SPILLO/ Draghi, un bazooka caricato ad acqua?

- Gianni Credit

Draghi intende scuotere via liquidità l’economia europea. Però, i precedenti in cui si è tentato di curare l’economia via iniezioni di liquidità non sono confortanti. GIANNI CREDIT

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Mario Draghi (Infophoto)

La Bank of England – da cui la Bce vuol mutuare alcune misure di rilancio del credito – ha cominciato a “sparare ad acqua” ormai quasi sette anni fa: cominciando a fornire (senza comunicarlo) decine di milioni di sterline “a rubinetto” ogni settimana a Northern Rock, la madre di tutte le banche crollate sotto il peso della finanza derivata. Un anno dopo, il Tesoro americano rispose allo tsunami provocato dal crac Lehman Brothers con una bomba d’acqua di dimensioni siderali: il Tarp da 750 miliardi di dollari per ripulire Wall Street e l’intero sistema bancario Usa dalle macerie degli asset tossici e reimmettere liquidità vitale nei circuiti finanziari statunitensi (globali), drammaticamente inariditi.

La “cura dell’acqua” non è mai cambiata nei decenni. La Fed è nata come banca centrale del dollaro nel 1913, per fronteggiare uno dei tanti crolli del New York Stock Exchange. Il sistema bancario privato non riusciva più a generare al suo interno prestiti d’emergenza utili quanto meno ad attutire l’ennesimo “panic selling” inesorabilmente seguito all’esuberanza irrazionale dei listini (nel 1907 ci era riuscito per l’ultima volta il leggendario John Pierpoint Morgan). 

Il disastro del 1929 fu invece provocato dal mal-uso rovescio della cura: troppi dollari messi in circolo negli anni Venti, con l’intento di sostenere l’industria Usa, approdata a dimensioni multinazionali grazie alla super-domanda prodotta dal primo conflitto mondiale. Ecco: già una novantina d’anni fa la liquidità indirizzata dalle autorità monetarie verso l’economia reale prese invece senza esitazione la via della speculazione. L’investimento finanziario – quando il denaro non costa nulla e tutti lo “risparano” assieme in Borsa – è più velocemente e meno faticosamente redditizio di quello produttivo. È accaduto anche dopo il 2001, quando la Fed di Alan Greenspan  gestì lo scoppio della bolla internet e poi lo choc dell’11 settembre: la liquidità finì nell’immobiliare, ma alla fine in via quasi strumentale per consentire all’oligopolio bancario di stampare e piazzare a livello globale la ricchezza virtuale delle obbligazioni collateralizzate. 

Il 2008 ha fatto così dimenticare a Wall Street i due ultimi malanni gravi “curati ad acqua”: i ruzzoloni del 1987 e 1989, ancora tradizionalmente avviluppati attorno al mercato azionario, gonfiato dalla febbre della Opa a leva finanziate dai junk bond (i predecessori dei Cdo). Ma anche dopo il 2008, le iniezioni di liquidità sono state la terapia unica adottata Oltre Atlantico.

Su ilsussidiario.net ne abbiamo discusso quasi ininterrottamente e abbiamo più volte indicato il nuovo buco miliardario accusato da JPMorganChase a Londra nel 2011 (scandalo della “Balena”) come la prova che lo stimolo monetario a colpi di quantitative easing non creava domanda reale, occupazione, investimenti d’impresa, ma finiva per sostenere i mercati finanziari a mo’ di mongolfiera. Ciò che forse poteva costituire un obiettivo corretto da perseguire, ma che certamente non poteva essere prioritario e non era comunque quello comunicato.

Più volte ci siamo quindi ritrovati a sospettare che lo stesso sistema bancario, che aveva provocato la crisi e aveva resistito a ogni tentativo di ri-regolazione, avesse finito per accaparrarsi la liquidità d’emergenza grazie a una lobbying ormai “egemone” su qualunque altro potere non finanziario. Negli anni 30, la Grande Depressione – contraccolpo della caduta verticale della fiducia propagatasi dai mercati finanziari all’economia – produsse un ritorno della leadership politica: il New Deal della presidenza Roosevelt ebbe come gemella la legge Glass-Steagall che smontò letteralmente il sistema bancario, isolando l’attività creditizia dalla finanza di mercato (il muro fu riabbattuto solo mezzo secolo dopo, da una “deregulation” reaganiana, gemella della globalizzazione e della caduta della cortina di ferro in Europa). Ma dopo il 1929, fu la finanza pubblica a rilanciare l’economia, con la temporanea neutralizzazione di quella privata, cui era venuto meno l’ingrediente indispensabile della fiducia: la capacità di portare efficienza nell’economia attraverso l’intermediazione.

Questa breve riflessione non vuol essere una stroncatura delle misure non convenzionali a sostegno del credito annunciate ieri da Mario Draghi: questa rubrica, come minimo, è molto lontana dall’autorevolezza del presidente della Bce, di cui neppure si può mettere in dubbio l’onestà intellettuale. Però il timore che il bazooka di Draghi si riveli caricato ad acqua rimane: unito al sospetto che un oligopolio bancario già rianimato dalla “cura dell’acqua” made in Usa e e non troppo diverso da quello pre-crisi riesca ad avere la meglio sul tentativo (forse tardivo) di Draghi di scuotere via liquidità l’economia europea. Quella italiana in particolare: finita nella morsa fra l’austerità tedesca e l’anti-austerità americana.

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