FINANZA E POLITICA/ Bancopoli reali, presunte e immaginarie

- Gianni Credit

Tre inchieste in forte accelerazione negli stessi giorni su istituzioni importanti, con nomi illustri coinvolti, ha portato ormai al termine Bancopoli. Il commento di GIANNI CREDIT

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È nuova Tangentopoli, anzi: Bancopoli. La sentenza, almeno sui media italiani, è già pronunciata. Tre inchieste in forte accelerazione negli stessi giorni su istituzioni importanti (Carige, Ubi e UnipolSai), con nomi importanti coinvolti (primo fra tutti il presidente di Intesa Sanpaolo Giovanni Bazoli) e perfino importanti arresti cautelari (il vicepresidente dell’Abi e dell’Acri, Giovanni Berneschi). Ombre molto scure allungate dagli inquirenti sull’azione della Consob, l’authority dei mercati finanziari.

Minimizzare o frammentare il tutto nelle semplici “responsabilità individuali” è decisamente difficile e forse inopportuno: tanto più se nel quadro facciamo rientrare la “madre” di tutte le inchieste recenti sul malaffare, quella che investito il Montepaschi. Nessuno può ragionevolmente negare l’evidenza di un sistema bancario nazionale in cui l’illecito penale (vero o presunto) si ritrova mescolato di frequente alle macerie lasciate anche in Italia dalla crisi finanziaria globale deflagrata nel 2007. Non sorprendono neppure i verdetti sommari che vogliono banche e banchieri – italiani – “colpevoli tutti di tutto a prescindere”: slogan populistico che nelle consultazioni europee del fine settimana ha probabilmente toccato un picco storico di popolarità.

La realtà – come sempre – è tuttavia più complessa. E dobbiamo augurarci che le inchieste la raccontino con la puntualità ma anche con la profondità necessarie non solo all’amministrazione della giustizia, ma anche alla formazione di un giudizio civile: a formulare valutazioni compiute che, finora, sono mancate da parte di uomini di governo e tecnocrati, da economisti, giuristi e politologi.

Già, perché la prima considerazione in margine alla “Bancopoli italiana” è questa: che altrove i magistrati dei profili penali della crisi bancaria si sono occupati molto poco. Non ci dilungheremo a ripetere – in via simbolica e riassuntiva – che Dick Fuld (il Ceo di Lehman Brothers responsabile diretto di un crack da 763 miliardi di dollari) non è mai stato indagato, tanto meno processato o condannato negli Stati Uniti. Che le grandi banche di Wall Street e della City solo nell’ultimo anno hanno concordato transazioni civili spesso miliardarie e collettive, ma proprio per questo sostanzialmente assolutorie dei vertici sul piano penale.

L’Italia nella quale Beppe Grillo chiede una “Norimberga” anzitutto per i banchieri, è invece l’unico paese del G-20 che abbia messo sotto inchiesta penale (da Trani) le grandi agenzie di rating globale. Non è un giudizio: è una constatazione problematica che introduce una volta di più interrogativi più ampi. Che dimensione e qualità può essere delineata per la “componente criminale” della crisi finanziaria? E qual è il rapporto di causa-effetto fra gli squilibri dei mercati, la legalità, i tempi e modi della repressione giudiziaria?

La dottrina economico-finanziaria ha coniato una categoria – “l’azzardo morale” – che però non è di facile maneggevolezza giuridica. Il caso Mps – ne abbiamo più volte discusso su            queste pagine – è esemplare. La Procura di Siena si è ritrovata a indagare una serie di illeciti “tradizionali”: la cosiddetta “banda del 5%” è un gruppo di amministratori e manager del Monte che avrebbe realizzato guadagni illegali su operazioni di indebitamento. La fattispecie sostanziale non è diversa da quella che, sul versante pubblico, vede un amministratore locale intascare una tangente per un atto amministrativo. Ancora: ad alcuni componenti del vertice Mps è contestato il falso e l’ostacolo alle autorità di vigilanza. Il “crimine” vero a Siena è stato invece commesso nell’acquisizione di AntonVeneta: è da lì – da quella decisione del cda Mps “azzardata” probabilmente anche in termini “morali” – che sono nate le operazioni finanziarie straordinarie che hanno poi consentito ai funzionare di lucrare le loro piccole creste (ben distinte da eventuali “grandi creste” incluse nei 10,3 miliardi sborsati dal Monte sotto forma di prezzo pattuito e di commissioni alle banche internazionali intermediarie con il Santander).

È sull’acquisizione AntonVeneta che i vertici Mps hanno forse nascosto qualcosa alla Banca d’Italia: ma anche la vigilanza di quest’ultima potrebbe essere invischiata nell’“azzardo morale” proprio di una cultura finanziaria mutata, ad esempio attribuendo alla “valutazione di mercato” raggiunta fra Mps e Santander una validità invece non ammissibile su un piano di supervisione prudenziale ortodossa. Ma qual era – nel 2007 – la pressione esercitata sul sistema bancario italiano (Mps e Bankitalia) perché aderissero alla sistemazione internazionale della partita Abn Amro con il riacquisto di AntonVeneta? Di certo non diversa da quella che nel 2011 portò a una ristrutturazione degli assetti politici e che a metà 2014 si discute se sia stata o no un “complotto”. Di certo non diversa da quella che – a fine 2011 – portò a uno stress test da parte delle autorità bancarie Ue oggettivamente discriminatorio verso le banche italiane: che furono obbligate ad accentuare il razionamento del credito. Già il credito: il baricentro sostanziale della recessione-depressione italiana e – non a caso – di alcun capi d’imputazione emergenti nella “nuova Bancopoli”.

Un bancario – grande o piccolo – che conceda un credito inconcedibile in cambio di una mazzetta da parte del cliente compie varie irregolarità e vari illeciti: e di esse è chiamato a rispondere nelle varie sedi, anche giudiziarie. Ma la collera sociale che si traduce nella richiesta pressante di punizione giudiziaria è evidente nella sostanza, meno nella forma. “I banchieri prestano soldi ai loro amici e li negano alle piccole imprese e alle famiglie in difficoltà”: è un’affermazione – quella della piazza – che contiene del vero, anche parecchio. Ma è un reato razionare il credito e riservarlo ad alcuni prenditori piuttosto che ad altri?

Lehman Brothers quando è fallita, aveva teso la leva fino a 30 e investiva soldi propri e dei clienti in attività ultrarischiose, sotto la vigilanza della Fed di New York e di tre agenzie di rating a poche centinaia di metri dalla sede. È andato tutto storto, con conseguenze di portata storica: ma nessuno ha parlato di reati. Nei ripetuti G-20 d’emergenza si è deplorata all’infinito la debolezza delle reti protettive anti-rischio, non ultima la struttura incentivante dei compensi con ottica di brevissimo termine (stock-option e bonus). Mentre i bonus continuano a essere assegnati anche ai top manager di banche nazionalizzate, in Italia alcuni magistrati mettono sotto indagine le parcelle assegnate a consulenti e professionisti di banche, ipotizzando che esse fossero in qualche modo “pilotate” come compensi aggiuntivi e impropri a “consiglieri di riferimento”. È certamente un profilo di gestione fortemente anomalo: ma è un reato? Lo è “qui e ora”? 

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