FINANZA/ Se il nuovo “salvataggio” delle banche è peggio di un attacco di jihadisti

- Gianni Credit

L’Italia costretta a un salvataggio che danneggia ulteriormente l’immagine del sistema bancario in una scenario di crescente competizione geopolitica. Di GIANNI CREDIT

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Il governatore Bankitalia, Ignazio Visco (Infophoto)

Quando un governo si riunisce la domenica pomeriggio per “salvare le banche” – com’è accaduto ieri in Italia – è potenzialmente più pericoloso di un attacco di jihadisti al palazzo dove quel governo è riunito. Può minare ulteriormente la fiducia di decine di milioni di cittadini-risparmiatori sulla capacità di quel sistema bancario di custodire i loro soldi, cioè un pezzo importantissimo delle loro vite. E il salvataggio di quattro piccole banche italiane (Banca Marche, CariFerrara, CariChieti e Banca Etruria) deciso ieri dal consiglio dei ministri può rivelarsi paradossalmente più insidioso del non-salvataggio della gigantesca Lehman Brothers decretato dall’amministrazione Usa sette anni fa. Sui marciapiedi della finanza minuta, spicciola, delle famiglie e delle piccole imprese, non è detto che rassicuri di più un salvataggio bancario interamente “privato” – come quello vantato anche ieri sera da Palazzo Chigi – rispetto ai robustissimi salvataggi pubblici decisi da altri grandi paesi dopo il collasso di Wall Street.

Ora però la nuova disciplina europea dei dissesti creditizi all’interno dell’Unione bancaria impedisce gli aiuti pubblici. E così l’Italia, finora virtuosissima, è da giorni nei titoli dei media finanziari globali come primo test per la nuova “risoluzione” bancaria europea: addirittura sei settimane prima che entri formalmente in vigore (e pochi giorni dopo il suo recepimento nella legislazione italiana). E poco conta che le autorità italiane si affannino a ripetere che non sono state applicate la nuove regole del bail in: con il coinvolgimento di obbligazionisti e soprattutto depositanti nella copertura delle perdite. È già sufficiente la sottolineatura, in uno scenario competitivo in cui, un paio di mesi fa, un dossier di un’agenzia governativa statunitense ha semidistrutto Volkswagen. È pacifico che il gruppo tedesco non è l’unico ad aver violato le regole antinquinamento, una violazione che ha prodotto danni (morti) prevedibilmente minori di quelli provocati da violazioni o errori di progettazione/costruzione da parte di altre case. Eppure – nella geopolitica mediatica – è Wolfsburg a essere stata bombardata: analogamente alle banche italiane, da sempre (l’ultima volta un anno fa nello stress test d’esordio dell’Unione bancaria).

“Germania, Olanda e Regno Unito hanno salvato i propri istituti fuori da ogni regola e poi fatto le norme per gli altri”. Non lo ha scritto, ieri, un antieuropeista sempre a caccia di complotti: ma un commentatore liberista sul Corriere della Sera. Il principale quotidiano italiano – ancora dieci anni fa – sostenne apertamente la commissaria olandese Neelie Kroes e il britannico Charlie McCreevy nella battaglia all’ultimo sangue contro il governatore della Banca d’Italia Antonio Fazio sulle “regole bancarie”. Fu allora che Fazio venne cacciato, processato e condannato a furor mediatico. In Italia furono cambiate le regole di vigilanza interne e in via Nazionale fu insediato Mario Draghi, poi promosso alla Bce: uno dei padri di “Basilea 3” e poi dell’Unione bancaria.

Come mai dieci anni dopo il sistema bancario italiano cade a pezzi (da Mps a Carige, da Popolare Vicenza a Veneto Banca fino alle “quattro sorelline” salvate ieri)? E come mai il Corriere della Sera si lamenta di come sono state rifatte le regole bancarie in Europa? E perché non ricorda che la vera mazzata al sistema bancario nazionale non l’ha data la finanza derivata ma l’assalto “geopolitico-mediatico” all’Italia a colpi di spread nell’estate 2011? Forse perché allora ascese a Palazzo Chigi il principe dei commentatori del Corriere, Mario Monti?

Certo, le quattro banche salvate ieri non erano dei modelli di “sana e prudente gestione” (infatti la “nuova Bankitalia” di Draghi e poi di Ignazio Visco avrebbe dovuto rimetterle in sesto ben prima, assieme ad altre ancor più grandi e problematiche). Tuttavia è innegabile che le sofferenze creditizie che le hanno affondate sono state sovraccaricate dall’austerity accettata da Monti: ancora una volta dai Paesi additati dallo scandalizzato commento del Corriere 2015.

C’è una sola buona notizia – potenziale – nel notiziario bancario italiano di domenica 22 novembre 2015: che il sistema nazionale sembra accelerato di fatto in una fase “ri-costituente”. Intesa Sanpaolo e UniCredit (con Ubi) non sono soltanto i cavalieri bianchi delle quattro banche del Centro Italia puntellate ieri: sono già prenotate come garanti delle ricapitalizzazioni-riassetto di Popolare di Vicenza e Veneto Banca. La prosecuzione della partita sembra scritta: un ridisegno complessivo della mappa, anche attorno alle fusioni fra Popolari Spa. Molte banche deboli saranno smembrate e incorporate o comunque “messe in sicurezza” (a cominciare dallo stesso Mps): chiamando probabilmente al tavolo anche i tre gruppi esteri presenti in Italia (Bnp-Bnl, Credit Agricole-Cariparma e Deutsche Bank), e forse di qualcuno di ritorno (per esempio, Santander sul Creberg se dovesse maturare l’avvicinamento Ubi-Banco Popolare). Molte reti saranno chiuse, molti bancari verranno messi in mobilità.

Non da ultimo: molte sofferenze andranno ripulite: ma sul dossier bad bank il governo italiano dovrà avere il coraggio di dispiegare a Bruxelles una determinazione maggiore di quella che si vuole impiegare contro l’Isis. Nella nuova Jihad bancaria conta solo la forza: quella patrimoniale delle banche (e degli azionisti-presidio), quella dei mercati di generare risparmio e buon credito, quella delle autorità nel negozarie le regole.

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