzione per una “ragion di Stato bancaria”, ammesso che ci sia.

Si possono riaccendere le luci del circo mediatico-giudiziario sul crac della terza banca italiana, quanto meno non contrastato a dovere dalla Vigilanza Bankitalia? Si può farlo ora che 240 ispettori della Bce stanno calando dal Nord Europa per levare la pelle agli attivi delle banche italiane? Si può farlo ora che il governo di Matteo Renzi avrà un disperato bisogno del sistema bancario domestico per rilanciare l’economia? (Si può farlo ora che un leader Pd – appena issatosi a Palazzo Chigi dopo vent’anni di berlusconismo – sta giocando il suo futuro elettorale contro il populismo grillino, radicalmente anti-bancario?)

Certo, il Montepaschi (oggi affidato alla presidenza di Profumo…) è stato riserva indiana del partito di cui il toscano Renzi è segretario-premier. Ma anche il presidente democratico degli Stati Uniti – eletto sette settimane dopo il crac Lehman Brothers – ha lasciato che ai banchieri di Wall Street non venisse mai torto un capello: al massimo qualche comparsata fastidiosa davanti a qualche commissione del Congresso.

Attendista si è mostrata la stessa Procura di Milano – oggi guidata da Edmondo Bruti Liberati, con l’”aggiunto” Francesco Greco ai reati finanziari – su un altro fascicolo di “finanza cattiva”: il dissesto Premafin-FonSai. Partita nel 2012 con il clamoroso caso del “pizzino” siglato dall’amministratore delegato di Mediobanca, Alberto Nagel, alla famiglia Ligresti, l’inchiesta del sostituto Luigi Orsi si è fatta sorpassare l’anno scorso da quella torinese: che in sei mesi è corsa dagli arresti ai patteggiamenti e ai rinvii a giudizio. Altrettanto attendista- riferiscono altri rumor – sarebbe la Procura di Brescia, che da tempo ha i fari accesi sulla crisi finanziaria della Carlo Tassara, holding del gruppo Zaleski. Forse Robledo è rimasto solo a difendere il leggendario “rito ambrosiano”? 

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