UNICREDIT/ Tagli pesanti e nuovo piano, neppure la Borsa festeggia

Piazza Affari saluta con favore, nell’immediato, il piano di Unicredit con un surplus di tagli: ma le dimissioni di un sindaco riaprono il “caso Palenzona”. GIANNI CREDIT

11.11.2015 - Gianni Credit
Palenzona_FabrizioR439
Fabrizio Palenzona (Infophoto)

Neppure la Borsa ha festeggiato il piano UniCredit. A Piazza Affari gli applausi per Federico Ghizzoni e il suo masterplan triennale sono durati fino a che (pochi minuti prima di fine seduta) le agenzie hanno battuto la notizia delle dimissioni di un sindaco “per dissenso personale con l’organo di governo”. Una verosimile ricaduta al “caso Palenzona”, evidentemente tutt’altro che chiuso. Fino ad allora, per guadagnarsi un +2,5% al listino – poi azzerato – Unicredit aveva dovuto calare un extra di tagli: 1,6 miliardi e 18.200 posti di lavoro in tre anni, rispetto alle attese (1 miliardo e 10-12mila esuberi).

Fuori dai circuiti informativi dei mercati finanziari, comunque, i flash hanno avuto tutt’altro tenore: “UniCredit, 6.900 licenziamenti in Italia”. Titoli che, in fondo, non sono discesi solo da una diversa percezione sociale delle mosse di una della maggiori aziende italiane: in anni ruggenti e ormai lontani, un gruppo come UniCredit non solo non espelleva forza lavoro, ma realizzava alti profitti grazie a un dinamismo proprio sul piano della competitività e dell’innovatività. Certo, l’Italia (che resta l’hub di UniCredit) è uno dei sistemi-Paese che ha sofferto di più in assoluto per la seconda fase della lunga crisi globale: la recessione indotta dall’euro-austerity. E la maggiore banca italiana era anche l’unica che aveva accusato qualche acciacco serio già durante il collasso della finanza derivata: non a caso fra il 2008 e il 2012 UniCredit ha dovuto ricapitalizzare tre volte, peraltro sempre evitando il ricorso agli aiuti pubblici. Ed è questo che gli azionisti grandi e piccoli, ieri, hanno festeggiato: il sollievo di non dover fare i conti con nuove richieste di capitali, mentre il Ceo ha rassicurato la vigilanza “sistemica” sui propri parametri patrimoniali.

La scelta di una robusta cura dimagrante e disintossicante si presentava quasi obbligata e non può stupire più di tanto: Deutsche Bank ha annunciato 23mila tagli, Barclays 30mila. A sette anni dal ground zero del crac Lehman, l’industria finanziaria comincia a tirare bottom line strutturali: e a farne le spese sono – letteralmente – le “spese per il personale”. Non è più possibile prelevare “valore” dai clienti finali cui è difficilissimo vendere prodotti e servizi, prima ancora di tirare su prezzi e commissioni. E non è più possibile sfidare i regolatori con bilanci a leva, e neppure allettare gli investitori con strategie di crescita ambiziose. Il downsizing appare un approccio perfino ragionevole contro il gigantismo egemone del sistema bancario.

L’esito, tuttavia, non è mai così salutare, ammesso che sia nelle premesse. E il piano UniCredit, su questo piano, qualche segnale ulteriormente preoccupante lo fornisce. Sono anni che il gruppo non considera più strategica Pioneer: la piattaforma di asset management che ieri è stata definitivamente indirizzata verso una joint venture con Santander (controparte ricorrente in Europa per il sistema bancario italiano, ma quasi mai felice).

Non per questo ci stanchiamo di ripetere che si tratta di una sconfitta grave è non inevitabile: così come per l’espansione nella New Europe (avviata in Polonia prima del giro di boa del millennio è da ieri in ritirata tattica), il lancio di una piattaforma europea di asset management era una delle scommesse pionieristiche dell’UniCredit di Alessandro Profumo e forse per l’intero sistema italiano. L’ammainabandiera con Santander lascia aperti molti interrogativi, non gradevoli.

Anche la razionalizzazione della rete in Italia può apparire un atto strategicamente dovuto: UniCredit, in fondo, non ha mai finito di digerire l’integrazione con Capitalia, decisa quando già la grande crisi era alle porte. La cancellazione di centinaia di filiali e di migliaia di “vecchi” bancari certifica l’obsolescenza del retail banking tradizionale e del gemello corporate banking alle Pmi: ma i tagli tagliano e basta, non creano nulla. UniCredit avrebbe invece potuto essere più deciso, puntando su Fineco, che non è già più la banca del futuro, ma del presente. Lo dice fra l ‘altro anche la Borsa è proprio per questo Ghizzoni meditava il collocamento di un’altra quota di Fineco: così dicevano alcuni rumor, per ora smentiti.

Puntare strategicamente su Fineco avrebbe fra l’altro segnalato concretamente la volontà del gruppo, dei suoi azionisti e del suo management di lasciarsi alle spalle una “governance” fin troppo tradizionale: quella finita sulle pagine dei giornali sotto forma di intercettazioni non penalmente rilevanti ma molto imbarazzanti (come le dimssioni di ieri del sindaco Giovanni Battista Alberti). Al mercato tuttavia sembra sufficiente un taglio extra di costi per allungare una pacca amichevole sulle spalle di UniCredit. Per un paio d’ore.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori

Ultime notizie di O la Borsa o la banca